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“Sfortunato Depero”

Una lezione di ottismismo

“sFortunato Depero”

È un personaggio complesso, eclettico e ambiguo, incompreso in vita e solo poi rivalutato, Fortunato Depero. Un artista, ma prima di tutto un uomo, che ha dovuto far fronte alla precarietà, all’incertezza e alla censura, superandole grazie a un’inestinguibile capacità di reinventare la propria arte e di rimettere in gioco se stesso con coraggio e ottimismo. È questa l’immagine che “sFortunato Depero”, nuova produzione di Elementare Teatro, vuole lasciare dell’artista trentino più noto nel mondo. Lo spettacolo ha debuttato in prima nazionale giovedì 9 febbraio all’Auditorium Melotti di Rovereto, penultimo appuntamento del cartellone “Altre Tendenze” del Centro Santa Chiara.

Il testo rappresentato in scena è frutto di un grande lavoro di ricerca in archivio da parte di Carolina De La Calle Casanova. La drammaturga e regista, grazie alla collaborazione con l’archivio del Novecento del MART di Rovereto e alla preziosa consulenza di Nicoletta Boschiero e Federico Zanoner, ha potuto accedere al diario personale dell’artista e a migliaia di lettere datate tra 1914 e 1955. Di quanto emerso dallo studio di questi materiali sono stati selezionati gli episodi più teatrali, in modo da condensare nel tempo di uno spettacolo un cinquantennio di storia.

Di Depero non interessa tanto ripercorrere il variegato percorso artistico (dalla pittura alla scultura, dal teatro alla pubblicità, dal design all’arte moderna), quanto piuttosto, attraverso esso, mettere in evidenza l’uomo e la sua straordinaria forza vitale per reagire ai fallimenti e alle avversità. Una spinta che lo aiuta a superare due guerre mondiali, le difficoltà economiche e creative, la perdita dei denti..., mai scoraggiandosi e trovando sempre il modo di guardare avanti con inguaribile ottimismo, spesso precorrendo nei tempi le nuove tendenze artistiche.

In questa chiave, si innesta perfettamente la figura della moglie Rosetta Amadori, fino all’ultimo giorno sua instancabile musa, promotrice e collaboratrice. È lei a rincuorarlo quando gli viene tolto l’incarico di costumista per il balletto “Le chant du rossignol”, a rimproverarlo amorevolmente quado pensa con slancio a pubblicazioni fasciste anziché alla sua arte. Lei ad accompagnarlo nell’avventura nella New York della grande crisi del 1929, nella quale per attirare il pubblico all’esposizione si ingegna a cucinare ravioli. Lei a fabbricare i famosi arazzi, lei – donna istruita – a intrattenere per via epistolare le “pubbliche relazioni” con importanti artisti del Futurismo, su tutti Filippo Tommaso Marinetti. “Una santa”, scrive Depero in molte sue lettere; “una montagna”, traduce la regista: cioè forte, rocciosa, ma soggetta anche a saltuari smottamenti: Rosetta compie sacrifici, si dedica cuore, anima e corpo a sostenere gli ambiziosi progetti di Fortunato, ma talvolta rivendica il suo essere donna (“Adesso ti fai pagare? Vorrei comprarmi un cappellino nuovo”; “Ogni tanto vorrei essere una donna, una moglie”). E, morto il marito (con tanto di canto funebre eseguito dal Coro Polifonico Voci Roveretane diretto dal maestro Federico Mozzi), è proprio la fedele moglie a farsi depositaria del messaggio che Depero invia proprio a noi del Duemila, ai giovani in particolare.

Oltre ad una drammaturgia densa e ben scritta, con un messaggio chiaro e definito, Carolina De La Calle Casanova firma una regia forte, che quell’idea fa passare, accendendo la voglia di sapere di più della vita e dell’opera di Fortunato Depero.

Se l’intento riesce è naturalmente anche merito degli attori, interpreti ben diretti, vividi e credibili: Federico Vivaldi dipinge (anche letteralmente) lo smisurato ego ma anche l’enorme forza d’animo del protagonista; Corinna Grandi è una Rosetta che non resta assolutamente all’ombra del marito, ma al contrario gioca un ruolo di primo piano; Andrea Pinna è formidabile nel destreggiarsi tra diversi personaggi (il vecchio Depero, Marinetti, il postino), giocando con le coloriture timbriche e con mimica e gestualità spiccate. Si potrebbe osservare che qualche notizia puramente biografica in più e un maggiore ricorso a opere dell’artista (qui ridotto ad un solo, ma significativo, “Autoritratto”) gioverebbero allo spettacolo; tuttavia si tratta di obiezioni facilmente perdonabili, essendo il focus non tanto sulla biografia o sulla produzione dell’artista, quanto sull’uomo.

È interessante, infine, rilevare un grosso punto di contatto tra l’esponente del Futurismo e la compagnia vallagarina nel modo di intendere l’arte: un’arte totale e sempre rivolta al futuro, che ingloba nella propria ricerca linguaggi diversi e molteplici. Tra il “maestro” Depero e gli “allievi” di Spazio Elementare si è instaurato un rapporto vivo e attuale.