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Ancora castelli. In aria.

Emanuele Curzel

Questotrentino, nel numero di luglio, ha riportato nella pagina delle lettere una parte della lunga comunicazione che avevo inviato al mio indirizzario e-mail a inizio giugno, contenente (1) quel che avevo scritto sul mio profilo Facebook dal 20 al 26 maggio commentando l’iniziativa di raccolta fondi per l’acquisto del castello di Pergine; (2) una sintesi dei commenti che ne erano seguiti; (3) in appendice, un testo del Comitato che presentava i motivi della sottoscrizione per l’acquisto del castello.

Peccato che QT abbia scelto di riportare solo l’appendice (dal titolo “Vale la pena provarci”), attribuendomela. Era una parte accessoria, che non avevo scritto e che avevo riportato solo per completezza di informazione. In questo modo il senso delle mie considerazioni, che era invece contenuto nella prima parte, è stato stravolto.

Mi sento dunque in diritto e in dovere di precisare che non ho cambiato idea rispetto a quel che avevo scritto sul mio profilo Facebook e nella e-mail inviata al mio indirizzario. Per chi non avesse letto tali testi, cerco ora di sintetizzarli.

Ho espresso dei dubbi di carattere generale circa il fatto che il castello (qualunque castello) possa essere davvero un simbolo identitario per una comunità, dato che quella stessa comunità da quella stessa fortificazione è stata nei secoli in vario modo dominata o minacciata; ho cercato di mettere in rilievo la valenza politicamente, socialmente e culturalmente reazionaria del castello stesso (le mie potranno essere considerate opinioni personali: resto però convinto che la difesa dei beni e degli spazi comuni non possa riassumersi e ridursi alla questione degli edifici storici e tanto meno di un singolo e particolare edificio).

Mi sono poi permesso di dubitare che l’attività ricettiva oggi esercitata nel castello di Pergine sia a rischio di sospensione o interruzione per il passaggio del castello da un privato a un altro. E ho scritto che temevo sarebbe stato difficile raccogliere una parte consistente della spesa per l’acquisto (il Comitato si era posto l’obiettivo di arrivare a un milione di euro, contando poi di avere il resto – altri tre o quattro milioni – da enti pubblici e operatori economici).

Aggiungo che, a distanza di qualche mese, nonostante l’impegno profuso e una capillare campagna di informazione, è stata raccolta solo una piccola parte di tale cifra (si vedano i dati).

Se l’operazione giungerà in porto non sarà dunque attraverso la rotta prevista: mi chiedo se arriverà in soccorso qualche “principe azzurro” che in cambio chiederà il greenwashing delle proprie attività imprenditoriali.

Vorrei però soprattutto comunicare il mio sconforto di fronte al modo in cui QT ha riferito la mia presa di posizione. Spesso ci lamentiamo della cultura del “post-che-deve-essere-breve-per-essere-letto” e del tweet da 140 caratteri. Ci diciamo l’un l’altro che i temi vanno affrontati in modo ampio e articolato, cercando di essere dialoganti e di non assumere posizioni tranchant. Quando l’argomentazione si fa più complessa e il discorso si allunga, però, è difficile trovare attenzione; oppure si viene fraintesi, perché lo stile di lettura oggi vigente è sbrigativo e cerca una sintesi che spesso sta nelle precomprensioni di chi legge più che delle intenzioni di chi scrive.

Questo è ciò che è successo al mio testo. Dai quotidiani me lo aspetto: non da QT, uno dei pochi organi di stampa locali che ha il coraggio di affrontare certi temi e mantiene libertà di giudizio rispetto a un mainstream fatto di chiacchiere, veline, pregiudizi e taglia-e-incolla. Se anche QT cade in errori così grossolani, mi chiedo cosa ci rimanga.

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