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Il Presidente, il professore e la sacra Autonomia

Gaspare Nevola

Tutto è cominciato quasi per caso, con un’intervista sul Trentino dell’11 giugno in merito alla legge elettorale naufragata in Parlamento. Una questione da addetti ai lavori. Per questo il quotidiano aveva contattato Gaspare Nevola, politologo e professore ordinario alla Facoltà di Sociologia a Trento. A un certo punto del discorso però Nevola pronuncia la bestemmia impronunciabile: “Ormai da 40 anni non si trova un senso all’autonomia [del Trentino]”.

Ugo Rossi

Il professore parla chiaro, quello che dice – senz’altro troppo sbrigativamente per un tema complesso e delicato – può trovare molti in disaccordo, ma soprattutto è un tabù. Perché l’Autonomia – ovviamente con la maiuscola – è da tempo fuori discussione, è diventata un feticcio, un totem, una divinità a cui offrire qualsiasi vittima. I grandi sacerdoti di sempre e i rappresentanti pro tempore di questa divinità si sentono chiamati in causa. Non hanno paura di sacrificare, sull’altare della sacralità dell’Autonomia, l’educazione, il buon senso, il decoro istituzionale, il ragionamento politico, la visione di futuro. Così in tono furioso, violento e quasi intimidatorio il presidente Rossi replica a Nevola: “Il suo stipendio viene da una scelta che ha fatto l’Autonomia. Basta! È ora di finirla con questi sapienti che emettono sentenze invece di fare approfondimenti scientifici”.

Si potrebbe chiudere la vicenda con un aggettivo inglese: Rossi è unfit a governare e anche a rappresentare l’autonomia. Ma liquidare tutto con un no ghe ariva sarebbe troppo superficiale. E ci sembra anche in fondo secondario discutere nel merito delle sbrigative argomentazioni (ricordiamo: all’interno di un’intervista su tutt’altro argomento) del professore, e di quelle, altrettanto sbrigative e per di più dogmatiche del Presidente.

Il punto è invece che quest’ultimo si sente davvero chiamato a controbattere con ogni mezzo a chi osi discutere di quella che per lui non è un’istituzione, ma un assioma, un principio sacro e quindi indiscutibile. E su questo piano si esplicano i risvolti più inquietanti della vicenda.

Da questo punto di vista si possono analizzare pure le numerosissime reazioni che si sono susseguite al battibecco Rossi-Nevola (rilanciato da 2 editoriali contrapposti pubblicati dal Trentino il 14 giugno, che di fatto ripetono le posizioni espresse nelle interviste).

La libertà di pensiero

A quando il giuramento di fedeltà all’Autonomia per poter insegnare a Trento? Non bisogna scherzare con la libertà di pensiero. Specie in ambito universitario. Specie nei rapporti tra “accademia” e politica. I professori critici sono le bestie nere dei politici, i professori plaudenti sono invece considerati esperti a cui far riferimento, infine i professori che cercano una grigia mediazione sono la maggioranza e vanno benissimo.

Stefano Zambelli

Dura la reazione di Stefano Zambelli: “Chi è il presidente Rossi per discutere l’autorevolezza scientifica del collega? Quali sono le sue argomentazioni? E cosa vuol dire è ora di finirla? Lui non è un cittadino come tutti gli altri. Ha degli strumenti che altri cittadini o professori universitari non hanno. Se dice ‘È ora di finirla’, può essere benissimo interpretata come una minaccia concreta”.

Ugo Collini

Invece il rettore Collini, in un intervento del 18 giugno, partendo con una incredibile excusatio non petita afferma che le opinioni dei docenti “rispecchiano le idee di coloro che le esprimono” il che ci sembra ovvio. Poi a causa “della passione che li spinge a discutere”, “i toni possono diventare un po’ ruvidi” (quelli di chi? Di Nevola o di Rossi?). Prima di lanciarsi in un’esaltazione del rapporto fra autonomia, università e comunità trentina, il serafico rettore consiglia in maniera paternalistica: “Bisogna tuttavia evitare che l’emotività finisca per prevalere sui dati di fatto che devono sempre guidare i nostri ragionamenti” (non si capisce: è Nevola o Rossi ad essere stato “emotivo”?). Il finale in cui Collini evoca il ruolo critico e indipendente dell’università risulta una chiusura dovuta ma non certo sentita, comunque inadeguata alle parole intimidatorie di Ugo Rossi. Su questo non ci possono essere fraintendimenti: Nevola può dire quello che vuole. Punto e basta.

Università e autonomia trentina

Ma forse Collini quando parla – per piaggeria o, più probabilmente, per convinzione – della “serena convinzione che l’università di Trento non sarà mai indifferente al destino dell’autonomia” vuole rispondere all’invito di Dellai (intervenuto 3 giorni prima) nel quale l’ex-presidente oggi deputato auspicava da parte dell’università “un minimo di ‘pathos’ - magari anche critico - verso l’Autonomia”. E via con le rievocazioni di Bruno Kessler.

