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E ora ti racconto il dramma

Una ricerca su come la stampa locale ha raccontato i delitti più efferati degli ultimi 50 anni.

Giornale l’Adige sull'omicidio-suicidio delle Albere del marzo 2017

Nei giorni tragici dell’omicidio-suicidio delle Albere (era il marzo 2017), focalizzando l’attenzione alla modalità con cui la stampa locale ha informato sull’accaduto, è saltata all’occhio una intensa attività di condimento della notizia mediante la pubblicazione di articoli pieni di dettagli scabrosi quanto insignificanti ai fini della narrazione giornalistica, materiale fotografico che non si pone limiti nell’esporre sulla pubblica piazza fatti e persone che hanno poca o nessuna rilevanza sul piano informativo se non quella di soddisfare un certo interesse morboso da parte del pubblico.

Viene da chiedersi se sia stato sempre così, o se si tratta di una evoluzione degli ultimi anni: per dare una risposta è necessario analizzare come la stampa locale ha affrontato alcuni casi di cronaca nera dei decenni passati, confrontandolo con quanto viene fatto oggi. Non è questa l’occasione per rivangare il passato o per riaprire ferite. Si preserverà nei limiti del possibile il diritto all’oblio di vittime e condannati, in buona parte già usciti dal carcere.

Anni ‘40: gli omicidi di Vetriolo

Titolo del 1946 per raccontare il caso di Vetriolo (Alto Adige, 1946)

Fu un drammatico fatto di sangue, avvenuto a Vetriolo, per mano di Alberto Garollo, che uccise genitori e tre parenti, ferendo la sorella, per futili motivi. All’epoca dei fatti, il 1946, in regione c’era solo l’Alto Adige in unica edizione per tutta la regione, stampato a Bolzano, mentre l’Adige nascerà solo nel 1951.

Da alcuni ritagli dell’epoca si riesce a ricostruire la storia e il modo con cui la notizia della strage di Vetriolo fu diffusa dalla stampa. È il dicembre del 1946. Il primo giornale locale che parla del fatto è datato 12 dicembre, mentre i fatti risalgono al 9. Quindi si registra un certo ritardo (tre giorni) nella comunicazione al pubblico della notizia.

Per quello che si riesce a ricostruire dai ritagli della biblioteca di Trento (solo parzialmente leggibili), salta subito all’occhio una cronaca che tende a coinvolgere emotivamente il lettore. Gli articolisti non risparmiano descrizioni della cena di una delle vittime poco prima della sparatoria, o del pomeriggio tranquillo dell’omicida poco prima dell’assalto. Mirabile un occhiello in prima pagina che definisce l’omicida “lo sciagurato”.

Tuttavia si tratta di pochi articoli al giorno (uno, al massimo due se previsto un editoriale). Non ci sono pagine dedicate interamente al fatto, servizi speciali, materiale fotografico dettagliato.

Del resto, il giornale, a quel tempo, era composto da sole quattro pagine (tra l’altro stampate fittissime e piccolissime) contro le quaranta e più dei giorni nostri. Il dettaglio non è trascurabile: dovendo comprimere notizie di cronaca nazionale, cronaca estera e locale, non c’era materialmente spazio per dilungarsi in dettagli e divagazioni.

Anni ‘80: l’omicidio del sacerdote don Armando Bison

A fine febbraio 1983, l’opinione pubblica è fortemente colpita dall’omicidio di don Armando Bison, in via dei Giardini, per mano dei due serial killer componenti del gruppo filo-nazista denominato Ludwig, Marco Furlan e Wolfgang Abel, che rivendicheranno la paternità dell’esecuzione qualche giorno dopo con un messaggio all’ANSA di Milano.

I giornali dell’epoca (l’Adige e Alto Adige) trattano la questione in maniera abbastanza asciutta. Si racconta prevalentemente la scena del delitto, aggiornamenti sulle indagini e sullo stato di salute del prete, che resterà in rianimazione un paio di giorni prima del decesso.

Lo spazio occupato dalla notizia non supera le due pagine, e non sempre complete. Giorno per giorno, la notizia viene trattata in non più di quattro articoli, che spesso contengono qualche ridondanza.

Quasi assenti le divagazioni su altre questioni: si trova un’intervista al responsabile del convento in cui la vittima viveva, alcune analisi sulle possibili ragioni del delitto e qualche supposizione sulle possibili ispirazioni alle azioni del gruppo che aveva rivendicato il delitto.

Il materiale fotografico risulta anche qui piuttosto essenziale: qualche immagine della vittima e della scena del delitto, la foto dell’arma, la riproduzione del biglietto di rivendicazione. Nessuna ipotesi sul nome dei colpevoli: il caso verrà risolto solo l’anno successivo, quando le forze dell’ordine riuscirono a fermare i membri di Ludwig mentre tentavano di appiccare il fuoco ad una discoteca in provincia di Mantova.

