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“Trento Film Festival 2017: Il rito e il miracolo”

Prime proiezioni in un sabato pomeriggio assolato (con mini ponte che comprende lunedì) dopo una settimana di pioggia e tutte le sale sono esaurite. Un fiume di gente a vedere film, corti e documentari tutt’altro che spettacolari, almeno secondo l’accezione più classica di fiction d’intrattenimento. Miracolo!

Ci ho pensato. Secondo me la gente, in linea con le tendenze contemporanee, più che a vedere film va al Festival. Cioè vuole partecipare all’evento, che così, di anno in anno, diventa sempre più popolare: ci vanno tutti, andiamo anche noi, mica possiamo perdercelo.

Si può obiettare che il sensibile popolo trentino sia molto vicino alle tematiche di montagna, natura, ecologia, avventura, temi sociali… È così, ma il rito si ripete con il Festival dell’economia, e anche qui la sensazione è che piace partecipare, magari ancor più che sapere, conoscere, approfondire. Insomma, siamo un popolo sensibile ai riti, alle mode, oltre che composto da una maggioranza di pensionati con molto tempo libero e molte cose da dirsi, specialmente in sala durante le proiezioni.

Ma tutto questo è un discorso da cinefilo snob abituato ad anni di crisi e sale vuote, in cui mi compiacevo di sentirmi libero e signore.

“Santoalla”

Libero e signore come dovevano sentirsi anche gli ultimi abitanti del paese di San Eulalia in Galizia, al nord-ovest della Spagna. Una famiglia di quattro agricoltori, genitori e due figli maschi di cui uno ritardato mentale, raccontati nel documentario “Santoalla” degli statunitensi Daniel Mehrer, Andrew Becker. Prima soli e isolati e poi, agli inizi del duemila arrivano, Martin e Margo, una coppia di attivisti e ambientalisti olandesi che si insediano nel villaggio per vivere in autonomia lontano dalla società dei consumi. Nei primi tempi va tutto bene, ma poi iniziano i problemi, la gelosia, il senso di minaccia alle proprie tradizioni, quindi un crescendo di ostilità che sfocia nella misteriosa scomparsa di Martin. Margo affronterà con coraggio e determinazione una lunga odissea giudiziaria per cercare di arrivare alla verità.

Insomma, più si è isolati e più ci si sente padroni ed è difficile accettare gli altri, ancor più se diversi. Questo sembra dirci il film, da una parte; dall’altra insinua anche che le utopie individualiste possono trasformarsi in drammi nello scontro con realtà territoriali e umane mal valutate. Un mondo apparentemente idilliaco può insomma diventare un incubo, una volta smossa la superficie. Una storia vera per un documentario decisamente originale, ricco di immagini reali girate dai protagonisti, ma che nello sviluppo prende pieghe di pura fiction thriller.

Altro doc in concorso è “Life in four Elements” di Natalie Halla, che ritrae una apneista, un pompiere, uno speleologo e un saltatore di base jumping. Quattro esseri umani e relativi elementi (acqua, fuoco, terra, aria) ai quali sono legati da un’attrazione speciale. In essi si immergono, ci si avvolgono, li penetrano per sentirsene parte integrante.

Molto bello nelle immagini, ma fin troppo contemplativo, pensoso, filosofico. Alla fine non c’è una storia e il tutto diventa un esercizio estetico, autoreferenziale, più verboso che esistenziale.

Se fosse il primo film visto del genere potrebbe anche affascinare, ma per chi il festival da anni lo frequenta, è un’opera che si mette in coda a tante altre, al punto da costituire ormai un genere: gli esseri umani, i limiti, le sfide, la morte, il senso della vita. Ognuno ha qualcosa da dire guardando onestamente dentro di sé e arrivando spesso a verità tanto assolute quanto banali. Ma forse il limite più grande di questo denso sforzo di riscoperta individualistica dei valori esistenziali è la totale assenza di autocritica e ironia. Insomma, parole giuste e belle immagini di fatto non sempre convincono ed emozionano.

“Bar Mario”

Ironia, talvolta anche involontaria, proprio non manca in “Bar Mario”, documentario di Stefano Lisci, nella sezione “Orizzonti vicini”, ovvero le opere di registi regionali, o girate comunque in regione.

Il film è uno spaccato di vita della famiglia che gestisce il bar Mario a Bolzano, da oltre settant’anni un punto d’approdo per un gruppo di affezionati clienti che qui ha trovato una seconda famiglia.

Lo gestisce Marina, che passa l’intera giornata a seguire il figlio autistico, servendo contemporaneamente i clienti del bar. Il locale è anche il salotto della casa, una sola porta separa il bar dal resto dell’abitazione. Ne esce un’affettuosa commedia umana, in cui gli stupendi personaggi danno vita ad un racconto corale tragicomico. La mia preferita è la signora animalista che ritaglia gli articoli del quotidiano del bar, mandando in bestia il marito di Marina. Unico punto debole è una voce fuori campo che vuole ammantare di letteratura una realtà che poeticamente basta a se stessa.

“Gulîstan, Land of Roses”

In concorso anche “Gulîstan, Land of Roses”, della regista canadese di origine curda Zaynê Akyolun, che racconta di un gruppo di guerrigliere in un costante e impegnativo addestramento fisico e spirituale, pronte a difendere il territorio curdo dalla minaccia dell’ISIS. Le combattenti, che si sono unite alle milizie del PKK, hanno compiuto una scelta di vita estrema e senza ritorno, che le porta ad affrontare le difficoltà e i pericoli senza incertezze o paura. La loro missione non si limita alla difesa del territorio ma è diretta contro l’ordine capitalistico, colpevole di trasformare le persone in automi.

Questo film, che forse ha intenti molto diversi, ma forse no, è un elogio alla bellezza femminile.

Quella estetica, che certo non manca, ma soprattutto quella dell’animo, dello spirito di gruppo, dell’impegno personale, della coscienza di classe e di genere, dell’idealismo e dell’ideologia, degli sguardi, dei sorrisi, delle parole.