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La piazza strumento di autodifesa dei boss locali

Ospedale di Fiemme: la massiccia mobilitazione popolare contro la chiusura del punto nascite e la strumentalizzazione di chi ha delle responsabilità in questa situazione

Nelle valli dell’Avisio mai si era assistito a una mobilitazione popolare tanto vasta, incredibile. All’ufficializzazione della chiusura definitiva del punto nascite dell’Ospedale 1.000 persone si sono ritrovate il 10 marzo a manifestare (vedi box sotto) nel piazzale dell’ospedale. Solo una settimana dopo, 1.500 persone, stipate nel Palacongressi e nella piazzola sottostante, in una domenica pomeriggio, hanno seguito l’illustrazione dei passaggi istituzionali che hanno portato alla demolizione della funzionalità dell’ospedale di periferia.

Una simile mobilitazione dimostra che la gente non è lontana dalla politica, che è capace di esprimere energia e idealità. Se i politici vogliono trarre una lezione da quanto è avvenuto hanno trovato una risposta chiara: la gente è stanca della politica intesa come gestione del potere, dei giochi delle parti; pretende invece obiettivi, coerenze e concretezza.

Valli e città: l’incomprensione

La chiarezza e la coerenza non sono emerse dall’incontro al Palacongressi. L’assessore alla Sanità Luca Zeni è salito in valle ben attrezzato. Accanto a lui il direttore dell’Azienda sanitaria e Gianfranco Jorizzo, coordinatore nazionale del Comitato percorso nascita del Ministero della salute. Questi hanno impostato il confronto sul tema della sicurezza, sui numeri, sulla mancanza di medici pediatri e anestesisti. Certamente non hanno compreso la situazione, visti i paragoni che hanno fatto per dimostrare le loro ragioni, ad esempio parlando della sicurezza dei voli aerei!

Risultato: fischi e urla. Evidentemente l’assessore Zeni non ha compreso, da cittadino qual è, che cosa significhi vivere in una valle distante dal centro. Cosa voglia dire arrivare, per patologie minime o per un parto, in un ospedale come il Santa Chiara, da tempo incapace di offrire servizi di qualità: sono sempre più frequenti infatti le testimonianze di cittadini di Fiemme e Fassa che vengono trasportati a Trento e qui sbrigativamente inseriti in camerate stracolme, in presenza di personale ridotto ai minimi termini; e dover stare in stanze con ricoveri misti e con accanto pazienti magari appena operati. In più occasioni dei malati sono stati rispediti in valle dopo ricoveri inadeguati alla gravità del caso e con medici che esplicitamente riferiscono di dover liberare il più possibile posti letto per sopravvenute emergenze più gravi. Da quando si è intensificata la politica dell’accentramento sanitario sui due poli, Trento e Rovereto, i due ospedali scoppiano.

Queste non sono responsabilità riconducibili alle decisioni del Governo e della ministra della salute Lorenzin: queste scelte ricadono tutte sulla Azienda sanitaria trentina e sui politici che l’hanno guidata in questo ultimo decennio, partendo dall’attuale governatore Ugo Rossi.

Il colpo mortale alle periferie è stato inferto dalla decisione di limitare l’uso delle sale chirurgiche dalle ore 8 alle 18. In questa situazione è ovvio che giovani anestesisti o pediatri rifiutino la sede di Cavalese per lavorarvi, ed è conseguenza logica che ogni minima emergenza venga trasferita a Trento.

Il miraggio del nuovo ospedale

Nella impressionante assemblea di domenica 19 marzo l’assessore Zeni, affiancato dai politici e sindaci locali, ha nuovamente illustrato la prospettiva della costruzione del nuovo ospedale, che dovrebbe costare 32 milioni di euro. Come abbiamo scritto due mesi fa, è difficile credere a una simile prospettiva quando da un decennio si evita di intervenire, dopo urlate promesse, perfino sulle ristrutturazioni più immediate dell’ospedale.

Da mesi Gilmozzi promette il progetto e ancora non si è visto nulla. E ogni mese trascorso toglie credibilità al servizio offerto da questo ospedale: un pronto soccorso privo di spazi vivibili perfino nell’ordinaria amministrazione, una riabilitazione inefficace che costringe i locali a ricorrere alle cure privatistiche, posti letto ormai dequalificati e ad ogni ricovero la minaccia di essere trasferiti a Trento o ancora più lontano.

Zeni non ha ancora capito: al di là della vicenda sanitaria questo è uno scontro dal contenuto politico: una volontà accentratrice di servizi imposti in una città, Trento, ormai priva di spazi vitali; città contro periferie. L’assessore non ha nemmeno compreso, nonostante mille sollecitazioni, che togliere professionalità elevate dalle valli significa accentuarne l’impoverimento culturale e impoverire l’offerta di lavoro riducendola al solo ambito del turismo e del commercio. Arriverà il momento che anche questi settori, privati di servizi essenziali, scoppieranno.

Chi vive in città non comprende quanto siano pesanti i trasferimenti, non solo dei pazienti, ma anche dei parenti, e quali problemi comportino nelle famiglie. Problemi di costi, di tempi, di sicurezza. Chi vive in città non comprende quanto sia importante per il paziente avere vicini i suoi cari.

Il piede in due scarpe: un capolavoro politico

Trent’anni fa lo scontro a difesa dell’Ospedale di Fiemme era sostenuto da forze politiche che poi hanno portato, in tutta la valle, alla sconfitta della Democrazia Cristiana. Oggi il “Comitato Parto per Fiemme” annulla ogni differenziazione politica e sociale, impone una adesione alla sola lotta per il servizio nascite e rifiuta ogni analisi politica e sociale, ogni responsabilità dei diversi attori istituzionali. C’è un solo nemico, il Partito Democratico e gli assessori che esprime. In questo il Comitato è spalleggiato dai sindaci, che fanno diretto riferimento alle forze politiche che governano a Trento e che quindi hanno imposto il ridimensionamento dell’Ospedale, dal PATT all’UPT. Non è casuale come in alcuni comuni i sindaci, tutti ricadenti nell’area Gilmozzi, impediscano il confronto nei consigli comunali.

