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Alberto Zedda: “Il mio Rossini”

Un’intervista inedita al grande musicologo recentemente scomparso

Daniele Valersi

All’età di 89 anni è recentemente scomparso a Pesaro Alberto Zedda, celebre direttore d’orchestra, pioniere nella musicologia, indimenticabile didatta; con il suo lavoro sulle partiture rossiniane è stato il protagonista principale della “Rossini renaissance”. Molto legato al Trentino, alpinista appassionato, possedeva una casa a Bellamonte; in qualità di direttore d’orchestra e di direttore artistico del Rossini Opera Festival di Pesaro aveva intrattenuto una proficua collaborazione, coronata da riconoscimenti internazionali, con l’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento. Pubblichiamo parte di una sua intervista inedita.

Rossini è stato a lungo vittima di stereotipi e luoghi comuni, conosciuto solo per il “Barbiere di Siviglia”. Può illustrare qualche aspetto saliente della sua riscoperta?

Per un lungo intervallo di tempo l’unica opera a venire rappresentata è stato il ‘Barbiere’, ma la vera rivoluzione rossiniana consiste nel teatro drammatico: in quello comico i problemi sono soltanto sfiorati. Tuttavia anche le opere comiche sono fin troppo intelligenti per poterle definire solo ‘buffe’: il conte d’Almaviva ha spessore, non è solo uno stereotipo; don Bartolo non è certo un imbecille e Don Basilio è un consigliere occulto: guai a farlo diventare una macchietta.

Rossini

Il silenzio ha cominciato a infrangersi a partire dal 1969, con l’edizione critica del ‘Barbiere’ (curata da Alberto Zedda, n.d.r.); tuttavia i pregiudizi restavano e anche musicologi illustri, come un Massimo Mila, ne sono stati vittime.

Io e Mila non ci amavamo. Lo stimavo come uomo di pensiero, come scrittore, per la sua estrema rettitudine morale; eravamo anche politicamente vicini, ma nei confronti di Rossini era chiuso. [...] Era convinto che le fioriture rossiniane fossero solo accessori, mentre invece sono il discorso stesso: questo Mila non l’aveva capito. La sua forza era una formazione filosofica solida ma tradizionale (Hegel, Croce); per i miei interventi nei convegni di studi mi considerava un po’ come un venditore di fumo. [...]

I critici si sono fatti ingannare dalla forma, che, in effetti, è una forma antica: si manifesta in brani chiusi e nell’estetica degli affetti, che sono caratteristiche del canto barocco. Però, con questi ingredienti antichi, Rossini ha versato una musica rivoluzionaria, nuova. Su Rossini, inteso come musicista puro, si potrebbe avere qualche riserva se, ad esempio, con quegli ingredienti avesse composto sinfonie e quartetti, ma non l’ha fatto. La sua musica è nata nel teatro e per il teatro, le novità che vi ha portato, apprezzate e comprese nel nostro tempo, sono una serie di caratteri culturali: ambiguità, ironia, nonsense, il senso del gioco, astrazione, il discorso traslato (cioè portato attraverso le situazioni, mai come discorso diretto), la metafora, la follia. Sono tutti elementi tipici del teatro contemporaneo ma non certo di quello romantico, che non ammette ambiguità”.

La riscoperta di Rossini è passata anche attraverso un lavoro filologico rigoroso sulle partiture.

Il testo musicale rossiniano è un testo aperto, che persegue un traguardo espressivo ed è il filologo che ne insegna i confini; per noi, oggi, anche cambiarvi delle note è fare filologia. Quando si capisce che cosa Rossini voleva esprimere con quel segno, bisogna avere il coraggio di cambiarlo per ottenere un risultato conseguente alla volontà dell’autore, di lavorare anche in funzione degli artisti che abbiamo a disposizione. Se il cantante, con quel determinato segno, non funziona, bisogna avere il coraggio (e gli strumenti culturali adeguati) di intervenire, poiché la musica di Rossini si concretizza in gesti teatrali, non in musica pura. Se cambiando due note il gesto viene meglio, io le cambio.

È il concetto di variazione, la pratica degli ‘accomodi’ all’epoca diffusa: la parte veniva ‘accomodata’ per la voce che l’avrebbe cantata; si tratta di cambiare il testo per rispettarlo, un po’ come avviene per la musica contemporanea detta ‘aleatoria’. [...]

Il vero interprete rossiniano è libero, ma questo non rende affatto il suo compito più facile rispetto a una musica dove tutto è predefinito, anche nei dettagli. È stimolante anche per il pubblico, che partecipa in forma creativa e non indulge alla pigrizia. La reinterpretazione del testo rossiniano gli assicura la contemporaneità continua, ne modernizza la lingua e la rende viva. Finché tutto questo era solo teoria si limitava a essere un’opinione autorevole; ora, con la pratica, è diventato una realtà”. ?

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