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“Emigranti” & “Tempo orfano”

Emigrazione e ricerca della libertà

“Emigranti”

In marzo, ariaTeatro ha portato sulla scena il fenomeno attuale e complesso della migrazione attraverso due delle ultime produzioni: “Emigranti” e “Tempo orfano”. Aver rivisto nel giro di una settimana due spettacoli così affini per tematica, eppure così differenti per natura, costruzione e svolgimento, consente di prenderli in esame entrambi e di metterli a confronto.

Per quanto riguarda “Emigranti” (Teatro di Pergine, 2 marzo), dopo il debutto a mezzo palco della scorsa stagione, si trattava di una ripresa per un pubblico frontale. Giuseppe Amato ha messo in scena un classico contemporaneo scritto nel 1974 dal polacco S?awomir Mro?ek. Protagonisti del dramma sono due personaggi senza nome (indicati come AA e XX), di provenienza imprecisata e opposti per cultura ed estrazione sociale, speranze e stile di vita, ma costretti a condividere un sottoscala mal arredato. Il nocciolo dello spettacolo è nella parola, nel confronto-scontro tra due caratteri grotteschi eppure molto umani, cui Andreapietro Anselmi e Denis Fontanari danno corpo con espressività e padronanza. L’uno è un incolto operaio che svolge un lavoro pericoloso per la sua salute, e intende risparmiare per garantire una vita migliore alla famiglia rimasta in quella patria in cui – dice – anche lui un giorno farà ritorno. L’altro è un ironico intellettuale socialista scomodo al regime che si fa scudo della sua cultura, e ha deciso di studiare il compagno vedendo in lui l’esemplare perfetto dello schiavo che non aspira alla libertà. Il secondo fugge da qualcosa, il primo verso qualcosa.

Per quasi tutto lo spettacolo il personaggio con più forza appare l’intellettuale, sicuro com’è che l’operaio non saprà affrancarsi dalla sua condizione di schiavitù, nella fattispecie dal denaro. Il finale invece rompe la sostanziale staticità, con XX che straccia i soldi che aveva fin lì accumulato. Così facendo, si libera sì dalla dipendenza dal denaro, ma getta AA nella disperazione, dato che ha appena avuto la dimostrazione che anche lo “schiavo modello” può avere rigurgiti di libertà. La situazione dunque si ribalta, con AA incapace di reagire e XX che invece cerca una via di fuga per trovare, forse, la sua emancipazione. L’onirica scena finale non dà risposte: se l’emancipazione di XX sia reale o fugace, è lasciato all’interpretazione del pubblico.

“Tempo orfano”

Se il dramma di Mro?ek affronta il tema dell’emigrazione e dello sradicamento con amarezza e disincanto, “Tempo orfano” sceglie di raccontare le tragiche peregrinazioni di chi è costretto ad abbandonare il proprio Paese. Si trattava di un debutto ufficiale (Trento, Teatro Portland, 10 marzo) per il progetto di cui Chiara Benedetti è autrice, regista (con l’aiuto di Marisa Grimaudo) e attrice.

Il testo è nato da testimonianze di emigranti giunti da pochi anni in Italia, tasti delicati di persone reali e viventi, e per questo da maneggiare con cura. “Tempo orfano” narra le peripezie di un uomo che cerca tenacemente la libertà. Un uomo, un poeta di sinistra, un cuore inquieto obbligato a lasciare da esule il Marocco per questioni politiche, rifugiatosi in Libia dove c’è opportunità di lavoro ma anche razzismo fra tribù, fino a tentare con speranza il viaggio verso l’Italia, dove si guadagna da vivere facendo da badante ad un anziano affetto da demenza senile, a cui racconta idealmente la sua odissea.

Chiara Benedetti si fa sia narratrice che interprete della vicenda di Adam. Anche se forse il pronunciato accento straniero fa pensare più a una donna dell’est europeo piuttosto che a un uomo africano, non si può non rilevare come l’attrice abbia fatto propria la storia di altri e l’abbia resa con verità, credibilità e – soprattutto – trasporto emotivo. La narrazione in più punti è intervallata da momenti di silenzio e musica (la colonna sonora originale di Luca Vianini fa visualizzare i deserti arabici e crea un immaginario da Odissea), danza e poesia (di Mostafà Souikika). Variazioni sul tema che, impreziositi dall’intenso disegno luci di Federica Rigon, danno forma a immagini impattanti, dove il tempo è come sospeso.

Si tratta visibilmente di due spettacoli molto diversi, oltre che per il modo di trattare l’argomento, per il lavoro teatrale necessario: l’uno, partendo già da un testo ben scritto, molto basato su un’interpretazione efficace; l’altro, bisognoso di una sensibilità sempre vigile per reggere il fragile equilibrio tra vita e rappresentazione. Dei punti di contatto tuttavia emergono con evidenza, due in particolare.

Il primo riguarda il concetto di “emigrante” come “umano in viaggio”: per ariaTeatro la condizione di emigrante è universale, intrinseca ad ogni essere umano in una terra non propria. In seconda battuta, la compagnia perginese affronta il vasto campo della ricerca della libertà. Sia dal finale di “Emigranti” che da “Tempo orfano” pare di cogliere il messaggio che la condizione di libertà può esistere, ma è terribilmente fragile e va cercata con coraggio, speranza e tenacia.

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