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Ha ragione lui?

Enrico Mentana

Si riaccende il dibattito sull’Autonomia del Trentino. Settembre è stato un mese segnato da varie celebrazioni, a cominciare dalla sempre più smunta e retorica festa dell’Autonomia che si celebra il 5 settembre. Quest’anno, a Pergine, il 17 dello stesso mese, è stata invece organizzata la seconda edizione della festa dell’Euregio, con i tre presidenti (Ugo Rossi, Arno Kompatscher e Günther Platter), i discorsi ufficiali, la sfilata delle bande e delle compagnie Schützen, ma pure il concerto dei Bastard sons of Dioniso e le attività ludico-ricreative. Dunque una festa nazional-popolarissima, anzi territorial-popolare. Ahimè però il popolo non era così numeroso.

Ancora peggio è andata al “Laboratorio dell’Autonomia”, una due giorni che doveva anticipare il clou della festa dell’Euregio, con un seminario specialistico e con laboratori di discussione che avrebbero dovuto coinvolgere la cittadinanza: ebbene l’iniziativa ha visto una partecipazione di non addetti ai lavori pari a zero. Un deserto che ha suscitato molte polemiche.

Tutta un’altra musica al Mentana show, al festival delle Resistenze (manifestazione targata PAT) il 23 settembre: di fronte a un tendone gremito e plaudente, il noto giornalista de La7 non ha usato giri di parole: “Le regioni a statuto speciale non hanno più senso”. E ancora: “Tutti i territori devono poter trattenere la stessa percentuale di tasse... Oggi non si capisce perché un abitante della valle d’Aosta, non diciamo del Trentino, deve avere una situazione diversa da quella di un abitante della Liguria, della Basilicata”. I presenti erano d’accordo.

Nei giorni successivi all’evento abbiamo assistito a un profluvio di reazioni – per lo più indignate – contro Mentana, contro la Provincia che ha patrocinato l’iniziativa, contro i trentini che non si sono ribellati. Di converso si sono moltiplicati gli appelli a ripensare il modo con cui “difendere” la nostra specialità, prendendo atto che una stagione storica è finita.

È impossibile seguire il dibattito. Per chiarezza si possono distinguere tre principali posizioni. La prima, che chiameremmo per comodità “autonomista”, afferma: il Trentino, per storia e per capacità di autogoverno, necessita di un’autonomia speciale, diversa da tutti gli altri territori italiani.

La seconda vorrebbe aprire un discorso definibile come “federalista”: le altre Regioni sono legittimate ad aspirare a raggiungere un’autonomia simile a quella del Trentino. Così diceva Mentana. Forse sottovalutando il tema che questo tipo federalismo subito aprirebbe, quello dei rapporti finanziari tra tutti i territori e tra questi e lo Stato Nazionale.

La terza posizione, che possiamo etichettare come “negazionista”, afferma che la fine dell’autonomia trentina ormai è segnata; è solo una questione di tempo, non ci sono più motivazioni che sostengano la specialità, anche perché il quadro regionale è ormai infranto: solo l’Alto Adige è legittimato ad avere una particolare forma di autonomia.

La posizione ufficiale della politica trentina di governo è attestata sulla prima ipotesi. Tralasciando le visioni più grottesche (che comparano il Trentino alla Catalogna, al Kurdistan e pure al Tibet), il governo del centro sinistra autonomista rivendica la retorica del “laboratorio” politico del Trentino che si pensa come territorio anomalo, e anticipatore rispetto al contesto italiano.

È innegabile che il Trentino abbia una storia particolare. Ma potrebbe essere così anche per il Veneto. Anzi, la Serenissima potrebbe vantare un reale autogoverno sconosciuto al Principato vescovile di Trento almeno negli ultimi secoli. Ugualmente è vero che siamo stati gli ultimi ad essere annessi all’Italia, ma si tratta di alcuni decenni rispetto alle altre zone del Paese. La grande svolta è avvenuta nel secondo dopoguerra, quando il Trentino, nell’ambito della Regione, cioè ancorato all’Alto Adige, riusciva ad ottenere, grazie anche al ruolo di Degasperi, uno Statuto speciale, costituzionalmente e internazionalmente tutelato. Una botte di ferro dunque.

I decenni successivi hanno segnato il progressivo svuotamento della Regione Trentino-Alto Adige. Abbiamo certo acquisito sempre più competenze, seguendo il Sudtirolo, ma senza avere le stesse problematiche di conflitti etnici. Il Trentino ha cercato di evidenziare al massimo le proprie sparute minoranze linguistiche (a volte addirittura quasi inventandole) proprio per giustificare l’autonomia. Arriviamo così alla retorica di Dellai e alla sua visione di Trentino come Land, comunità autonoma, piccola patria, spingendosi a diventare più autonomista degli autonomisti. Dovevamo strappare sempre più competenze dimostrando agli “altri” la nostra specificità. Dovevamo essere l’avanguardia, il laboratorio, il modello.

