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Il pasticcio del vallo-tomo

Una soluzione imposta in gran fretta dalla Provincia, ma che a molti non piace. Le soluzioni alternative e lo scontro fra le perizie.

Joshua De Gennaro

Nel maggio del 2016 il servizio Prevenzione Rischi della Protezione Civile, “dopo svariate indagini e aver sorvolato in elicottero la zona in questione”, redige un verbale “di somma urgenza” in cui si legge che “la staticità dell’ammasso roccioso è stata valutata come precaria e pertanto si ritiene opportuno provvedere con immediatezza alla predisposizione di un intervento di messa in sicurezza del diedro roccioso”.

La zona di cui parla il verbale è a nord dell’abitato di Mori, precisamente nell’area subito a ovest del Santuario di Monte Albano; “l’ammasso roccioso” è invece una parete di roccia calcarea, variamente fratturata, dalla quale sembrerebbe esserci il rischio che possano distaccarsi blocchi di roccia di volume variabile.

La situazione, in realtà, dovrebbe essere nota da tempo e di “somma urgenza” dovrebbe avere ben poco: uno di questi blocchi, di circa 10 mc, si era staccato in occasione del terremoto del 1976, e nel suo percorso di caduta aveva raggiunto l’area terrazzata coltivata a vigneto e qui si era fermato, senza raggiungere le abitazioni. In quell’occasione le case erano state salvate proprio da quei terrazzamenti che invece sono stati recentemente spianati perché, nella teoria formulata dai tecnici provinciali, avrebbero potuto innescare dei balzi, rendendo complicato il calcolo della traiettoria.

Il verbale continua sottolineando come “dal momento che l’area sottesa dal diedro roccioso instabile è urbanizzata, non si può escludere che, nell’ipotesi di collasso, vi sia il rilascio lungo il pendio di volumi rocciosi importanti in grado di raggiungere le abitazioni poste al piede del versante. Vi è pertanto una situazione di potenziale pericolo per l’incolumità pubblica che richiede immediate contromisure, individuate nella demolizione dell’ammasso roccioso previa costruzione di un tomo paramassi nella parte bassa del versante a difesa delle abitazioni”. I destinatari di questa comunicazione sono il presidente della Provincia Ugo Rossi e l’assessore competente (alla Protezione civile) Tiziano Mellarini.

Il presidente Rossi, a stretto giro, prende atto della comunicazione e ordina l’inizio dei lavori che si ritiene necessario eseguire urgentemente, e che – stando al verbale della Protezione civile - consistono in:

- realizzazione di una linea di difesa costituita da un tomo paramassi in terra armata, posizionato poco più a monte delle abitazioni; si tratta di una linea di difesa abbastanza estesa, circa 300 metri, in funzione dell’area potenzialmente coinvolta dal crollo, che è stata individuata tramite simulazioni cinematiche del moto dei blocchi rocciosi;

- successiva demolizione con esplosivi, anche per pezzi, del diedro roccioso instabile.

I lavori vengono affidati alla ditta Misconel.

Ma a questo punto, sorgono alcune domande: cosa ha di immediato la costruzione di un tomo paramassi? E poi: come è possibile che nonostante sia stata proclamata la somma urgenza non si provveda ad evacuare le zone ritenute a rischio? Non sarebbe forse più opportuno procedere prima al fissaggio del masso, in modo da poter ragionare su quale intervento sia preferibile adottare senza l’assillo della somma urgenza?

A porsi queste domande sono in primo luogo gli abitanti di Mori, che vorrebbero saperne di più, che non si sentono coinvolti in decisioni che li riguardano da vicino e che, di conseguenza, si organizzano in un comitato che si oppone all’inizio dei lavori.

Quel che lascia perplessi i più è proprio che non sia previsto un intervento immediato e diretto finalizzato all’eliminazione della fonte di pericolo, vale a dire non è prevista la stabilizzazione del masso. Ma procediamo con ordine.

Dicevamo del verbale “di somma urgenza” e della presa visione da parte di Rossi, che ordina di dare il via alle operazioni necessarie; ma a questo punto una parte degli abitanti non ci sta e si organizzano in un presidio che blocca i lavori.

Le perizie e le proposte

La Provincia, il 21 dicembre, incarica il prof. Barla di effettuare una valutazione, nella speranza di ottenere una legittimazione del progetto del vallo-tomo. Legittimazione che (senza troppe sorprese) in effetti arriva con la relazione finale del professore, il 30 dicembre 2016.

