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Elezioni in vista: che fare?

Come sa qualsiasi osservatore della politica trentina e non, questo è il periodo decisivo per organizzarsi in vista delle elezioni del 2018. Mancano circa diciotto mesi, un tempo necessario per valutare le proprie forze, per decidere gli assetti della coalizione, per misurare rapporti di forza interni ed esterni. Insomma, per fare due conti a tavolino. Conviene candidarmi? E con chi? Punto a fare l’assessore? Quale sarà l’umore della gente? Dove tira l’aria? Quante preferenze avrò a disposizione? E così si comincia ad elaborare la strategia. Entro l’estate tutto è deciso. D’ora in poi però qualsiasi dichiarazione e qualsiasi azione vanno calibrate sull’obiettivo finale.

Non è un caso che in questi giorni alcuni esponenti politici di primo piano stiano già preparando il terreno per le mosse future: l’assessore Daldoss lanciando la sua lista, il sindaco Andreatta smentendo qualsiasi ipotesi di candidatura alle provinciali, Bruno Dorigatti - che è stufo di questa politica - pensando di mollare nel 2018, oppure prenotandosi un posto come assessore al Lavoro.

Di indecisi come lui ce ne sono ancora molti, timorosi di fare qualche errore di valutazione. La maggioranza sta “allineata e coperta”, coltivando il proprio orticello con incontri, piccoli piaceri, qualche regalia a chi fa parte della propria cordata. Si lanciano nuove associazioni, scuole di formazione. Che ovviamente hanno già la data di scadenza (fine 2018)… Si cercano accordi con vari mondi o gruppi: il sottobosco del voto di scambio è intricatissimo: solamente gli sprovveduti firmano accordi chiari e circostanziati.

Caro lettore, questo è il momento dell’assalto alla diligenza: se vuoi avere qualche vantaggio, questo è il momento favorevole di bussare alla porta del politico amico. Mai come adesso ti aprirà volentieri.

Si vive alla giornata

Tuttavia c’è un problema. Come era bella la Prima Repubblica! Non cambiava quasi niente. La questione era se la DC arretrava o migliorava di qualche punto percentuale, se il PSI avrebbe reclamato qualche posto in più, se la lobby del compagno di partito si era rafforzata o meno, se valeva la pena cambiare corrente. Alla politica si applicava la matematica del “manuale Cencelli”. Le formule funzionavano, non erano previsti grandi scossoni. Si poteva prepararsi per tempo.

Una volta un anziano dirigente della DC trentina mi disse: “Se qualcuno si candida alle elezioni e vuole sapere di quante preferenze dispone, deve scrivere su un foglio nomi e cognomi di quanti sicuramente lo voteranno. Poi dividere il numero degli elettori sicuri per tre. Qualcuno dice che basti dividere per 2,5, ma bisogna avere davvero amici fidati…”.

Oggi tutto è diverso. La politica è impazzita. Si vive alla giornata. Pianificare diventa quasi impossibile. Poi ci sono di mezzo le elezioni a Roma…. Insomma, cosa accadrà in Trentino? Anche qui vinceranno Grillo, i sovranisti, i razzisti e la destra più impresentabile e inquietante?

I nostri politici “in carriera”, soprattutto della sacra coalizione del centro sinistra autonomista, saldamente al potere da vent’anni, capiscono che i cittadini sono stufi e che li stanno abbandonando. Per questo molti sono terrorizzati, benché non riescano a superare la logica di casta che li caratterizza (“Sono arrivato alla poltrona e guai a chi la tocca!”). Chi invece vorrebbe scalzarli cerca di intercettare la tendenza di questa temperie abbastanza oscura: l’unico modo è inseguire la demagogia. Per l’opposizione di destra e per il Movimento 5 Stelle è abbastanza facile parlare alla pancia dei cittadini, sdoganare l’insulto e fare una campagna elettorale aggressiva e millantatrice, comunque capace di rispondere meglio alla rabbia della gente. Ma le forze politiche cosiddette responsabili, cosa possono fare?

Il punto è che la maggioranza dei trentini si colloca tradizionalmente su una posizione moderata, di centro sinistra senza estremismi, e attenta alla coesione sociale, e vorrebbe votare sempre gli stessi. Ma è ancora così? Girando per le strade, parlando con le persone, sembrerebbe proprio di no. Qualcosa sta davvero cambiando.

