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Carcere, istituzione totale

Vita e morte dietro le sbarre a Spini di Gardolo

La notte del 12 dicembre dello scorso anno, poco prima di Natale, Luca Soricelli ha versato 160 euro di benzina sull’asfalto di un distributore Agip di Rovereto e le ha dato fuoco. Poi si è recato in stato confusionale al pronto soccorso dell’ospedale Santa Maria del Carmine e ha raccontato agli infermieri ciò che aveva fatto. Dopodiché, da quello che raccontano le cronache, ha pressoché smesso di parlare. Quattro giorni dopo, il 16 dicembre, Luca Soricelli si è impiccato con un lenzuolo dentro le mura del carcere di Trento.

Aveva 35 anni e riconosciuti problemi psichiatrici, per i quali era in cura. Nonostante questo il giudice incaricato di valutare il suo caso, basandosi proprio sul parere della psichiatra che lo aveva in cura, secondo la quale le condizioni dell’uomo erano compatibili con la reclusione, aveva disposto la carcerazione.

Questa è la storia triste di un suicida in carcere. Che porta alla luce un fenomeno tragico, caratterizzato da numeri sconvolgenti. Solo nel 2016, infatti, si sono tolti la vita in Italia 40 detenuti; e quello di dicembre è stato il quarto suicidio avvenuto nel carcere di Spini di Gardolo lo scorso anno. Come può essere possibile? Quale profondità possono toccare il disagio e la sofferenza della detenzione?

E ancora: come viene recepito e affrontato dalla società e dalle istituzioni il disagio psicologico di chi finisce dietro le sbarre? Che tipo di valutazioni vengono fatte? Perché è evidente che Luca Soricelli in carcere non ci sarebbe dovuto finire; o avrebbe avuto bisogno di un supporto diverso da quello, evidentemente insufficiente, che ha ricevuto.

Nel giudizio è difficile individuare il confine, in un caso come questo, tra le responsabilità della magistratura e quelle dei medici chiamati in causa dalla magistratura stessa. Il giudice infatti ha la responsabilità (arbitraria) di ritenere adeguato o meno, e quindi affidabile, il parere di un esperto; mentre l’esperto, in questo caso il medico, ha il dovere (deontologico e non) di operare con la massima cura.

E se è vero che in molti casi (come quello del patrocinio a spese dello Stato) la liquidazione a eventuali esperti e periti è bassa, non si può accettare che venga meno la disponibilità di figure professionali capaci e coscienziose.

Ma più in generale è difficile smarcare dalle proprie responsabilità la classe politica, incapace di attuare soluzioni per quello che viene definito “il problema delle carceri”; e la società stessa, che rappresenta l’opinione pubblica e l’elettorato e che si è dimostrata spesso impietosa nella sua inclinazione a isolare i soggetti deboli o “scomodi” e nella sua incapacità, al tempo stesso, di riconoscere i propri limiti.

Il questionario della Camera penale

Nel febbraio dello scorso anno la Camera penale “M. Pompermaier” di Trento ha preparato un questionario, curato dall’avvocato Gabrio Stenico, che è stato somministrato per la prima volta non a campione, ma a tutta la popolazione carceraria ospitata nella struttura di Spini di Gardolo nel corso di una visita ispettiva dell’onorevole Florian Kronbichler. Il questionario è stato proposto a una base di 350 detenuti (338 uomini, 12 donne); hanno risposto in 170.

Emergono una condizione complessiva di disagio e alcuni risvolti critici, in molti casi di natura pratica e organizzativa. Come la difficoltà a ottenere in tempi rapidi permessi per incontri con i familiari, un colloquio con il magistrato di sorveglianza, una risposta dal direttore del carcere o una visita del proprio legale. Ma pure le possibilità limitate di svolgere attività lavorative e non: un aspetto, questo, rilevato anche dal garante nazionale nel proprio documento. E inevitabilmente legato, almeno per quanto riguarda le attività sportive e ricreative, alla carenza di personale di sorveglianza.

I sindacati della Polizia penitenziaria hanno reagito piuttosto male, accusando la Camera penale di essere “a caccia di visibilità e molto probabilmente di pubblicità”. Al di là della polemica e dell’eventuale caduta di stile, tuttavia, i dati raccolti vanno analizzati con attenzione, in un’ottica più vasta che riguarda un intero sistema.

Le carceri che “scoppiano”: numeri da scaricare

“Il carcere di Trento non ospita detenuti particolarmente pericolosi; le pene sono inferiori ai cinque anni, con una media di otto mesi. Non c’è il 41bis e solo da poco tempo c’è la sezione per i reati legati ai sex offender (i reati di natura sessuale, ndr.)”. - spiega l’avv. Stefano Daldoss, presidente della Camera penale di Trento.

