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Gli impudenti

Pungolato dall’intervistatore in merito alla fallita speculazione al quartiere delle Albere, Lorenzo Dellai, che del pasticciaccio è stato l’artefice politico, così risponde sul Corriere: “Per me invece è un esempio di dinamismo dell’ente pubblico, perché quell’area sarebbe potuta finire al centro di interventi esclusivamente edilizi”.

Dalpalù

Ora, a un politico in declino, che si sbraccia nel tentativo di riemergere, si possono perdonare tante cose: ma non quella di falsificare spudoratamente la realtà. E allora a Dellai ricordiamo che l’area ex-Michelin non correva nessun pericolo di finire in mano a brutali palazzinari: era classificata area per insediamenti industriali e spettava al Comune, di cui lui era sindaco, cambiarne, eventualmente, la destinazione e stabilirne gli indici edificatori. Anzi, c’è di più. L’area era stata offerta al Comune, e se lui non avesse avuto la pensata di passare la prelazione ad una cordata di poteri forti per farci sopra la loro speculazione, la conclusione più logica sarebbe stata una pubblica acquisizione, come peraltro la città si aspettava: casualmente, a seguito di dati venuti solo ora in nostro possesso, a pagina 20 possiamo spiegare proprio come quella soluzione sarebbe stata di gran lunga più conveniente per l’ente pubblico e per la città, in termini di vil denaro del contribuente, oltre che di coerenza urbanistica. Ma il nostro ex-sindaco ed ex-presidente non si assume le proprie responsabilità e preferisce confondere le acque.

Vogliamo segnalare anche alcune interviste di Renato Dalpalù. Presidente del Sait dal 2010, dovrebbe essere responsabile dell’attuale tracollo: 130 licenziamenti, famiglie cooperative che se ne vanno sbattendo la porta (anzi, pagano per potere abbandonare il consorzio), tutta una serie di operazioni immobiliari in grave perdita, tra cui anche quella tra la Famiglia Cooperativa Primiero e la Btd Servizi Primiero (fallita, di cui Dalpalù era il dominus). E questo in una situazione in cui i diretti concorrenti, Poli e Dao, conquistano quote di mercato e si ingrandiscono. Bene, in questa situazione Dal Palù che fa: si dimette? Dice ho sbagliato, avanti un altro? Ma no, suvvia! A ogni intervista predica sui sacrifici che debbono affrontare i lavoratori (“I tagli sono necessari per vivere”) ma mai che dica perché questi dovrebbero farsi sacrificare quando chi evidentemente per 7 anni ha sbagliato tutto, resta imperterrito al proprio posto.

Ma forse il record dell’impudenza lo registra Giovanni Di Benedetto, il presidente di Itas, su cui ampiamente ci diffondiamo nella cover story da pagina 8 in poi. Arrivato alla soglia di fine mandato, che spira nel 2018 e statutariamente non è rinnovabile, all’imminente assemblea della Mutua spunta – voilà! – una modifica statutaria che gli permetterebbe di farsi un quarto e anche un quinto mandato, per poter rimanere presidente fino alla veneranda età di 80 anni. Intervistato da L’Adige risponde: “Chiariamo una cosa: le proposte della modifica dello Statuto non vengono dal cda”, cioè non le ho chieste io. Figuriamoci! Per continuare con la farsa, Di Benedetto prosegue: “Non è come il caso del quarto mandato di Schelfi” - che difatti è passato alla storia come grottesco attaccamento alla poltrona.

E dove starebbe la differenza? “La scelta è dei delegati, non del cda” precisa l’impudente; come peraltro faceva Schelfi, che spergiurava che la modifica dello Statuto non era pensata per lui, ma per il futuro... Naturalmente poi in assemblea Di Benedetto si batte come un leone – lui, che non c’entra niente – perché la modifica passi. Ma gli va male.

Questi tre casi sono caratterizzati da un dato comune: la mancanza di responsabilità. Siamo di fronte a una classe dirigente – o ad essere ottimisti, a una sua rilevante porzione – assolutamente impudente. Attaccata alla poltrona con le classiche ventose (immagine populista?), parla senza la minima dignità. Incurante del ridicolo, stravolge la realtà, si ritiene autorizzata a dire tutto e il suo contrario, mostrando un totale disprezzo verso i cittadini, su cui si può riversare qualsivoglia sciocchezza.

Forse in questo campo Donald Trump ha fatto scuola. Ma Trump si ritrova comunque a parlare dal piedistallo che gli hanno eretto i milioni che (peraltro stoltamente) vedono in lui il riparatore delle ingiustizie sociali di cui soffrono. Ma Dellai, Dalpalù, Di Benedetto, in nome di chi parlano a vanvera? In nome di ristretti gruppi castali: l’entourage di un politico declinato, parte della casta cooperativa, i beneficiati da una discutibile gestione di una Mutua.

Confidiamo che questo non basti. Senza nessuna cattiveria per le persone, ma come espressione di un minimo di senso della democrazia.