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Più attenzione all’agricoltura di montagna

Francesco Borzaga

L’abitudine di raccogliere e collezionare ritagli, abitudine alla quale da diversi anni mi dedico, consente scoperte interessanti e pure gradite sorprese. Ho appreso ad esempio quanti giovani, e magari meno giovani contadini (preferisco questo vecchio termine a quelloi più moderno di “agricoltori”) stiano riscoprendo e cercando di valorizzare antiche colture, oggi più o meno dimenticate, e di riportare in luce una grande varietà di prodotti che sembravano irrimediabilmnente perduti.

Si parla, ad esempio, di cereali. La notizia più recente proviene da Frassilongo, dove a cura di quel Comune è stato restaurato un vecchio mulino e verranno riseminati l’avena, la segale e l’orzo. Non è chiaro se si tratti solo di un’operazione museale o se siano previsti tentativi di produzione.

Sul vicino altopiano di Piné un gruppo di giovani ha comunque iniziato il recupero dei vecchi cereali, destinando circa tremila metri quadri di terreni abbandonati alla loro coltivazione. È anche nata l’associazione “Giovani cerealicoltori Piné”, e questo fa sperare in una futura crescita.

Anche altrove si manifesta interesse per un ritorno alla coltivazione del grano. A Tione vi si dedicano i soci della “Condotta Slow Food delle Giudicarie”, e non mancano notizie dalla Valle dei Laghi e dall’alta Valle di Non. Sul monte Baldo il conduttore di un agriturismo, Matteo Gottardi, cura il frumento su alcuni ettari di proprietà. Il suo prodotto viene macinato in Alto Adige.

Accanto all’interesse per i cereali, sono molte le iniziative per un qualche ritorno all’antico, e mi sembra giusto sottolineare il loro carattere di spontaneità. Da diversi anni ormai, in molte località si recuperano e si valorizzano gli antichi castagni, piante spesso stupende e monumentali, e ricordo pure un tentativo di qualche anno fa a Peio di riscoprire la coltivazione e la filatura del lino. Ancora, si recuperano gli antichi muri a secco, mentre in valle di Gresta si è dato rilievo all’utilizzo del cavallo in agricoltura.

Sono davvero molti i prodotti che un tempo caratterizzavano l’agricoltura trentina e che oggi sono abbandonati o solo marginalmente presenti. È prevalso un modello di agricoltura industriale, soprattutto nella zootecnia e nella melicoltura. Un modello di cui oggi stanno venendo in luce i limiti. Per quanto riguarda la vite, il contrasto fra le grandi cantine e l’associazione dei vignaioli mi sembra significativa. In ogni caso la viticoltura non può esaurire le potenzialità del Trentino.

Il rinnovato interesse per le antiche coltivazioni non è solo un fenomeno spontaneo, che interessa spesso territori di montagna, non di rado praticamente abbandonati. Proprio per la sua spontaneità interessa temo il pericolo di un esaurimento dell’entusiasmo e dell’interesse; per scarso coordinamento, carenza di mercato o insufficiente resa economica. Ma si tratta, a mio parere, di una novità importante, che non riguarda solo l’agricoltura (in particolare quella di montagna) maanche il turismo, l’ambiente, la tutela del paesaggio. È indispensabile che questo ritorno venga seguito e sostenuto, in una prospettiva di lungo periodo.

Bene quindi ha fatto il consigliere proviniale Mario Tonina a presentare un disegno di legge sul tema “Promozione e tutela dell’attività di panificazione”. Credo che al riguardo si possa cercare qualche esempio in Alto Adige. Non si tratta però solo di cereali e forse la nostra Provincia farebbe bene a recuperare il terreno perduto.

Mi chiedo anche se l’Istituto Agrario di S. Michele, che a volte sembra perso in ambiziose ricerche scientifiche, non possa riservare un po’ più di attenzione ai concreti problemi dell’agricoltura di montagna.

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