Si tratta di detenuti prevalentemente extracomunitari con reati non gravi” - precisa l’avv. Fedrizzi, anch’egli membro della Camera penale nonché dell’Osservatorio carceri dell’Unione delle Camere penali italiane.

Ci sarebbe spazio, dunque, per misure alternative alla detenzione; sia per ragioni di idoneità medico-psichiatrica che più strettamente giuridico-legislative. Le misure alternative avrebbero senso specialmente prima che il processo sia concluso: la custodia cautelare, infatti, si rende necessaria solo dove sussista il pericolo di inquinamento delle prove, fuga o reiterazione del reato.

Molto spesso accade, purtroppo, il contrario: “Un extracomunitario che non ha documenti e residenza fissa rimane in carcere anche nel caso di pene brevi, fino ad arrivare al paradosso per il quale la custodia cautelare si prolunga fino alla scarcerazione”. Un paradosso, appunto: l’utilizzo eccessivo della custodia cautelare (che non va confusa con la pena) si traduce nello scontare la pena quando ancora l’indagato è presunto non colpevole.

Chi è in custodia cautelare, per di più, non può essere seguito dai servizi di supporto; un’assurdità che rende la sua condizione carceraria ancora più gravosa.

Recentemente è stata istituita la cosiddetta “messa alla prova”, che prevede (secondo lo stile anglosassone) un percorso riabilitativo e la riparazione del danno per pene inferiori ai 4 anni. Dev’essere l’UEPE (Ufficio Esecuzione Penale Esterna) a preparare una relazione, che poi viene valutata dall’autorità giudiziaria. Accade però che l’attività dell’UEPE, in carenza di personale, subisca gravi ritardi e che quindi la relazione non venga preparata; di conseguenza il Tribunale non fissa l’udienza di valutazione e tutto rimane bloccato.

Oltretutto anche il Tribunale di Sorveglianza, che si occupa della fase applicativa della pena, ha problemi di personale e lavora a rilento. Anche questo concorre a creare il rischio di arrivare a fine pena prima ancora che il caso venga preso in esame.

Siamo poi abituati a pensare al processo mediatico, ad ampio risalto, nel quale una Giulia Bongiorno ha a disposizione una sterminata pletora di esperti; ma la maggior parte dei detenuti non vive questo tipo di situazione. Nel caso di molti, soprattutto extracomunitari, si rischia piuttosto di far diventare il detenuto un numero, anche perché talvolta non ci sono il tempo e gli strumenti di mediazione culturale per capire quale sia la reale situazione. “Di recente mi è capitato il caso di un detenuto che aveva subito, in passato, due trattamenti sanitari obbligatori: ciò però non era emerso in sede processuale e non sarebbe emerso se non avessimo fatto un accurato approfondimento”, spiega con una punta di amarezza l’avv. Fedrizzi.

Su questo palcoscenico, già scricchiolante, va poi in scena una guerra di statistiche e performance tra procure circa i casi affrontati e risolti.

Lontano dagli occhi, lontano dal cuore

Ciò che emerge, sia dai dati raccolti col questionario della Camera penale che dalla voce degli operatori che entrano quotidianamente in carcere, è che la struttura di Spini di Gardolo è un colossale complesso periferico non impiegato nel pieno delle sue potenzialità.

Lo spostamento della struttura penitenziaria dal centro alla periferia, oltretutto, attribuisce alla struttura stessa un ruolo differente. “Se il carcere è in mezzo alla città è visibile, se ne percepisce l’esistenza; ma quando lo si allontana, lo si cancella dall’immaginario. Diventa un carcere-città anziché un carcere in città” - commenta l’avv. Daldoss.

Esistono realtà associative e cooperative che operano con profitto all’interno della struttura carceraria, così come ci sono insegnanti appassionati che svolgono un ruolo prezioso sia per l’istituzione che per i singoli detenuti. Esistono progetti certamente meritori, come quello che ha visto alcune classi del liceo “Da Vinci” entrare nel carcere Due Palazzi di Padova per un confronto attivo con i detenuti. Ma tutto ciò non sembra bastare, soprattutto in termini di risorse.

I numeri del carcere di Trento, poi, parlano chiaro. Ad oggi i detenuti sono 370; e se è vero che il limite di popolamento standard europeo per una struttura come quella di Spini è di 420 unità (e per questa ragione non ci sono finora state sanzioni), gli accordi presi a suo tempo dalla Provincia di Trento erano sulla base di 240 detenuti. “Oltretutto quello di Trento è un carcere ‘di transito’, che raccoglie detenuti di altre strutture che nel frattempo stanno scoppiando” - spiega ancora Daldoss.

