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Rossi e Nevola alla guerra del pendolo

Silvano Bert

L’università nasce nel Medioevo come corporazione di maestri e scolari dediti allo studio. Circolavano liberamente da una città all’altra, fino a confondersi con i pellegrini, i mendicanti, i vagabondi. Ma quel loro potere, lo studium, sperimentò subito la tensione con il potere politico, il regnum. Che a sua volta era in tensione con il sacerdotium, allora il più potente di tutti, tanto che la teologia subordinava a sé la filosofia, il diritto, la medicina. Nulla di nuovo verrebbe da dire, se non che nella tenzone di oggi, fra Gaspare Nevola e Ugo Rossi, tace Lauro Tisi, il vescovo.

Lo Stato moderno è una forma della politica, del nostro convivere: nasce unificando territori e concentrando poteri. L’unità entra in tensione con la molteplicità, la potenza con la libertà, la decisione con la partecipazione.

In Francia e in Germania si danno soluzioni opposte. In Italia il dilemma fra centralismo e decentramento si risolve con la Costituzione nel sistema delle autonomie regionali, addirittura “speciali” in alcune realtà. Intanto l’università è diventata di massa. Ascoltiamo Pierangelo Schiera: “Nella modernità l’oscillazione fra il centro (lo Stato nazionale unitario) e la periferia (le autonomie regionali) è un pendolo che non cessa mai di oscillare. Se prevale la periferia si va alla disgregazione, fino alla distruzione dell’unità; se prevale il centro si va verso l’autoritarismo, fino alla distruzione del pluralismo”.

Gaspare Nevola contro l’autonomia speciale sferra un attacco legittimo, (in democrazia “il pendolo non cessa mai di oscillare”), e facile, in un momento in cui in Italia il pendolo è collocato da tempo sulla lancetta del centralismo. Ugo Rossi gli replica da autonomista assoluto, come se parlasse da segretario del PATT più che da presidente di una Provincia della Repubblica Italiana. Strattona il pendolo fino all’estremo opposto del quadrante, e lo blocca lì, con la sua mano nervosa, arrabbiata. Sembra non sapere che “il pendolo non cessa mai di oscillare” anche fra gli intellettuali, per cui la nostra diversità speciale si difende solo all’interno di una coscienza unitaria consolidata. E senza garanzie di successo. Bruno Kessler di Roma non amava gli intrighi, ma sapeva che il Trentino ad autonomia speciale era un’articolazione della Repubblica.

La “buona amministrazione” c’è anche in Lombardia e in Veneto, fa infatti notare polemico il professore sociologo. Che domani potrebbe essere chiamato a insegnare a Milano o a Venezia. Lì però a governare - gli si dovrebbe rispondere - sono i partiti che a fronte di un’Europa da costruire e degli immigrati da accogliere, esibiscono con orgoglio la loro diffidenza fino all’ostilità. In Trentino invece, in questi anni, un’isola unica nell’Italia settentrionale, la società sta reggendo a queste due sfide che soffiano impetuose.

C’entra un poco la maturità cresciuta con l’autonomia? L’università in questa resistenza non è stata indifferente. Certo, la sofferenza della politica ferisce anche qui, gli errori e i ritardi sono numerosi e pesanti. Ugo Rossi parla anche a mio nome: “La politica siamo noi, al plurale”. Ma accanto ai cento comuni ancora perplessi, Piné, Roncone e Besenello sono di esempio nell’accoglienza. Quando i profughi protestano alla residenza Fersina, “è un fallimento dell’integrazione” proclamano i partiti che a Milano e a Venezia governano. Ma la grande maturità dimostrata nel giorno della protesta può essere interpretata anche come un esempio di integrazione. E che dire del giovane laureato africano che chiede di cantare nel coro “Bella ciao”, e viene accolto con entusiasmo?

È in corso la discussione sul nuovo Statuto regionale di autonomia. Io ritengo centrale la tutela delle minoranze. Anche religiose (e culturali).

Il Pil è un indicatore importante, in cui l’Alto Adige straccia il Trentino. Ma è più importante, e preoccupante, che Tarik Ramadan sia dichiarato a Bolzano persona non gradita. Quando parla a Trento lo fa in due sale affollate, e invita i musulmani a partecipare attivamente ai problemi del paese in cui vivono, cioè a fare politica.

Io mi fido, lo prendo sul serio. Gaspare Nevola invece lo stringe nell’angolo a proposito del velo imposto alle donne. L’autonomia è anche questa sana dialettica fra ingenuità e diffidenza. Essa avrebbe bisogno di Chiese che, a Trento e a Bolzano, non rivangano in radici cristiane di identità che separano, ma si impegnano in un dialogo fra religioni che rinunciano ai privilegi del sacerdotium del Medioevo. E di un potere politico che le aiuta a rinunciare. È questo il cammino nelle nostre mani.

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