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“Capatosta”

La contraddizione dell’Ilva

Lucrezia Barile

Quando si arriva a Taranto, dopo aver toccato o intravisto dall’auto i piccoli paesi che la precedono, l’impatto è di difficile descrizione. Prima della città vedi lei, l’Ilva. Enorme, indicibile, sconfinata. Di sera le sagome delle ciminiere nere, coi loro sbuffi continui di fumo, segnano un confine geometrico all’orizzonte, scuro e inevitabile in cui poco a poco tocca addentrarsi. Di giorno, quella polvere rossa innaturale sull’asfalto e sui guardrail inizialmente incuriosisce, poi piano piano lascia terreno ad un’inquietante consapevolezza.

Entrare a Taranto non è come entrare in qualsiasi altra grande città: man mano che ci si avvicina un grosso e pesante groviglio ti si mette sulle spalle e ti pregiudica lo stato d’animo. Poi, se prosegui per la città vecchia, vedi lui, il mare, da una parte e dall’altra del ponte e se c’è il sole rimani accecato da un’ indecifrabile bellezza. Una bellezza che male si addice a quel peso che rimane sulle spalle, una bellezza che risulta inspiegabile poiché trasuda disfacimento, malattia, svuotamento. Non è facile descrivere cosa si prova. Non è facile parlare di Taranto, dello “stabilimento”. I giornali e le tv negli ultimi tempi hanno detto tanto delle vicende dell’Ilva, tutti “sanno”, tutti danno un’opinione, si sa che lì l’aria non è buona, meglio andare a fare le vacanze da un’altra parte, perché lì il mare e inquinato, è giusto chiuderla quella fabbrica perché la salute delle persone viene prima di tutto. Ma non è semplice dare un giudizio di fronte ad una delle più grandi contraddizioni del nostro paese, che vede strette migliaia di persone, di famiglie, di generazioni di tarantini in una lenta e inesorabile morsa da anni, dal 1962.

Lo spettacolo “Capatosta”, andato in scena il 2 febbraio al Teatro di Pergine, parla di questa contraddizione. La scena è lo stabilimento siderurgico più grande d’Europa, il palco è uno dei tanti reparti dell’acciaieria, dove la temperatura raggiunge i 1600 gradi. Due operai sono sul posto di lavoro. Il primo, con molti anni di servizio alle spalle, conosce a memoria la fabbrica, chi c’è e chi c’era, ha l’atteggiamento di chi ha capito come vanno le cose e come è meglio continuino ad andare. Il secondo è un novellino, un idealista che vuole lottare, il cui padre, operaio anche lui, lì dentro si è ammalato e poi è morto. Due probabili facce di un mondo, quello operaio dell’Ilva, che viene mostrato nella sua realtà vera e diversa dall’immaginario offerto spesso dai giornali e dalle tv. Due “capatosta”, due teste dure, testarde e determinate.

Gaetano Colella, prima di scrivere il testo, ha incontrato per settimane gli operai e, come lui stesso racconta, ha trovato “un universo di uomini soli, spesso sbandati, che non sanno esattamente cosa sarà di loro (…), lacerato da posizioni molto distanti, fra chi medita vendette e chi invece non se ne frega niente”. Di questo contraddittorio spaccato umano, lo spettacolo parla mettendo in scena due posizioni contrapposte, una navigata e disillusa, l’altra ingenua e combattiva. La storia scorre davanti agli occhi a tratti divertente, a tratti drammatica, i due attori alternano la prospettiva dei loro personaggi, evidenziando la tragica diversità delle due posizioni, entrambe dolorose.

Il testo si serve dei due operai per offrire uno sguardo che si addentra nella realtà di una comunità intera, divisa tra la rassegnazione e l’indifferenza da un lato e la rabbia e la voglia di reagire dall’altro. A spettacolo finito si ha però la sensazione che qualcosa non sia stato detto, il confronto tra i due operai e tra le loro diverse posizioni sembra omettere una questione necessaria e urgente, quella delle responsabilità.

All’origine di quella grande contraddizione, che ha per incudine il lavoro su cui si abbatte inesorabile il martello della malattia e della morte, c’è un grosso e consapevole tradimento, un crimine di decennio in decennio divenuto talmente ineluttabile da essere taciuto non solo da chi lo ha perpetrato (la politica, i padroni, i Riva, lo Stato), ma anche da chi lo ha subito, ovvero in primo luogo gli abitanti di quella città. Ci sono indagini, colpe, reati, la cui origine sta in alto, fuori dalla fabbrica.

Di questo non c’è traccia sulla scena. Probabilmente non è di questo che vuole occuparsi Capatosta. Lo spettacolo non punta il dito contro la politica o i dirigenti, ma scavalca lo scontro tra responsabili e magistratura per gettare uno sguardo forse più urgente e necessario sul sentimento di dolore, di impotenza e di assurdità che sfugge alle indagini e ai trafiletti dei giornali. Un’operazione sottile e delicata che da anni la compagnia teatrale CREST prova a portare avanti in uno dei posti più difficili di Taranto, il quartiere Tamburi, quello a ridosso dell’acciaieria, “raccontando vite complicate, sogni ostinati, incontri tra culture e condizioni differenti”.

Il merito di questo spettacolo è quello di portare lo spettatore nella profondità della fabbrica e di mostrargli in questo modo il fondo delle questione, il cuore lacerato e dolorante dei tarantini.

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