La coalizione al governo del Trentino si presenterà nel 2018 con la stessa formula. Salvo imprevisti per ora poco probabili Rossi verrà ripresentato come candidato presidente. Certo, in mezzo ci sono le elezioni politiche. Potrebbe cambiare il quadro, soprattutto dentro i partiti. Ma la sostanza rimarrà invariata. La legge elettorale gioca in favore del centro sinistra autonomista, che difficilmente secondo il maggioritario di collegio (ricordiamo che qui da noi si voterà così) verrà superato dalla destra e da Grillo. Quindi è probabile che, anche in caso di sconfitta a livello nazionale, qui la coalizione vincerebbe, piazzando (e togliendo di mezzo dallo scenario provinciale) molti possibili candidati per l’ottobre successivo. Dunque avanti così. Basta restare uniti.

Tutti in crisi, soprattutto il PD

Ciò non toglie la profondissima crisi in cui versano i tre principali partiti di governo. Cominciamo dal PATT: il partito di Rossi e Panizza non è riuscito a passare alla fase 2.0, cioè all’aggiornamento di strutture, metodi, personale politico, idee, stile di amministrazione. Ne abbiamo scritto molte volte: il PATT è rimasto quello di sempre. I due leader si sono spesi anche con acribia, ma l’esito è stato una serie di scivoloni culminati nell’affaire Baratter e con la “scissione” del gruppo di Kaswalder. Il quale presenterà alle provinciali una lista fuori dalla coalizione. Per gli elettori autonomisti non sarà comunque un gran problema.

Stessa cosa per l’UPT. Partito non partito, riuscirà come sempre a comporre una lista più o meno votata, capace di raccogliere il consenso valligiano di centro attraverso cordate amicali oppure attraverso le logiche clientelari democristiane, che passano indenni ogni tempesta.

Il dramma riguarda il Partito Democratico, i cui elettori – fatta la tara delle clientele, presentissime anche nelle loro file – sono più “politicizzati”, cioè mediamente più informati. Ed è proprio in questa fascia che sta avvenendo il tracollo.

Non servono sondaggi. Basta domandare agli amici, in particolare a quelli che hanno votato molte volte PD. Si va da un “Ne ho abbastanza di Renzi” a “Non so più chi votare”, a “Questa volta scelgo Grillo”.

Pochissimi i fedeli alla linea, come pochissimi pensano che gli “scissionisti” possano fare qualcosa. Si guarda al tentativo di Pisapia, ma con molto disincanto.

Voti del PD nel solo Comune di Trento
Percentuale Voti assolutiAffluenza
Politiche 200838,026.62883,6
Provinciali 200831,918.92573,8
Europee 200936,318.37958,8
Comunali 201029,814.46060,1
Politiche 201329,119.75280,8
Provinciali 201330,915.69363,0
Europee 201449,124.77456,9
Comunali 201529,613.66654,8
Sì al referendum 201649,032.69877,1

Il PD non regge più, neanche in Trentino, neanche a Trento, sua roccaforte. Come vediamo nei dati della tabella, a Trento il PD ha virtualmente tenuto (in termini di percentuale, non di voti effettivi, calati in maniera inesorabile) fino all’exploit delle europee del 2014, segnato comunque da una bassissima affluenza alle urne. È da lì, cioè dal renzismo, che comincia la frana. Ricordiamo però che, come votanti assoluti, è stato il PD di Veltroni a raggiungere il miglior risultato nella città di Trento. Era il 2008.

Volenti o nolenti la crisi del PD (con o senza Renzi, per colpa o meno di Renzi) è la crisi della sinistra italiana e del centro sinistra trentino. Il referendum del 2016 ha dimostrato che anche Trento può voltare le spalle al centro sinistra.

Poveri elettori!

Che cosa votiamo adesso?”. Nessuno spera più in questo PD. Forse per disperazione lo voterà ancora alle politiche; alle provinciali no. I dirigenti lo sanno, per questo sono in subbuglio. Accusano di disfattismo (in primis i giornalisti) quanti criticano, di avventurismo quanti cercano vie alternative. Intanto restano nel fortino dove attendono di “passà ‘a nuttata”. Si potrebbe notare che, a furia di notti passate, alla fine passeranno anche loro.

Il fatto è che iscritti ed elettori hanno già tentato tutte le strade per un rinnovamento: impegnandosi all’interno del partito, dando fiducia a persone che lo potessero cambiare, minacciando l’astensione, astenendosi, proponendo idee, criticando dall’esterno. Sulle cose concrete: muro di gomma. Sulla corsa alle poltrone: litigi furibondi. Quanto tempo sprecato! Questa classe dirigente del Partito Democratico trentino è irriformabile.

E non sarà l’auspicato PD territoriale a risolvere le cose. Ne abbiamo già parlato nel numero precedente: il PD territoriale serve soltanto per chi ha a propria disposizione personale delle truppe cammellate sempre pronte nei momenti decisivi. Questa potrebbe anche essere la scelta dei democratici trentini. Così si potrebbero accontentare di un 15-20% come ai bei tempi di Dellai: quella posizione di secondo piano che tanto piace a una sinistra incapace di accollarsi vere responsabilità di governo.

