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Roger Rigorth: “Sense of belonging”

Intrecciare l’immaginario, Castello di Pergine, fino al 5 novembre.

Quando apprezziamo le qualità artigianali di un’opera d’arte intendiamo la piena padronanza degli strumenti del mestiere, e più ancora la sapienza manuale: una cosa che pochi decenni addietro sembrava aver perso importanza, in favore dell’idea e del progetto; mentre oggi torna a prendere il posto che le spetta.

Nel caso di Roger Rigorth, lo scultore di origine svizzera che espone al Castello di Pergine, non si tratta però solo di questo: le sue opere hanno sì l’artigianato come presupposto, ma anche come tema, accanto ad altri temi. Artigianato atavico, qual è l’arte dell’intreccio, che rimanda a tempi e narrazioni mitiche, e diventa qui il mezzo per costruire delle forme, anzi possiamo dire una forma ricorrente: quella della goccia, nella quale ognuno può leggerne diverse altre. Vediamo il co-protagonismo dei materiali, il legno, la fibra di cocco, il ferro accanto ai riferimenti simbolici. Benché Rigorth sia a tutti gli effetti un intagliatore del legno, la scelta di convogliare questa sua abilità soprattutto verso le strutture intrecciate rende subito riconoscibili i suoi interventi, che avvengono di solito in contesti naturali, in diverse parti del mondo – è stato anche in Cina, in Corea, in Australia – ma non disdegna di portare il suo binomio manualità/natura anche in contesti urbani, come è accaduto recentemente in Svezia. Il risultato cambia. La sua presenza, decisamente significativa, all’edizione di “Arte Sella” del 2013, può in una certa misura servire come termine di paragone, perché segna appunto una differenza di impatto delle opere, a seconda del contesto in cui vengono inserite.

Qui al castello, un sito in cui l’intervento umano ha fortemente marcato nel tempo un certo rapporto con l’ambiente naturale, Rigorth ha pensato di interagire soprattutto col perimetro di mura esterne: alti pali confitti nel terreno sembrano segnali rivolti al di fuori, e infatti sono visibili da grande distanza, in cui il riferimento - artigianale – a qualche genere di strumento e apparecchiatura (la carrucola, il “cestone” chiuso a goccia) sovverte in chiave fantastica e aperta varie interpretazioni la funzione castellana. Questa forma, che si presenti come alta gabbia abitata solo dall’aria, o venga collocata a terra come mongolfiera giocattolo, gigantesco fuso magico od ortaggio antropomorfo, ha un inevitabile strascico fiabesco. Lo stesso può dirsi quando diventa nido sul legno di quercia, oppure si moltiplica per tre attorno ad un albero centrale, a formare una gran macchina improbabile.

Il risultato però non è così misterioso e straniante come furono le presenze nei boschi di Sella, soprattutto pensando a quella famiglia di forme stilizzate a bottiglia dall’esilissima struttura emergenti dalle acque di una palude, presenze fantasmatiche (la cui idea Rigorth ha recentemente ripreso in altri interventi in estremo Oriente) e che vediamo qui riproposte nella sala delle armi in una versione per così dire “da interni”, interessante, ma depotenziata. In questa medesima sala, e nella prigione, vediamo come Rigorth sappia articolare il suo discorso a diversi livelli, con quella che è stata definita una “curiosa ambiguità”, tra proposta di una strumentazione artigianale fantastica e molteplici aperture simboliche, compreso quel “senso di appartenenza” cui fa esplicito riferimento il titolo della mostra.

È questa la venticinquesima mostra organizzata annualmente da Verena Neff e Theo Schneider, gestori dell’albergo del Castello di Pergine, che hanno annunciato l’intenzione di lasciare l’attività, ed hanno voluto sottolineare con una piccola pubblicazione riassuntiva e “soggettiva” l’importanza non solo economica ma culturale che ha avuto per loro stessi questo lungo itinerario di incontri con la scultura internazionale, nel quale furono accompagnati per diciotto edizioni dalla cura di Franco Batacchi. Poiché, contemporaneamente, la famiglia proprietaria del castello ha deciso di metterlo in vendita, loro stessi vedono con simpatia l’iniziativa, nata spontaneamente tra alcuni cittadini, di formare un comitato per promuovere una sottoscrizione popolare con l’obiettivo di creare una fondazione che acquisti il castello, capace non solo di preservare alla fruizione di tutti il patrimonio storico-architettonico, ma di portare avanti un così particolare e prezioso percorso culturale.

Chi desidera informarsi su questo progetto, che si è dato una scadenza alla fine del 2017, può consultare il sito .

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