Anni ‘90: l’uccisione di Andreina Maestranzi

Titolo su l’Adige nell’aprile 1991 per il caso Maestranzi

Nei primi giorni di aprile del 1991, una studentessa del Liceo “G. Galilei” di Trento, Andreina Maestranzi, di 18 anni, viene accoltellata sul portone di casa da un compagno di classe, Massimo Michelacci, che dopo una breve fuga in auto e un colloquio con un amico, si costituirà la sera stessa del delitto presso i carabinieri di Chioggia.

Su Alto Adige e l’Adige le pagine disponibili alla notizia principale della giornata arrivano ad essere anche tre o quattro al giorno. Il volume dei giornali aumenta a circa 20-25 pagine.

Oltre alla cronaca del delitto e delle prime indagini della magistratura, le pagine si arricchiscono di dettagli: spicca, fra gli altri, il lunghissimo resoconto (una pagina intera) dell’atmosfera che si respira nella classe dei due ragazzi, pubblicato su l’Adige. Si scava nel rapporto tra vittima e omicida, si cerca di cogliere particolari, si arriva a trovare presagi di quanto accaduto nel tema d’italiano svolto proprio il giorno del delitto da parte dell’omicida.

Si fanno nomi, si pubblicano foto di individui che nulla hanno a che fare con il fatto di sangue se non aver condiviso spazio e tempo con le persone coinvolte. In tutto questo c’è l’immancabile analisi dei risvolti psicologici e sociologici che l’omicidio di Maestranzi richiama: la difficoltà di comunicazione dei giovani con gli adulti, le responsabilità della politica.

Entrambi i quotidiani non risparmiano materiale fotografico. Ci stiamo avvicinando agli anni Duemila e si vede: il peso specifico delle immagini nell’informazione è decisamente maggiore che negli anni precedenti.

Vengono riproposte più volte immagini della scena del delitto, della vittima e dei suoi familiari, del detenuto in manette all’ingresso del carcere, cui si aggiungono foto dell’intera classe di liceo (con tanto di riquadro ad evidenziare vittima e omicida), immagini della squadra di pallavolo al completo, o quella dei curiosi fuori dal portone che seguono le indagini delle forze dell’ordine.

Anni 2000: l’omicidio di Terlago

Articolo apparso sull'Alto Adige del giugno 2000 per l’omicidio di Terlago

Nella notte tra l’1 e il 2 giugno del 2000, il corpo di Michele Santoni viene ritrovato in uno spiazzo sul lago di Terlago. Il giorno dopo sono arrestati la moglie Isabella Agostini e il suo amante, Giuliano Cattoni, condannati poi per l’omicidio dopo un lungo dibattito processuale.

Il fatto desta grande impressione in provincia e sarà seguito anche dalla stampa nazionale.

Nei giorni successivi al fatto, i quotidiani locali dedicano non meno di quattro pagine complete al giorno.

Una spazio di carta che ovviamente deve essere in qualche modo riempito, e quindi, oltre alla cronaca dei fatti, si dà spazio ad una serie di particolari spesso insignificanti.

Articolo apparso sull'Alto Adige nel giugno 2000 per l’omicidio di Terlago

Ad esempio, l’Alto Adige il 5 giugno 2000 pubblica un retroscena secondo cui “il fragile amore” tra i due sposi aveva dato i primi segnali di debolezza “con la luna di miele interrotta”. Titolo attrattivo. Quindi già allora c’era qualcosa che non andava. Nulla di tutto ciò. Continuando la lettura si scopre che la luna di miele è stata interrotta dall’insorgere di una “febbre da cavallo” che ha colpito la moglie e che ha costretto gli sposi ad un rientro anticipato. Nessuna crisi, nessun presagio. Solo una febbre. E un po’ di furbizia giornalistica.

Nella pletora abituale di familiari, amici, vicini, persone del paese dei tre protagonisti, tutti, o quasi, all’insegna di “erano bravi ragazzi, persone tranquille”, l’Alto Adige del 6 giugno 2000 recupera anche le dichiarazioni di due amiche della moglie incriminata, che ovviamente vogliono restare anonime e che non perdono l’occasione di malignare sul matrimonio tra Santoni e Agostini, confessando di aver scommesso sulla sua durata. Tristissimo.

Molto ricco il materiale fotografico. Manca l’arma del delitto, che non fu mai ritrovata, ma per il resto c’è tutto: gli sposi felici, la casa in cui vivevano, il luogo del ritrovamento del cadavere, i protagonisti in foto di gioventù o ritratti in contesti di vita quotidiana.

2017: l’omicidio-suicidio delle Albere

Giornale l’Adige sull'omicidio-suicidio delle Albere del marzo 2017

È il 27 marzo del 2017 quando un consulente finanziario in serie difficoltà economiche uccide i suoi due figli di due e quattro anni nel proprio appartamento delle Albere, per poi suicidarsi dalla rupe di Sardagna. Un evento molto drammatico, che ha generato viva impressione in città. E qui la stampa sensazionalista ha raggiunto livelli di meticolosità mai visti nei decenni precedenti.

C’è stata la possibilità di vedere solo l’Adige e il Corriere del Trentino di quei giorni, ma tanto è bastato.