All’opposto, chi fa riferimento al gruppo degli scissionisti di Bersani potrebbe creare una propria listina, magari aggregandosi con tutto il pulviscolo della “sinistra radicale”: anche questa sarebbe l’ennesima illusione, segno di chiusura autoreferenziale e di latente disperazione.

Qui ci vorrebbe davvero qualcosa di nuovo.

Quindici anni fa quest’alternativa era rappresentata dal progetto di Vincenzo Passerini e Walter Micheli, chiamato “Costruire comunità”. Chi scrive è stato a suo modo un attore non secondario di quella stagione, finita come sappiamo, cioè con l’esclusione degli esponenti di Costruire comunità dalla lista dei DS che appoggiava il candidato presidente Dellai, intervenuto pesantemente per eliminare i rappresentanti del movimento imponendo quelle esclusioni.

Eppure gli errori maggiori erano stati effettuati, per eccesso di timidezza, dagli innovatori. Bisognava presentarsi subito davanti all’opinione pubblica dicendo: “Noi faremo la lista e sceglieremo con chi stare”. Fuori tempo massimo si scelse invece di non fare una lista autonoma, ma di proporre due candidature da infilare nella lista dei DS. Così ci si ritrovò, anche se indirettamente, a sostenere Dellai che era stato pesantemente criticato nei mesi precedenti. E per lo stesso Dellai fu gioco facile convincere i DS a liberarsi di Costruire Comunità. A causa di questa congenita ambiguità il progetto fallì.

Da allora nessun tentativo simile è più stato messo in campo.

Questa sarebbe l’occasione. La sinistra, o meglio, il centro sinistra, avrebbe bisogno di aria nuova. Lo spazio ci sarebbe. Moltissimi cittadini sono incerti sul voto. L’astensionismo è dietro l’angolo. Qualcuno è già passato a Grillo. Il Trentino avrebbe bisogno di nuove persone, di una nuova cultura politica.

Una bella impresa difficile. O impossibile?

Creare un’organizzazione politica (chiamatela partito, associazione, movimento…..) destinata a concorrere alle elezioni provinciali del 2018, non è un’impresa facile. Ci vorrebbero idee, credibilità, notorietà e poi tempo, soldi, energie fisiche. Soprattutto un’ambizione in grado di spingere a girare il Trentino, a perdere le notti, a incontrare la gente. Con un esito niente affatto garantito. E poi è chiaro che, di questi tempi, moltissime persone intelligenti con esperienza alle spalle, che già hanno dimostrato le proprie capacità, rifuggono completamente l’impegno politico. Troppo stressante, troppo inconcludente. Se guardiamo ai cosiddetti “giovani” (parlo tra quelli in età compresa tra i 30 e i 40 anni), ci accorgiamo che essi devono combattere per la sopravvivenza quotidiana, nel tentativo di inseguire qualche progetto personale o di coppia che riempia l’esistenza.

Altro che fare politica! Se ne avessero la voglia, non ne avrebbero la possibilità concreta. Ed ecco quindi che cercano altri canali per esprimere il proprio consenso o dissenso. La cosiddetta “società civile” sta lontanissima dal Palazzo.

Eppure è nel Palazzo che si prendono le decisioni più importanti.

Ci si ripiega allora sull’esistente. Oppure si disertano le urne. Due atteggiamenti che non condivido. Ma chi ha le forze per cambiare? Forse qualcuno dovrebbe fare un appello come quello che Ernest Shackleton, alla vigilia della sua spedizione in Antartide nel 1914, scrisse su un giornale inglese: “Cercansi uomini per un viaggio pericoloso: bassa retribuzione, freddo pungente, lunghi mesi di completa oscurità, pericolo costante, ritorno a casa incerto”. Molti risposero alla richiesta. Oggi se qualcuno cercasse uomini (e donne) per avventurarsi in politica, probabilmente non troverebbe nessuno.

O forse sì, qualcuno si troverebbe. Piccoli avventurieri, alla ricerca dei lauti vantaggi che la politica indubbiamente offre. E così il sistema continua a peggiorare, avvitandosi su se stesso.

P. S. Questo ultimo paragrafo, che accomuna l’opinione della redazione, è stato scritto sulla spinta di un’urgenza, di un dovere morale, perché non si può restare passivi a fronte della crisi della democrazia che coinvolge anche il Trentino. Ma spazi per un’azione positiva, proprio non se ne vedono.