La PAT ha fatto un grosso investimento per la costruzione del nuovo carcere, ma ora sembra non volersi esprimere nel merito della sua gestione, che d’altra parte riguarda anche – e in maniera non marginale – il territorio.

Non bisogna ragionare solo in rapporto alla superficie disponibile, ma anche al numero di agenti. Proprio questo aspetto ha generato e continua a generare tensioni. In base a quanto emerge dal rapporto del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, l’organico previsto di Polizia penitenziaria sarebbe di 214 unità. In realtà, però, le unità in servizio sono appena 137, di cui 21 distaccate presso altre sedi. Ciò significa che il personale impiegato è circa la metà di quello che dovrebbe essere. Questo non può che mettere in crisi il sistema; e in effetti i sindacati di polizia hanno più volte sottolineato le condizioni problematiche nelle quali i propri iscritti sono costretti a operare.

Ovviamente il contesto difficoltoso non giustifica, né potrà mai giustificare, eventuali episodi di violenza. Tanto più che sono stati riferiti eventi violenti avvenuti anche all’interno di strutture carcerarie dove il numero di agenti è superiore.

La brutalità, purtroppo, è proprio uno degli aspetti più controversi che ruotano intorno al mondo del carcere.

La relazione del garante

La violenza è uno dei temi affrontati anche dal Garante, in un documento redatto a seguito delle visite effettuate nel Triveneto lo scorso anno. Vi si riportano le segnalazioni, da parte del personale medico operante, di ematomi e altri segni di colpi subiti da detenuti in ingresso (provenienti da altri istituti) e di denunce orali di maltrattamenti (trasmesse in forma scritta alla direzione della casa circondariale).

Ma non solo. Durante la visita la delegazione ha individuato una stanza vuota, “arredata solo da un armadio di metallo dove era riposto una confezione di detersivo e della carta-panno, che presentava sulla parete segni di colpi da cui partivano striature nere e sotto delle piccole macchie a forma di schizzi di colore bruno che potevano essere indicativi di sangue... A questa stanza la delegazione era arrivata su segnalazione di diversi detenuti: sia di alcuni che si trovavano nella Casa circondariale di Trento nel giorno della visita, sia di altri non più detenuti a Trento e incontrati in altri Istituti, che avevano fornito convergenti indicazioni in tal senso. La stanza era stata indicata come luogo in cui alcuni di essi avevano subito percosse da parte di personale della Polizia penitenziaria”. Il comandante di reparto, presente anch’egli al momento della visita ispettiva, “ha ipotizzato che il sangue, qualora accertato, potesse essere dovuto ad atti di autolesionismo”. Una dichiarazione, questa, che se fatta in buona fede sarebbe viziata – a nostro avviso – da un atteggiamento di sufficienza.

Il Garante, evidentemente non persuaso dalle spiegazioni del comandante, ha ritenuto che i fatti non potessero essere liquidati come autolesionismo e lo scorso maggio ha presentato un esposto che ha avviato un procedimento penale per il quale è stata di recente respinta la richiesta di archiviazione.

D’altronde la discussione sul comportamento della Polizia penitenziaria è delicata. Come capita in ogni professione, certamente ci sarà chi fa il proprio lavoro nell’osservanza di certe regole così come ci sarà chi sostiene che con i carcerati “funziona solo il manganello”. Al tempo stesso ci si può aspettare che si instauri, al pari che per altre categorie, uno spirito di corpo che in determinate circostanze può prevalere al di là del bene e del male. Sottolineato quindi che non si deve generalizzare, né in un verso, né nell’altro, ci si deve però aspettare dal personale penitenziario un profilo professionale che miri al reinserimento del detenuto. Una cosa è sicura: laddove dovesse prevalere un atteggiamento repressivo e violento da parte della Polizia, non si potrebbe che ottenere l’effetto opposto, ovvero l’ulteriore marginalizzazione.

In merito a questo la relazione del Garante non si concentra solo sugli eventuali episodi di violenza accaduti tra le mura del carcere, ma tocca le stesse tematiche portate alla luce dal questionario della Camera penale.

Comune denominatore, il senso di estraniazione: “Le stanze appaiono... spoglie, prive di qualsiasi strumento di socialità, fatta eccezione per un calciobalilla. Sono anche troppo piccole rispetto al numero dei detenuti in sezione. La sensazione complessiva di spazi privi di ‘vita’, nel senso di poco frequentati, si avverte in molte parti dell’Istituto... Di fatto l’offerta trattamentale è molto routinaria e si sostanzia nei corsi scolastici, nel lavoro interno e in talune attività culturali, ricreative e sportive... I lavori... vengono in gran parte svolti a rotazione dai detenuti, talvolta con durate anche estremamente brevi... Nessun detenuto lavora all’esterno, sintomo di una scarsa integrazione con il territorio. La causa di questa totale assenza è determinata, secondo il responsabile dell’area, dalla crisi economica. La motivazione però solo parzialmente giustifica la situazione”.