Su l’Adige per prima cosa salta all’occhio lo spazio dato alla notizia: tra le dieci e le undici pagine nei primi giorni successivi al delitto. La prima pagina del 28 marzo è dedicata quasi per intero al delitto.

Le immagini prendono il sopravvento sulle parole scritte, occupando anche oltre la metà dello spazio disponibile, il che spiega il grande spazio, in termini di numero di pagine dedicate alla notizia. Le foto giocano un ruolo fortissimo: il carro funebre, la mappa dei luoghi della tragedia, l’immagine di giocattoli dei bambini sono molto potenti, anche grazie alle grandi dimensioni in cui sono pubblicate.

I contenuti sono organizzati diversamente rispetto al passato: ogni pagina ha un suo titolo e un suo argomento, introdotto da un titolone rosso: l’informazione è disposta secondo una struttura simile alle slide di Power Point.

Giornale l’Adige sull'omicidio-suicidio delle Albere del marzo 2017

Si ha la sensazione che tutto sia presentato da un regista di film thriller. Si percepisce una ricerca meticolosa e sistematica del pugno allo stomaco: i vicini che raccontano i giochi dei bimbi, la tranquillità che la famiglia sembrava mostrare, i ricordi degli ex vicini di Mezzocorona, dove la famiglia abitava prima, che erano “quelli del cane paralitico”, come titola un trafiletto.

Non manca, naturalmente, l’intervento dello psicologo e una piccola cronologia di altri casi simili accaduti in passato in Trentino, oltre ad una critica alle vicissitudini politiche che hanno portato alla costruzione del quartiere delle Albere.

Giornale l’Adige sull'omicidio-suicidio delle Albere del marzo 2017

Non troppo diverso il modo di proporre la notizia da parte del Corriere. Cinque pagine al giorno, nei giorni successivi al fatto (ma bisogna tener presente che si tratta di un giornale meno voluminoso) in cui, oltre alle classiche dichiarazioni dei vicini e dei negozianti sotto casa, si indugia particolarmente sulla vita quotidiana dei parenti delle vittime. Ne è un esempio un articolo del 28 marzo 2017, sul Corriere, in cui si può leggere un pezzo che racconta la giornata di madre, sorella e nonni dei bambini: si viene a sapere che il nonno “acquista un pacchetto di sigarette […]. Si ferma davanti la cassetta delle lettere e controlla se è arrivata nuova posta [...]. Un altro giorno è passato”.

Analizzando l’uso delle immagini, sul Corriere l’impaginazione è piuttosto classica e le proporzioni tra l’uso dell’immagine e quello della parola scritta è decisamente meno impattante di quanto si è visto su l’Adige.

Evoluzione dell’informazione

Da questa analisi si può dire con certezza che le redazioni dei giornali locali hanno capito (dagli anni Novanta in poi) che l’interesse per i dettagli di contorno delle notizie di cronaca nera è molto redditizio: siamo passati dalle una-due pagine dedicate agli eventi di cronaca nera negli anni 40 per arrivare alle dieci-undici pagine degli anni 2010. Una ragione di questa evoluzione è certamente il volume complessivo dei quotidiani, che è passato dalle quattro pagine totali nel 1946, alle quaranta e più pagine di oggi, e quindi dà più spazio a disposizione.

Nei primi anni, un fatto di sangue è spiegato con un paio di articoli dell’accaduto e qualche aggiornamento legato all’evoluzione delle indagini. Non mancava nemmeno allora il tentativo di strizzare l’occhio al dettaglio, ma il tutto si traduceva in uno stile di scrittura quasi romanzesco che oggi forse potrebbe apparire ingenuo.

Oggi, invece, quintali di inchiostro (e di immagini) in larga parte non necessari vengono versati per condire le pagine dei giornali di sensazionalismo e morbosità: nessuno viene risparmiato, se ha condiviso qualcosa con i protagonisti del fatto di cronaca.

C’è una immagine che colpisce particolarmente e che racconta questo atteggiamento: mezza pagina occupata da una foto del nonno dei bambini delle Albere, seduto da solo su una panchina del parco antistante il quartiere.

L’occhio impietoso dell’informazione senza scrupoli, quasi violento, che si dimostra incapace di rispettare il dolore altrui. Non vogliamo ripubblicare la foto, basta il titolo che l’accompagna.

Forse è un po’ colpa del pubblico, che difficilmente sa resistere alla tentazione del particolare morboso e lo ricerca con forza: alzi la mano chi, in presenza di un incidente in autostrada, non abbia contribuito almeno una volta a formare la coda dei curiosi.

Ma si tratta di un istinto atavico, inevitabile: però la stampa, quella professionale, dovrebbe accollarsi l’impegno a stemperarlo ed educarlo, piuttosto che ravanare nel torbido e alimentarlo. ?

* * *

(Si ringraziano gli studenti del liceo “Prati”, Sara Fambri, Elena Campolongo, Irene Bonvicini, Lorenzo Passerini del progetto di alternanza Scuola-Lavoro per l’attiva collaborazione nella ricerca bibliografica dagli archivi)

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