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In ricordo di Azir Bajrami, amico fraterno

Walter Ferrari

Sei arrivato da Sence nelle cave di porfido di Albiano all’inizio dell’estate del 1989, facevi parte di una piccola avanguardia di lavoratori provenienti dalla Macedonia e te ne sei andato oggi 21 maggio 2017, e non dalla Valle di Cembra ma da questo mondo, lasciando tutti noi un po’ più soli. Ho incontrato il tuo sguardo sincero 27 anni fa, io delegato sindacale della Cgil fiducioso nel futuro, tu deluso dall’esito dell’esperienza jugoslava dopo la scomparsa di Tito, ma speranzoso nella possibilità di costruirti un futuro in Trentino. Mai però hai dimenticato per un solo istante la tua terra e la tua gente, gli albanesi di Macedonia.

Ti preoccupava la deriva della Jugoslavia, ma ti davi da fare per sostenere i diritti, troppo spesso calpestati, della popolazione albanese. Questo non ti impediva di vedere la difficile condizione di molti lavoratori immigrati che in quegli anni arrivavano, anche dal Marocco e dalla Tunisia, nel settore del porfido, e proprio per fornire loro aiuto e assistenza organizzammo, insieme ad altri, il Coordinamento interetnico lavoratori del porfido. Fu una sfida alle gerarchie sindacali e venne avvertito come una possibile minaccia da parte del padronato ma, tra il 1990 e il 1992, svolse un ruolo importante nello stabilire relazioni positive tra lavoratori italiani ed immigrati, come pure nell’inserimento delle nuove famiglie nelle comunità locali.

Facemmo insieme l’esperienza di delegati d’assemblea durante la difficile “vertenza delle trancette” nel 1993, scontrandoci con i vertici sindacali (io non più iscritto, tu iscritto alla Cisl) e con la strumentalizzazione leghista che aveva ammaliato gran parte degli operai italiani, lasciando ai lavoratori immigrati il difficile compito di resistere, coniugando la difesa dei posti di lavoro con la rivendicazione del diritto alla salute e alla sicurezza. Lo scontro fu durissimo, molti ricorderanno piazza Dante occupata da militanti leghisti, imprenditori e operai, questi ultimi usati come massa di manovra contro i loro stessi delegati. Resistemmo impedendo la disfatta, ma non la sconfitta della quale anche tu hai pagato pesantemente le conseguenze. Come ho già detto, però, tu hai sempre avuto nel cuore la tua gente e la tua terra e così l’anno seguente nacque l’associazione “Iliria” della quale fosti eletto presidente. Attraverso l’associazione, con la generosità e la modestia che ti hanno sempre contraddistinto, cercasti di essere d’aiuto ai tuoi connazionali, di favorire le relazioni con le comunità della valle e di far conoscere la tua terra e la tua cultura a noi trentini.

Arrivarono poi anni difficili, conseguenza della sconfitta del 1993 e iniziarono anche nei tuoi confronti le pressioni dell’azienda dove lavoravi come cubettista affinché aprissi una partita IVA trasformandoti così, come tanti altri, in lavoratore autonomo, pur rimanendo nello stesso posto di lavoro, ma senza diritti se non quello di lavorare praticamente a cottimo puro. Mi hai raccontato che tante sere sei ritornato a casa piangendo come un bambino a causa delle umiliazioni subìte e così, a partire dal 2000, hai dovuto cedere aprendo una partita IVA e trasformandoti in uno pseudo artigiano. Quando però si sono affacciate all’orizzonte le prime avvisaglie di crisi, nel 2007, ecco di nuovo comparire le angherie di quello che formalmente non era però più il tuo datore di lavoro ma un’impresa che non aveva più grezzo da farti lavorare. Hai iniziato così un calvario spostandoti con la tua trancetta nelle varie ditte di quel sottobosco artigiano che caratterizza il settore del porfido, pagando fino a 700 euro al mese di affitto per la postazione di lavoro e spesso senza ricevere i soldi per i cubetti prodotti. Nonostante questo ti sei sempre rifiutato di trasformarti in un predone, come altri tuoi connazionali, affrontando con il coraggio dell’onestà le traversie della vita.

Traversie arrivate immancabilmente anche sul versante della salute che, nonostante la forte tempra, nel 2014 ha dato i primi segni di cedimento con effetti a cascata che a nemmeno 58 anni ti hanno strappato a tua moglie e ai tuoi due giovani figli, due ragazzi in gamba dei quali eri giustamente orgoglioso. Nonostante questo non ti sei mai tirato indietro nel dare il tuo contributo alla causa degli albanesi di Macedonia impegnandoti nel direttivo dell’associazione “Reka e Eper” con la consapevolezza che la difesa dei diritti dell’etnia albanese non poteva avvenire calpestando i diritti degli altri. Hai anche sostenuto con la tua preziosa esperienza e la tua vivace intelligenza il Coordinamento Lavoro Porfido, convinto com’eri della necessità di contrastare la deriva del settore per impedire che altre vite vengano macinate come è stata macinata la tua. Fino a qualche settimana fa, prima che le forze ti venissero meno, quando ti facevo visita in ospedale mi illustravi con preoccupazione e speranza la difficile situazione della Macedonia, nessuno di noi pensava che così repentinamente vi saresti tornato per l’ultimo riposo. Ciao, Azir !

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