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Pesticidi: un passo avanti e due indietro

Atomizzatori e pesticidi anche a zero metri dalle case: i Comuni si sottomettono alla Provincia

Sergio Deromedis
Trattamento con pesticidi di un seminativo, dove la deriva di pesticidi è quasi nulla.

La sensibilità – e le evidenze scientifiche – sui danni provocati alla salute dai pesticidi usati in agricoltura, hanno recentemente portato a provvedimenti interessanti. Per la prima volta in Italia è stato istituito un quadro normativo per l’uso sostenibile dei pesticidi con un Decreto Legislativo del 2012, in ottemperanza alle direttive comunitarie. Esso prevede principalmente il divieto dell’irrorazione aerea (in Trentino per fortuna non si usa) e la “difesa integrata” obbligatoria dal 1° gennaio 2014. A partire da questa data la difesa integrata, che consente la produzione di colture che perturbino il meno possibile gli ecosistemi agricoli e promuovano i meccanismi naturali di controllo fitosanitario, è diventata obbligatoria in tutta Europa facendo diventare questo metodo lo standard minimo di produzione, e non più una certificazione volontaria.

Questo è un campo in cui c’è molto da lavorare. Infatti se per l’Italia l’obbligatorietà della difesa integrata è un passo importante, per il Trentino no, in quanto tale metodo è in uso da oramai quasi 30 anni. Solo che l’esperienza trentina dimostra come le metodologie di difesa integrata attuate non abbiano raggiunto gli obiettivi: le perturbazioni degli ecosistemi, agricoli e non, sono rimaste comunque elevatissime. Basti pensare ai circa 20 corsi d’acqua contaminati da pesticidi, di cui 9 in Val di Non.

La legislazione nazionale, poi, nel gennaio 2014 ha adottato un Piano di azione nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari, che prevedeva tra l’altro delle azioni concrete per la riduzione dei rischi derivanti dall’uso di tali prodotti nelle aree frequentate dalla popolazione. Le misure previste, in quanto valgono per le situazioni agricole più diverse, sono misure di minimo, che possono essere rese più restrittive dalle autorità locali, quali Provincie e Comuni. Ad esempio, il rischio di dispersione dei pesticidi usati nei seminativi è meno grave che nei frutteti, in quanto nel primo caso il numero dei trattamenti è minore e i pesticidi vengono “sparati” verso il basso, mentre nei frutteti i pesticidi vengono diretti verso l’alto e l’esterno, oltre ad essere in numero decisamente maggiore. (vedi le foto). Questo a livello nazionale. E in Trentino?

La Provincia di Trento si è mossa con due delibere, l’ultima delle quali (la 228 del 2017) risale a poche settimane fa. Di fatto ci si è allineati alle misure minime previste nel Piano nazionale, prevedendo in prossimità di abitazioni una zona di non trattamento coi pesticidi più pericolosi larga 30 metri e riducibile a soli 10 nel caso siano adottate misure contro la cosiddetta deriva, come ad esempio barriere, lance a mano, ugelli antideriva, ecc., e questa è una cosa positiva; e, per i pesticidi meno pericolosi, tale zona è riducibile a zero metri nel caso di atomizzatori a tunnel, lance a mano o atomizzatori con contenimento della deriva.

Trattamento di un frutteto dove la deriva è stimabile nell’ordine di 50-100 metri.

Questi limiti però costituiscono un grave peggioramento rispetto alla situazione preesistente (regolata da una delibera del 2010), dove le deroghe concesse dai Comuni nel caso di atomizzatori antideriva raramente venivano concesse sotto i 30 metri, con alcuni Comuni che avevano stabilito fasce di rispetto più elevate, dell’ordine di 50 metri. E nonostante queste misure, le contaminazioni da pesticidi sull’ambiente (acque, orti, giardini) e sulla popolazione) sono risultate molto elevate.

Insomma, la recente normativa rischia di essere un bel passo indietro. Anche perché ci sono tutta una serie di altri problemi, a partire dal fatto che le misure proposte sono difficilmente controllabili, o non lo sono proprio.

A questo punto la patata bollente è passata ai Comuni, che in base all’art. 1 della delibera “possono approvare, con proprio regolamento, misure integrative o aggiuntive rispetto a quelle previste, per assicurare un maggiore livello di tutela sul loro territorio”. Purtroppo l’atto di responsabilità sperato nei sindaci di alcuni Comuni della valle di Non, specialmente in quelli di Romallo e di Ville d’Anaunia, guidati da primi cittadini giovani, non c’è stato: essi hanno semplicemente adottato le linee guida provinciali, senza alcuna misura aggiuntiva nemmeno sugli orari o sulle attività di informazione della popolazione (obbligatorie per la legge nazionale), nonostante la grave situazione ambientale, sanitaria e di qualità della vita in prossimità delle aree agricole intensive e gli appelli dei cittadini. Quindi l’opportunità per il Trentino di poter diventare tra le prime province al mondo libera dai pesticidi, adottando un modello di agricoltura realmente pulita quale quella biologica o biodinamica, è per il momento sfuggita. Si spera che almeno gli altri sindaci trentini siamo più avveduti.

Sergio Deromedis (Comitato per il Diritto alla Salute in Val di Non)