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La “doppiezza” di Ugo Rossi

Ugo Rossi e Arno Kompatscher

Nel corso di un dibattito tra Ugo Rossi e Arno Kompatscher, avvenuto l’11 aprile scorso, il Presidente della Giunta della provincia di Trento si lasciava andare ad amenità di varia sorte, passando dalla difesa del suo operato (e ci mancherebbe) ad esternazioni sul proprio futuro. Ogni tanto Rossi dava i numeri – cioè citava cifre e dati – spalleggiato dall’assessore Dallapiccola che, come uno scolaretto, confermava, seduto tra il pubblico, la veridicità delle affermazioni dell’amico Ugo. Il quale, da buon autonomista, non poteva non lisciare il pelo della base nostalgica tirolese, invidiando Kompatscher – rivelatosi ancora una volta meno austriacante del collega trentino – perché in Alto Adige c’è il partito di raccolta, e lanciandosi in una descrizione del Trentino da far balzare sulla sedia.

Al termine di una dignitosa risposta al quesito sul perché le imprese trentine vanno peggio di quelle sudtirolesi, Rossi passava alla solita esaltazione dell’Autonomia (“uno strumento straordinario”), affermando solennemente che occorre “valorizzare la storia duplice, l’identità duplice [del Trentino, n.d.r.]. Siamo doppi. Non siamo né tedeschi né italiani. Siamo sia tedeschi sia italiani. Siamo doppi”. Poi aggiustava un pochino il tiro: “Siamo il lato italiano delle Alpi, un pochino più italiano del loro [riferendosi agli altoatesini]... Il mio sogno è quello che gli Schützen e gli Alpini possano festeggiare insieme”. Applausi in sala.

Ora si possono considerare queste parole alla stregua delle abituali affermazioni retoriche tipiche di una certa politica trentina. Ma che noi non siamo né italiani né tedeschi (almeno austriaci?) è una valutazione ridicola, smentita dalla storia stessa e comunque lontanissima dalla percezione della gente comune. I trentini si sentono italiani, si sono da sempre sentiti così. L’equidistanza tra Schützen e Alpini, tra Andreas Hofer e gli illuministi roveretani, tra i caduti austroungarici e quelli italiani, è un arbitrio bell’e buono divulgato in questi ultimi anni da una ricostruzione storica fallace e ambigua – e soprattutto al servizio di una parte politica ben definita.

Caro Presidente, lasciamo la “doppiezza” ad altri, dato che non è certo una virtù di cui vantarsi.

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