Cavalese ne è l’esempio più eclatante. Per il sindaco Silvano Welponer non era accettabile sentirsi chiedere, da parte delle minoranze, come sia potuto accadere che una valle che esprime i migliori consiglieri provinciali e i migliori sindaci abbia perso una simile battaglia. Alle opposizioni è stato imposto il silenzio: lo stesso sindaco interviene sulla stampa per dire a questi consiglieri di fare proposte, ovviamente dopo averli zittiti. Ma se a questi è stata impedito perfino di esprimere una opinione, quali strumenti sono stati offerti ai cittadini perché possano rendere esplicita la loro progettualità?

In valle di Fiemme sindaci e politici provinciali sono riusciti a imbavagliare il dissenso, portando sul loro carro di governanti perfino la piazza dissenziente. Un capolavoro politico. Del resto lo conferma l’attore della protesta, Alessandro Arici, secondo il quale, per fortuna, in valle ci sono politici come Mauro Gilmozzi e Piero Degodenz, area UPT o quello che del fu partito rimane, che li sostengono. Dimenticando che a Trento sono complici silenti delle scelte di Zeni e di Rossi.

Mentre si assisteva al duro confronto della popolazione con politici e tecnici, fra le fila dei presenti emergevano due domande. Una prima tecnica: perché si è dato vita a una impresa tanto costosa come protonterapia in un territorio così scarsamente popolato, e con un dilettantismo, un pressappochismo che definire incosciente è poco? E l’altra, più complessa: che significato ha la nostra autonomia se questa classe politica non è nemmeno in grado di gestire una risposta alla domanda di cura e salute che rispetti i canoni della qualità e dell’equità dei cittadini?

Siamo in presenza di una Autonomia solo clientelare, chiesta e sostenuta per autogestire (controllare) tutto, perfino la giustizia, e per permettere, come avviene in Commissione dei 12, la caccia alle marmotte o la demolizione del Parco nazionale dello Stelvio?

La protesta affidata ai giullari

Nel pomeriggio del 10 marzo nel piazzale antistante l’Ospedale di Fiemme si stavano radunando centinaia di persone. Come giornalista mi sono presentato in anticipo, per poter raccogliere il pensiero più diretto dei presenti. Mentre parlo con un gruppetto di persone e si diceva che il problema non era tanto il punto nascite, ma la dequalificazione complessiva dell’ospedale e le responsabilità dirette su quanto avveniva dei politici locali, sul gruppo si avventa l’assessore provinciale Mauro Gilmozzi.

Il bersaglio sono io. Mi attacca con una violenza verbale inusitata, inconcepibile, sbracciando e urlando. Questi i concetti che ha urlato

mentre al seguito aveva il gruppo dei suoi fedeli sindaci e amministratori locali: “Siete voi del PD (ma si è scordato l’assessore chi da anni sta al tavolo di giunta con il PD? Dove sta la sua coerenza? E quando mai io avrei votato PD?, n.d.r.) ad aver causato questo. Basta demagogia, siete populisti, vai da Zeni a spiegare e non in questa piazza!”.

Ovviamente all’assessore deve essere andato di traverso il precedente servizio comparso su Questotrentino. L’avevo conosciuto come persona più astuta e rispettosa del pensiero diverso...

Poco dopo inizia la manifestazione e si comprende anche la precedente piazzata assessorile. Il conduttore, l’attore Alessandro Arici, appena salito sul palco, precisa subito che “si tratta di una manifestazione senza colori politici…nessuno è autorizzato a presentarsi con cartelli che non siano quelli predisposti dagli organizzatori”. Infatti il palco viene gestito da lui solamente e vi salgono persone accuratamente scelte. Una regia perfetta, escludente.

Ma la politica non rimane assente. Ogni potere, quando è in difficoltà, si rivolge al popolo attraverso i giullari, i temi vengono affrontati con la dovuta leggerezza, si individua un nemico, lontano (Zeni e l’Azienda), vi si scherza anche con pesantezza e si elogiano i potenti locali.

Gli eroi della difesa dell’Ospedale sono quindi emersi a forza e sostenuti con monologhi ampollosi: Piero Degodenz, un autentico paladino, un combattente. Mauro Gilmozzi, che tanto si è dato da fare, ma attorno a sé, poverino, ha il vuoto. E i sindaci locali, la Magnifica Comunità di Fiemme, attori che si sono svegliati a situazione irrecuperabile. Eroi intelligenti, preparati e sensibili, anche questi.

La piazza è stata così tutta omologata dalle indubbie capacità oratorie dell’attore. Del resto per vincere bisogna rimanere uniti - questo il filo conduttore - e ogni variante di pensiero va quindi emarginata. Per scaricare responsabilità proprie il potente, da sempre, si affida al gioco di un capace giullare. La piazza dell’Ospedale e la riunione del Palacongressi sono stati funzionali a un solo obiettivo: non perdere il consenso locale da parte dell’UPT. Contro il PD.

Il messaggio del gioco è comunque chiaro: chi agita la piazza fa il gioco dello stesso decisore politico che sta togliendo funzionalità all’intero ospedale.

L’esatto opposto di quanto avvenuto alla fine degli anni ‘80. Ma allora Gilmozzi era schierato contro la DC.