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Il clima, le armi e il PIL

Invio alcune considerazioni sul problema del cambiamento climatico e sul suo inarrestabile progredire. Problema già noto, ma del quale sembra non sia ancora compresa la tragica realtà e si proceda ottusamente nell’aumento dei consumi, con conseguente incremento dei gas serra.

La situazione è assai grave, chi l’ha valutata la giudica la più grande tragedia del nostro tempo; è quindi colpevole ed illogico non parlarne in modo obiettivo, per diffondere la conoscenza dei soggetti che alterano il clima: i combustibili fossili ed i processi industriali, a livello dei singoli e delle società. Tra questi ultimi ci sembrano ipocritamente rimosse le considerazioni e valutazioni sulla costruzione delle armi (nella quale l’Italia è un forte produttore), sul loro commercio e sul loro uso. Sembra che solo il Papa se ne sia accorto.

Che il commercio delle armi incrementi il prodotto interno lordo, il PIL della Nazione, è risaputo, ma non è altrettanto conosciuto quanto incidano sui gas nocivi al clima le produzioni di armi, il loro uso e le guerre, purtroppo sempre più frequenti.

In una società etica è dunque affidabile indicare il PIL come fattore di progresso, come si fa abitualmente? E quindi considerare positivo anche questo commercio di morte? Ben diversa dovrebbe essere la valutazione della qualità della vita, basata semmai sulla ripartizione più equa della ricchezza e sul raggiungimento dei diritti fondamentali di vita, quali la convivenza, la sicurezza, la salute e la pace.

È chiaro che nei nostri piccoli mondi non possiamo fermare le guerre, ma parlarne questo sì, apertamente e sinceramente, rompendo il velo di ottusità e di omertà. È doveroso diffondere la conoscenza delle enormi quantità di energia consumata da questi diabolici armamenti, da questi giochi di potenza vergognosamente appoggiati dalla diplomazia internazionale.

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