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Il rapporto Università-Provincia

Giovanni Pascuzzi
Collini

Nelle scorse settimane è rimbalzato agli onori della cronaca il tema dell’imponente credito (più di 200 milioni di euro) che l’Università vanta nei confronti della Provincia. Per la verità abbiamo più che altro assistito sui giornali a un avvilente rimpallo di responsabilità tra attuale e precedente Rettore, tra attuale e precedente Presidente della Giunta provinciale circa il momento in cui è sorto detto credito.

Poco si è detto su come uscire da questa incresciosa situazione. Si cita un piano di rientro a partire dal 2019. Il piano consiste in un paio di lettere inviate dal Presidente Rossi al Rettore Collini, conoscibili perché allegate alla delibera del cda dell’Università che ha approvato il bilancio dello scorso anno.

In realtà tale corrispondenza può essere al più considerata come ricognizione del debito. Non è un piano di rientro che vincoli la Provincia, bensì un documento di intenti di natura politica. Perché si possa parlare di un provvedimento a rilevanza esterna dovrebbe esserci una delibera della Giunta provinciale e il piano di rientro andrebbe inserito nel bilancio PAT da approvare in Consiglio.

Nel dibattito richiamato all’inizio è rimasto assente quasi del tutto (se si esclude un comunicato di poche righe del Presidente) il Consiglio di amministrazione dell’ateneo che avrebbe dovuto impedire il verificarsi di questa situazione e, soprattutto, dovrebbe agire in fretta per mettere le cose a posto. Il Presidente Innocenzo Cipolletta terminerà il proprio mandato tra circa un anno: sarebbe auspicabile che in quel momento la situazione finanziaria risulti chiara e rassicurante.

Le vicende appena narrate consentono di svolgere qualche considerazione più generale.

Esse, infatti, hanno reso evidente, una volta di più, che la delega sull’Università (al di là delle affermazioni di principio altisonanti) è stata solo una puntata della partita finanziaria tra Stato e Provincia ed è servita a quest’ultima, proprio attraverso il meccanismo dei crediti accumulati nei confronti dell’Ateneo ma anche di altri enti del “sistema provinciale”, a rendere meno rigido il patto di stabilità interno.

Rossi

Più in generale, si ricorderà che nel 2010 la Provincia scelse la delega sull’Università, insieme a quella sugli ammortizzatori sociali, per non versare allo Stato i 100 milioni che in quel momento lo Stato chiedeva (nella logica: non ti do i soldi, ma pago io quello che dovresti pagare tu).

Anche l’Università ovviamente ha guadagnato qualcosa. Potendo valersi del patto di stabilità provinciale ha goduto, ad esempio, di un turn over meno rigoroso rispetto a quello che lo Stato ha riservato alle altre Università.

Nulla di veramente strategico, quindi. Semplicemente perché, per effetto della delega, l’Università di Trento può fare ben poco di diverso da quello che possono fare le altre università italiane.

Occorre un cambio di prospettiva.

Vorrei essere chiaro su un punto, ribadendo un concetto che ho espresso più volte. Non si può che essere grati ad una Provincia che investe in formazione e ricerca come la Provincia di Trento.

Sono sbagliati gli strumenti. Soprattutto è sbagliata la delega. E il discorso non vale solo per l’Università. Ad avere il fiato corto è l’idea invalsa negli ultimi lustri secondo cui si è autonomi solo se si accumulano competenze (anche quando avere una competenza significa, per la Provincia, fare il mero ufficiale pagatore perché le regole le detta comunque lo Stato).

Il rapporto con l’Università andrebbe ripensato in una logica di più ampio respiro. L’Ateneo sembra invece caduto nel torpore (forse proprio a causa di quella delega infelice). Tranne qualche professore e qualche sparuto gruppo di studenti, nessuno parla. E invece l’Università dovrebbe alimentare il dibattito pubblico, recuperando la pluralità delle voci, rivendicando l’autonomia nel rispetto delle altre autonomie, formulando proposte di largo respiro e non singoli pareri professionali retribuiti. Per disegnare il proprio futuro e quello della comunità che la ospita.

Giovanni Pascuzzi è ordinario di Diritto privato comparato all’Università di Trento.