In questa relazione Barla caldeggia un’opera “di protezione di tipo passivo”, il che dovrebbe avvenire “mediante la costruzione di un vallo-tomo paramassi in terra rinforzata, al piede del versante che dalla parete rocciosa degrada verso l’abitato sottostante”.

I cittadini di Mori, e gli abitanti delle fratte, però non ci stanno: avanzano delle ipotesi progettuali alternative (che non vengono prese in considerazione, pur presentando soluzioni innovative) ed incaricano il professor Gian Paolo Giani di redigere una nuova perizia. E la relazione Giani è interessante, perché fa un’analisi comparativa delle varie soluzioni prospettate.

La situazione è nota: c’è un pilastro roccioso con “fratture verticali in più casi completamente aperte”. Appare possibile un fenomeno generale di crollo, “causato dalla rottura delle scaglie rocciose presenti alla base del pilastro”. Ma le soluzioni proposte a questo problema sono diverse:

Il progetto del Servizio Prevenzione rischi della Provincia, nelle sue ipotesi di intervento, in un primo momento prevede la realizzazione di una serie di valli-tomo ai piedi del pendio per l’intera zona d’interesse e di un vallo nel settore superiore del pendio. Sia i valli in fondovalle, che quello a monte della strada presso il santuario hanno un’altezza a monte di 4 m. L’altezza verso valle del tomo superiore risulta essere di circa 12 metri. Non risulta dalle carte che i progettisti e l’’amministrazione comunale di Mori abbiano tenuto conto di particolari problemi in termini di impatto ambientale.

Il progetto finale della Provincia prevede la realizzazione di un unico vallo-tomo ai piedi del versante e la successiva demolizione del pilastro roccioso potenzialmente instabile.

Questo progetto riporta due simulazioni di caduta massi: la prima si riferisce a blocchi che possono distaccarsi dal pilastro in roccia a seguito della sua programmata demolizione con esplosivo; la seconda si riferisce a blocchi che in futuro potrebbero staccarsi naturalmente dalle pareti rocciose incombenti sull’abitato di Mori.

La Provincia quindi progetta un unico vallo-tomo con altezze a valle che superano i 9 metri e raggiungono i 12, posto subito a monte delle case di Mori e a difesa unicamente dell’abitato. L’intervento sul versante a monte prevede la demolizione di gran parte dei terrazzamenti, con la conseguente formazione di un pendio.

La relazione Giani però rileva come “a causa dell’attrito fornito dal versante, i massi perdono gran parte della loro energia nella parte bassa dello stesso, e si arrestano naturalmente per circa il 95% sui terrazzamenti, non raggiungendo le abitazioni. Questo vuol dire che la demolizione dei terrazzamenti, oltre ad essere un depauperamento del patrimonio storico e ambientale irrecuperabile, comporta l’eliminazione di un elemento che già di per sé, esercita un’importante azione di mitigazione sui fenomeni di caduta massi. Il sostituire un versante gradonato con un versante con un’unica pendenza determina un aumento dell’efficienza del moto di caduta del masso stesso e un conseguente aumento dell’energia cinetica che il masso assume durante il suo percorso”. Senza contare che “se gran parte dei massi raggiungono il vallo per lo più concentrati nelle corsie preferenziali di caduta, appare plausibile che durante l’evento di demolizione con esplosivo possa verificarsi il colmamento di settori del vallo con i primi arrivi di materiale, e quindi, data l’ormai ridotta profondità del vallo, il superamento del rilevato da parte del materiale giunto in un secondo momento”.

Ma la relazione Giani sembrerebbe evidenziare anche un altro problema: nella maggior parte dei programmi di simulazioni probabilistiche oggi disponibili, ogni masso è lanciato singolarmente ed il risultato complessivo è l’insieme delle singole traiettorie.

Tali programmi non sono in grado di fornire risultati attendibili nell’ipotesi di distacco contemporaneo di numerosi massi, in quanto non è possibile prevedere gli inevitabili urti reciproci e le conseguenti deviazioni delle loro traiettorie. Stando al prof. Giani, “equiparare il risultato dell’insieme delle singole traiettorie con quello che in realtà poi avverrebbe nel distacco contemporaneo di più massi, appare quanto meno discutibile”.

Tutte queste problematiche, secondo l’opinione dei periti del comitato, verrebbero eliminate passando alla demolizione controllata con produzione e scarico di massi singoli. Ma andiamo ad analizzare alcune delle proposte avanzate e fino ad ora ignorate dalla provincia:

Il progetto Azzoni e Moioli prevede la messa in sicurezza dell’area mediante la demolizione controllata del pilastro ed il posizionamento di due opere di difesa passiva, una nella parte boscata sottostante la parete per la raccolta dei massi della demolizione del pilastro, e una nel fondovalle a protezione dell’abitato da eventuali futuri distacchi di massi.

