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Federcoop e il limbo dei boss

Il punto centrale, che ha fatto correre un brivido nella platea, è venuto alla fine della relazione, quando il Presidente, abbandonati i fogli scritti, concludeva a braccio: “Il mio compito è completare la consigliatura. Non so con quali risultati. Ma, sia chiaro, il mio tempo finisce lì”.

Parole non di rito. In un ambiente in cui tutti sono abbarbicati alla poltrona, dove il tema dell’ineludibile rinnovamento è connesso a un drastico turn over delle persone, Mauro Fezzi metteva le cose in chiaro: io sarò il primo ad andarmene, così dovranno fare in tanti, e non pensate di lusingarmi con promesse di nuovi mandati.

Di fatto la rivoluzione invocata nel movimento cooperativo, è contemporaneamente sollecitata dalla forza delle cose e boicottata dal ceto dirigente, che assiduamente lavora perché tutto in superficie cambi, affinché nella sostanza resti come prima. Questa è la contraddizione dello stesso mandato di Fezzi, che è stato eletto perché cambiare bisogna, ma che è circondato da un cda di mammasantissima eletto in precedenza e che vorrebbe imbullonarsi alle poltrone.

Così abbiamo da una parte il Presidente che evidenzia anche nei modi una sobrietà di stile che prefigura essenzialità di contenuti. Frasi secche, che vanno dritte ai problemi: “Le esperienze passate non sono più adeguate a interpretare il tempo che cambia”. I piccoli punti di vendita “hanno un ruolo importante ma non più economicamente sostenbile”. Nelle Casse Rurali “l’attuale organizzazione del sistema ‘a rete’ ha mostrato segni inequivocabili di debolezza”.

Alessandro Ceschi

Un approccio concreto ai problemi, sottolineato dalla nomina a direttore generale di Alessandro Ceschi, giovane dinamico, preciso, manageriale, le mille miglia distante dal predecessore Carlo Della Sega, appassionata ma vaga figura di antico cooperatore, un parroco di montagna uso a sciorinare innocui sermoncini ai distratti big manager dei grandi consorzi cooperativi.

Dall’altra parte c’è però il cda. Che ha dato vita a un’estenuante lotta di posizione per impedire che il nuovo Statuto cooperativo porti a un rinnovamento. Di qui l’imposizione, nella commissione statuto, di un numero esorbitante di propri rappresentanti, e poi l’opposizione alle regolamentazioni sui limiti di mandati, sul loro cumulo, sui massimali agli emolumenti, nonché alle norme che cercano di riequilibrare il potere cooperativo, oggi sbilanciato sui consorzi e relativi boss, in favore invece delle coop di primo grado.

In questo conflitto di idee e di potere si è inserito – emblematico - il tema della rappresentatività e poi, ancor più dirompente, la questione morale. Il fatto è che nel cda siedono, e pretendono di mantenere il posto, autentiche mummie, persone che, sfiduciate dalle proprie cooperative, non rivestono alcun ruolo nel movimento, anzi ne sono state allontanate e la loro linea politico-manageriale stravolta. Eppure la solidarietà di casta fa sì che la loro posizione sia difesa. Anche quando si tratta di persone – come Mauro Coser della Sft – che la magistratura ha condannato in sede penale.

E qui si inserisce la questione etica, dirompente quando ad esserne investito è anche Renato Dalpalù, presidente Sait, che doveva diventare addirittura presidente della Federazione ma era stato azzoppato dallo scandalo Btd (rivelato proprio da QT, vedi “Dalpalù e la Btd” sul numero di maggio 2015) e ora ufficialmente indagato (e per le sue dimissioni Roberto Gilli, presidente della Famiglia Cooperativa di Albiano Lases sta organizzando una raccolta di firme on line).

In questo contesto la commissione statuto ha lavorato con difficoltà, arrivanwwdo però, a quanto si dice, a buoni risultati. Che a meno di colpi di mano saranno sottoposti al movimento questo autunno.

Il fatto è che l’insieme della cooperazione non sta ferma. Nel numero scorso abbiamo parlato delle grandi novità nel settore agricolo, in questo (pag. 8) della rivoluzione nel settore bancario. E anche Fezzi e Ceschi non sono stati fermi: hanno postulato la fine dei rapporti privilegiati, come quello con Sait per escludere Dao, l’altro consorzio cooperativo del consumo; e soprattutto hanno avviato uno stringente rapporto con la Provincia, sfociato in un intervento di Ugo Rossi in assemblea, e nella sottoscrizione comune di un protocollo d’intesa. Tutte cose su cui magari ci sono passaggi da discutere, ma che evidenziano l’urgenza della Federazione di uscire dal limbo sempre più autoreferenziale in cui si era rinchiusa.