Menù
Home
QT
Questotrentino
Mensile di informazione e approfondimento
Utente
Cerca

Sezione principale

“Gli orbi”

Quello che gli occhi non vedono

“Gli orbi” (foto di Stefano Manica)

C’è qualcosa di inquietante e d’ipnotico nell’ultimo spettacolo di Michele Abbondanza e Antonella Bertoni, a cui lo spettatore assiste con un senso di morbosità e disagio, quasi come se la danza che si dipana sul palcoscenico non avesse a che fare solo con i danzatori, ma coinvolgesse tutti - pubblico compreso - in una sorta di allegoria collettiva sui vizi della contemporaneità.

La parabola de “Gli orbi” trae dichiaratamente spunto da un opera emblematica di Bruegel il Vecchio e i riferimenti alla Storia dell’arte, da Pontormo a Matisse, sono continui ma non eccessivamente esibiti, se non forse nell’amalgama di corpi che sembra occhieggiare al gruppo scultoreo del Laooconte e che ben sintetizza l’unione indissolubile e il rapporto quasi filiale tra i cinque danzatori in scena: Michele Abbondanza, Antonella Bertoni, Eleonora Chiocchini, Tommaso Monza, Massimo Trombetta.

La compagnia ruota, anche fisicamente, intorno alla forza creativa dei suoi due storici fondatori, ma trova la sua dimensione ideale nel piccolo gruppo unito e coeso, dove nessuno prevarica l’altro, ma dove le personalità si fondono in un unicum espressivo e ossessivo. Tenendosi costantemente per mano, il gruppo si muove sul palco secondo schemi ripetitivi (file, cerchi, spirali) che costringono i danzatori a un movimento perpetuo dal quale si staccano solo occasionalmente per poi rientrare nello spazio rassicurante del gregge, metafora della perdita d’identità dell’uomo contemporaneo e della massificazione d’idee e convenzioni sociali. Il tutto giocato sul ritmo ossessivo di una musica battente, che costringe ad un movimento incessante e, a tratti, incespicante.

Gli occhi sono bianchi, rivolti al cielo o bendati, e i volti deformati da elastici e smorfie insistite: specchio di un’umanità grottesca e nevrotica che non trova pace nel suo costante errare, neppure nei momenti di apparente euforia, come la festicciola conviviale che sul finale rivela con ironia i lati più perversi e nascosti dei suoi melodrammatici interpreti. E sono in particolare le pulsioni sessuali, represse o sfacciatamente ostentate, a costituire uno dei principali leitmotiv attorno a cui ruota la rappresentazione.

I corpi si camuffano sotto abiti e parrucche oppure si spogliano di ogni orpello, esibendosi nella propria nudità e fragilità, in modo a tratti narcisistico (come nello spogliarello di Abbondanza) e a tratti primordiale (come nello scuoiamento di un ambiguo personaggio senza volto).

Le interpreti femminili sono quelle che mostrano più frequentemente la volontà di estraniarsi dal gruppo, in assoli frenetici e scattanti come quello di Eleonora Chiocchini all’inizio della rappresentazione o in siparietti tragicomici come quelli che vedono Antonella Bertoni rivestire i panni di una madre prima adorante e poi violenta nei confronti del figlio, oppure di una anziana signora annoiata e imbruttita dalla vecchiaia, intenta a urlare il proprio scontento nei confronti della vita attraverso il microfono che, insieme ai corpi dei danzatori, costituisce l’unico, pregnante elemento scenico.

Non mancano, come di consueto nelle coreografie della compagnia, momenti e movenze di ilarità, ma il comico si trasforma rapidamente in grottesco e lascia il pubblico sgomento e a tratti angosciato davanti allo svelamento impietoso dei “peccati” nascosti dietro la stolta cecità della società contemporanea.

Continua a leggere