Il carcere di Trento, infine, viene definito (usando le parole impiegate dallo stesso direttore in un ordine di servizio datato dicembre 2015) “un’istituzione totale”, dominata da regole rigide; una “struttura la cui essenza sta nel contenimento degli utenti […] in condizione di ordine, sicurezza, controllo”, limitando la libertà di movimento, l’espressione individuale e la costruzione di percorsi di reinserimento.

Riabilitazione o condanna sociale

Ora come ora, dunque, sembrano mancare le condizioni per percorsi adeguati all’interno della struttura carceraria. Anche a livello di supporto non c’è, a detta di chi gravita intorno alla struttura penitenziaria, una solida rete di protezione psicologica e sociale, con il rischio che chi è recluso sprofondi sempre di più. Le istituzioni non garantiscono un sostegno efficace prima del carcere (ovvero prima che il reato sia compiuto), né lo forniscono dopo.

Le questioni aperte sono molte. Chi si deve far carico del supporto, della riabilitazione e della preparazione al mondo esterno? Se un carcerato si rifiuta di essere seguito, cosa si deve fare? Fino a che punto la sensibilità degli operatori può colmare le lacune organizzative?

In fin dei conti, sono pochi i soggetti che non usciranno mai dal carcere. Ignorare il loro percorso riabilitativo, al di là degli aspetti umani, significa anche non voler affrontare alla base un problema sociale che ha bisogno di soluzioni e non di slogan.

E del resto sono pochi i politici pronti a mettere a rischio lo status quo per assumere posizioni potenzialmente impopolari (rispetto al comune sentire) che probabilmente avrebbero risvolti positivi a lungo termine ma che andrebbero, nel breve, a creare malumori nell’opinione pubblica. Tanto più in un momento nel quale il tema della “sicurezza” è diventato un mantra intorno al quale ballano in maniera oscena gli sciacalli del perbenismo armato. E chi grida all’inasprimento delle pene non fa che portare altra acqua, in modo inconsapevole o – peggio – con intenzione, alle pale di un mulino inceppato.

Servono educazione e formazione, sia dentro che fuori dal carcere. Così come occorre riflettere sul senso della pena e sul senso che il lavoro e la “normalità” nella vita carceraria possono avere a beneficio della collettività.

C’è poi il tema dell’oblio, che assume due diverse connotazioni. Non c’è oblio nei confronti di chi ha scontato la pena ed è uscito dal carcere, perché rimarrà sempre “il galeotto”, mentre per contro c’è oblio totale per chi la pena la sta scontando. Nella società dei consumi e dell’apparenza non si fanno i conti col fatto che, una volta in carcere, il condannato sparisce: viene risucchiato, dopo la sentenza non fa più sensazione, è un’ombra dietro le sbarre. E nemmeno importa che sconti una settimana, un mese o dieci anni (da questo punto di vista non va trascurato il ruolo di un certo giornalismo che sbatte il mostro in prima pagina ma poi si guarda bene dall’approfondire cosa accade dopo il processo).

Gli elementi di spersonalizzazione, purtroppo, sono tanti e continui. Basti pensare che nel processo penale la presenza della vittima è eventuale e dunque si può creare una situazione nella quale l’unica contrapposizione, in giudizio, è tra la macchina dello Stato e il giudicato, senza che ci sia spazio per una ricomposizione della situazione, anche a livello emotivo.

L’Italia ha abolito la pena di morte; eppure la morte ci può essere: la morte sociale, o quella appesa ad un lenzuolo.

Il presupposto primo della pena detentiva, ossia la possibilità di riscatto e reinserimento sociale, viene meno per lasciare spazio alla punizione da un lato e all’esclusione dall’altro. Eppure siamo la patria di Cesare Beccaria.

I dati dicono che, dove ci sono, i percorsi riabilitativi funzionano. Per contro, laddove non si interviene sulla rieducazione si riscontra un alto tasso di recidiva, con le relative spese, economiche e sociali, per lo Stato” - commenta l’avv. Fedrizzi.

Un ultimo spunto riguarda la percezione personale che ognuno di noi ha del processo e dell’incarcerazione. Perché tanto “capita sempre agli altri”. Ma nella realtà non è così, perché dietro le sbarre non finiscono solo criminali incalliti. Il carcerato è sì il delinquente, ma anche la persona comune. Non si tratta di “noi” e “loro”. E allora l’ultima domanda è: di cosa avrei bisogno, sia in termini di tutele che di supporto, se a finire in carcere fossi io?