Il fondatore dell’università di Trento è il convitato di pietra della faccenda. Tirato in ballo da tutti, Kessler, santificato come un Degasperi, può essere un simbolo valido per qualsiasi posizione.

Qualcuno però ha spiegato ai nostri autonomisti che Kessler ha dato avvio all’ateneo secondo la legge italiana e non appellandosi allo Statuto di autonomia o a qualche fantomatica prerogativa del Trentino? Come giustamente annota Zambelli: “Tante Università sono nate anche in Regioni non autonome, quindi non ci sarebbe nessun merito particolare”.

Non vogliamo togliere i meriti di Kessler, tuttavia l’invenzione dell’università non era nelle sue intenzioni connessa all’autonomia. Certo aveva pensato a una “libera” università, unica nel panorama italiano dell’epoca, la prima in cui si poteva studiare sociologia. Ripetiamo, sociologia, non discipline etnografiche sul folclore trentino/tirolese!

Stavolta diamo volentieri ragione al professor Renzo Gubert, che descrive bene il clima di 50 anni fa: “Non era questo lo spirito di Bruno Kessler: l’Università rispondeva alla domanda di istruzione della popolazione trentina (ma guai a fermarsi là, volle Sociologia con ruolo nazionale) e offriva personale qualificato alle istituzioni, ma mai l’ho sentito esprimere posizioni che pretendevano dai docenti sostegno ai progetti autonomisti. La comunità trentina aveva nell’Università il proprio Presidente, il cui ruolo era quello di far crescere di qualità l’Università. Nulla di più”.

Gubert è chiaro sulla mentalità di Rossi e Dellai: “Si tratta del peggior provincialismo che l’élite politica ed economica possa esprimere, peggiore perché non misura la qualità della formazione universitaria in termini di crescita umana, di conoscenze, di capacità, di capacità critica, ma di utilità alla propria piccola ‘bottega’, aziendale o politica”.

E infine una demitizzazione del racconto metafisico dell’Autonomia: “Per noi è stato il rimedio escogitato da Degasperi e Gruber all’annessione tutt’altro che democratica (con la forza delle armi) del Tirolo meridionale (trilingue) al Regno d’Italia. Per il Trentino è decisiva la sua inclusione nel “quadro regionale” nel quale è collocata l’autonomia della popolazione sudtirolese di lingua tedesca”.

Si può non condividere questa ricostruzione, ma la nostra autonomia deriva da precise circostanze storiche e non da mitologie più o meno antiche. Non siamo troppo diversi dagli altri. E la nostra presunta diversità deriva dal provincialismo che ci attanaglia.

Ma l’autonomia trentina fa proprio bene all’università? Forse sarebbe questa la domanda da porsi. Collini dice che con l’accordo di Milano (per cui la Provincia entrava con forza nella gestione dell’università) sono arrivate tante risorse nell’ateneo che può vantarsi di un’ottima salute, sconosciuta a livello nazionale.

Vero. Anche se dobbiamo stare sempre attenti: dobbiamo forse vantarci anche degli sprechi? La vicenda della biblioteca universitaria è un frutto della collaborazione tra università e politica? Andiamo bene. E la storia dei 200 milioni che la Provincia deve all’Università, e da questa troppo timidamente richiesti?

Se poi guardiamo al settore della ricerca, gli interrogativi non lasciano tranquilli. Esiste piena libertà sui temi su cui la politica locale è sensibile? Ricordiamo, per fare un esempio, l’ira di Lorenzo Dellai quando Ingegneria ambientale promosse una ricerca sull’impronta ecologica del Trentino: la ricerca fu prontamente archiviata. Per converso, ricordiamo le consulenze prone ai desideri politici: da quella che magnificava l’ecologicità di un inceneritore da 330.000 tonnellate, a quelle che postulavano prima il controllo del Consiglio provinciale sulla Giunta, e poi la sua subordinazione, ecc.

Oppure le commistioni tra docenti, politici, centri di trasferimento tecnologico come Trento Rise e società di consulenza come Deloitte, che hanno portato a sperperi milionari e rinvii a giudizio.

In conclusione, i rapporti tra politica e università non possono non essere complessi. Occorrerebbe che la politica pensasse meno alla divinità Autonomia (che spesso intende come il proprio potere) e più all’autonomia vera delle altre istituzioni. A iniziare dall’Università.

Per questo, per l’evidente incapacità di capire questo presupposto basilare, l’ira di Rossi ci è sembrata preoccupante.

Poi ci sarebbe un discorso ancor più di fondo. Sulla necessità, per l’autonomia, di trovare nuovi fondamenti, sul non potersi ridurre – e su questo Nevola ha ragione – alla mera buona amministrazione, della cui eclatante qualità non siamo proprio sicuri. Ma qui si aprirebbero altri discorsi.