In particolare l’intervento verrebbe effettuato nel modo seguente: realizzazione di un vallo di altezza pari a 3-4 metri nella zona boscata a monte della strada per il Santuario, con un eventuale sopralzo con una barriera paramassi; tale vallo, durante i lavori, dovrebbe essere periodicamente ripulito dai prodotti della demolizione; successivamente si dovrebbe provvedere alla demolizione controllata del pilastro roccioso in frammenti di volume di circa 1 mc. È previsto poi il posizionamento di una barriera paramassi ad alta energia appena a monte dell’abitato.

Questo intervento dovrebbe essere completato con un accurato monitoraggio e una stabilizzazione provvisoria del pilastro mediante legatura e imbragatura con rete. Questo tipo di soluzione, sempre stando alla relazione Giani, preserverebbe le aree terrazzate a vigneto e comporterebbe un impatto visivo ed ambientale assolutamente inferiore.

Il progetto Nucci, Cargnel e Pistoia è basato sulla stabilizzazione temporanea del pilastro, sul monitoraggio e la demolizione controllata dello stesso ed il contenimento dei prodotti della demolizione con un vallo nel bosco a monte della strada e l’installazione di una barriera nella parte inferiore del versante.

In particolare questa soluzione consentirebbe di utilizzare, come opera di contenimento, strutture scatolari che verrebbero riempite col materiale presente in loco. Tale struttura dovrebbe resistere a impatti calcolati di massi fino a 8 mc. E avrebbe costi notevolmente inferiori.

Insomma proprio in virtù della situazione di somma urgenza, l’intervento dovrebbe essere finalizzato in primo luogo a provvedere al più presto alla completa messa in sicurezza dell’area. Anche perché si continua a lavorare in una situazione di potenziale pericolo ed il sistema di monitoraggio, ad ogni modo, non è detto possa essere sufficiente ad allarmare la protezione civile e ad attuare tempestivamente la successiva evacuazione dei cantieri e delle zone abitate.

Secondo molti sarebbe stata opportuna dunque una preliminare stabilizzazione del masso con funi e reti, in modo da ridurre la possibilità di un crollo del pilastro e permettere di effettuare i lavori di demolizione con maggiore calma e sicurezza, con una demolizione controllata, in modo da ridurre i blocchi a dimensioni pari a 1 mc. Ma la Provincia continua per la sua strada.

La Provincia va avanti...

A questo proposito Renzo Colpo, consigliere comunale di Mori parla di “gravi incongruenza ed illogicità dei procedimenti messi in atto in questa procedura di somma urgenza - (basti pensare che non si è provveduto immediatamente ad installare i monitoraggi nella zona di pericolo, ma lo si è fatto solo in un secondo momento, n.d.r.) - che possono far dedurre che il pericolo non sia ritenuto veramente imminente e che l’utilizzo della procedura di somma urgenza sia solo strumentale ad altri fini sottesi”.

Lo stesso consigliere, in una lettera indirizzata all’assessore Mellarini, si lamenta dell’ “atteggiamento arrogante da parte delle istituzioni, di chiusura immotivata alle legittime proposte dei cittadini volte alla tutela di un patrimonio pubblico che dovrebbe essere attenzione primaria di chi ha responsabilità politiche ed amministrative, il che non può che portare a situazioni di tensione, di disaffezione verso le istituzioni, di opposizione e di scontro gravemente deleterie per la nostra comunità”.

Situazioni di tensione che in effetti non sono mancate: dalla pacifica occupazione del cantiere e dell’ufficio del sindaco, all’irruzione avvenuta recentemente che ha interrotto, con lanci di terra, i lavori del Consiglio comunale.

La Provincia, come detto, va avanti per la sua strada: ha confermato che il vallo-tomo è la migliore delle soluzioni per Mori. Ritiene le proprie conclusioni legittimate dalla perizia Barla e più in generale ha piena fiducia nei suoi tecnici e nell’operato della Protezione civile.

Quanto al presidente Rossi, ha ribadito a più riprese come il governo provinciale abbia affrontato questa emergenza pensando esclusivamente alla sicurezza e all’interesse dei cittadini. E si è detto disponibile a progettare tutti gli accorgimenti utili per un mascheramento e per migliorare il paesaggio una volta ultimati i lavori di costruzione del vallo.

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