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Olimpiadi invernali 2026 in Tirolo?

Sì, ma a certe precise condizioni

Il 15 ottobre, noi Tirolesi voteremo non solo per il nuovo parlamento nazionale; decideremo anche in un referendum regionale se vogliamo candidarci per le Olimpiadi invernali del 2026. Formalmente, il referendum è consultivo, ma l’esito sarà decisivo sia per la giunta regionale che per il Comitato Olimpico Internazionale (CIO). Quest’esito, però, è tutt’altro che certo.

Secondo i sondaggi, l’elettorato è pressoché spaccato a metà. Ma non solo: anche i probabili elettori dei vari partiti si dividono fra le due alternative, più o meno al 50 per cento; e questo vale sia per i partiti di governo - popolari e verdi - che per quelli dell’opposizione. Diversi sondaggi indicano anche che la presa di posizione sui giochi nell’ancora lontano 2026 non influenzerà la scelta di un partito né nelle elezioni nazionali né nelle regionali o comunali (a Innsbruck) della primavera del 2018. In parole povere: presentandosi come partito del sì o del no, non si guadagna e non si perde niente. Conseguentemente, quasi tutti i partiti (escluso un partitino di destra) ufficialmente non danno indicazioni ai propri elettori su come votare nel referendum. Anche se, sottovoce e dietro le quinte, popolari e socialdemocratici le Olimpiadi le vogliono mentre i verdi sono più scettici, e inoltre singoli uomini politici fanno sapere le loro preferenze.

Rispettiamo la saggezza del popolo che sa bene cosa vuole, purché si informi correttamente sul contenuto di un’eventuale candidatura, sui vantaggi e i rischi.

Una cosa sembra certa: diversamente che nel 1964 (e anche nel 1976), per lo sviluppo economico, turistico e infrastrutturale, dei giochi non abbiamo bisogno: a medio e lungo termine gli effetti saranno insignificanti.

La vera questione è un’altra: quali giochi? Anche chi, in linea di principio, è contrario ai grandi eventi (o chi crede che il CIO non sia altro che una banda di corrotti profittatori) non crederà certo che il CIO si dissolverà e i giochi saranno aboliti nel `26. Dunque (“Pensare globalmente, agire localmente”) o si faranno giochi sostenibili “come una volta”, su scala ridotta, senza faraoniche nuove infrastrutture, o si ripeterà il disastro economico ed ecologico di Sochi o Pechino, e i giochi invernali si terranno a Qatar, con un inverno artificiale finanziato dai petrodollari, il che, ufficialmente, nemmeno il CIOvuole.

Due punti fondamentali: il CIO ha votato l’agenda 2020 che prevede una svolta: dal gigantismo dell’ultimo decennio ad un ritorno a giochi semplici, in una regione di montagna, senza nuove infrastrutture piombate dall’alto che rovinano l’ambiente ed il paesaggio, tutti gli impianti sportivi a corta distanza, trasporto pubblico preferibilmente su rotaia, e con un processo di candidatura ridotto al minimo indispensabile, senza costi eccessivi, preferibilmente senza tangenti.

La giunta regionale e quella municipale hanno commissionato ad esperti internazionali uno studio di fattibilità da cui risulta che abbiamo già tutto: potremmo cioè organizzare i giochi sugli impianti già esistenti, in quattro micro-regioni (Innsbruck, Seefeld, St. Anton e Fieberbrunn) che hanno già organizzato campionati internazionali negli ultimi anni, tutte a meno di un’ora di treno. Unica eccezione: qualche competizione su ghiaccio si terrebbe a Inzell nella Baviera meridionale, a meno di 100 km da Innsbruck, per non dover costruire un nuovo stadio del ghiaccio. Il che vuol dire anche niente giochi nell’Euregio, con tanti saluti ai cugini sudtirolesi e trentini.

Abbiamo già un’organizzazione capace, con l’esperienza di alcuni campionati mondiali, che dispone di un vero e proprio esercito di volontari esperti anche loro. Il villaggio olimpico a Innsbruck si costruirà, con un piano urbanistico già esistente, sull’area dell’ex scalo merci della ferrovia. I costi dei giochi (in senso stretto) saranno coperti dai contributi garantiti dal CIO provenienti dai diritti televisivi ecc. Costi di costruzione di nuove infrastrutture: zero, le infrastrutture turistiche bastano e avanzano. Unica incognita: i costi della sicurezza. Insomma: Yes we can. Lo studio sembra serio e senza truffe.

Il quesito referendario, dunque, suona più o meno così: vogliamo candidarci con questo progetto di Olimpiadi semplici, povere, alle nostre condizioni? E al CIO diciamo: questa è la nostra offerta, prendere o lasciare; se non vi piace, fatti vostri.

Chi ci crede, voterà sì, chi diffida della coerenza dei politici e crede nell’onnipotenza del CIO e dei suoi sponsor, voterà no, checché ne dica il suo partito di riferimento.

Il sottoscritto, da incallito riformista e indomabile ottimista, probabilmente dirà sì. No risk, no fun.