Questa però si è rivelata poco più di una narrazione, uno spot pubblicitario che esaltava oltre misura alcuni lati positivi: nella realtà invece, in moltissimi settori, il Trentino è tutt’altro che ai primi posti della classifica.

Oggi è diventato sterile puntare a nuove competenze. Probabilmente occorre invece rinforzare l’esistente, prendendo atto che una fase storica è finita. Che la Regione è destinata a finire. Gli altoatesini hanno già sancito questo evento. L’autonomia trentina resisterà fuori dalla cornice regionale? Questa è la domanda, questa è la sfida.

Giungiamo così al secondo scenario. Il Trentino deve navigare in mare aperto, accettando la sfida proveniente dalle altre Regioni, in primis quelle limitrofe. È possibile non avere paura dei nostri vicini? È il caso di favorire noi stessi l’estensione dell’autonomia anche agli altri? Oppure dobbiamo chiudere i nostri confini? Qualche anno fa andava di moda il federalismo. Poi, visti i numerosi scandali che hanno coinvolto le Regioni, si è tornati indietro, auspicando un correttivo centralista. Dopo tante convulsioni e tentativi falliti di riforme costituzionali, siamo rimasti all’impianto federalista uscito dalla revisione del titolo 5° che il centro sinistra aveva varato nel 2000 (poi confermata dal referendum del 7 ottobre 2001). Perché non continuare su quella strada?

Il Trentino potrebbe dunque lavorare su tre direttrici: cercare di dimostrare agli altri la propria capacità di governo puntando a realizzare qualcosa di innovativo (nel campo ambientale? Nell’accoglienza dei migranti? Nell’economia verde? In questo senso il trilinguismo voluto da Rossi è un’iniziativa positiva). Nel frattempo dovrebbe smetterla con un certo atteggiamento vittimista, con la sindrome dell’assedio. Perché alla fine perderemo.

Le alleanze vanno trovate senz’altro in sede romana, ma prima con i nostri vicini. È possibile realizzare una convergenza con Lombardia e Veneto? Infine – benché non si possa tornare indietro alla Regione che fu – lo sguardo a Nord deve essere mantenuto, magari in nuove forme, lavorando con Innsbruck intorno a un’Euregio in cui mai si è veramente creduto, oltre alla vuotezza delle cerimonie (in quali settori – dell’ambiente, del turismo, dei trasporti, della sanità, della ricerca, dell’istruzione – si sono presi concreti accordi a tre?).

Se sapremo muoverci su queste tre linee otterremo che anche i trentini capiscano che la loro autonomia funziona e non applaudiranno più a Mentana e a chi la pensa come lui.

Un pericoloso disinteresse

Intervista a Fabio Pizzi sull’Autonomia

Partiamo dalla performance di Mentana...

Ho sempre ammirato Mentana ma credo che, come molti altri appartenenti al cosiddetto Gotha dei giornalisti italiani, sia arrivato ad un momento della sua vita in cui si è più personaggi che conoscitori o attenti analizzatori di ciò di cui si parla. È facile e bello, nella sua posizione, fare i bastian contrari e alimentare polemiche; il risultato è che parlano di te e ti fanno diventare ancora più personaggio, in un circolo vizioso molto remunerativo dal punto di vista economico e dell’essere famosi.

In realtà, probabilmente Mentana conosce molto poco, come del resto anche tanti politici italiani nazionali – il che è ancora più grave – delle autonomie speciali ed in particolar modo di quella del Trentino- Alto Adige. Il fatto grave in tutto questo non è Mentana, bensì gli applausi scroscianti che gli sono stati indirizzati. Ma come, un giornalista ricco e famoso viene a Trento, pagato profumatamente, a insultare l’Autonomia ed il sistema su cui si basa la vita dei trentini (che innegabilmente è nettamente migliore di quelli riscontrabili in molte altre regioni d’Italia) e gli si battono le mani? Possibile che nessuno si sia alzato in quella sala per far presente un punto di vista diverso? Per dire quanto sia stata e sia storicamente fondata, certamente giusta e virtuosa, anche se non perfetta, l’autonomia del Trentino-Alto Adige?

È un atteggiamento “tafazziano” indicativo di come si dia l’autonomia talmente per scontata da quasi goderne se qualcuno la irride e di come non la si conosca e non la si senta più. È diventata argomento da salotto o convegno, elemento astratto. Vedendo quello che succede in Catalogna in queste ultime settimane c’è molto da riflettere.

Lei fa parte della Consulta trentina per il terzo Statuto, eletto in quota “società civile”. Come valuta la sua esperienza personale all’interno di questa istituzione?

Personalmente l’esperienza è stata certamente arricchente e formativa, anche se a tratti frustrante. Ho il privilegio, sedendo in Consulta, di confrontarmi con professionisti, imprenditori, studiosi, giuristi, politici e sindacalisti, di approfondire i miei studi e la mia conoscenza dell’Autonomia, e di poter collaborare con Martina Loss e Barbara Poggio, le quali rappresentano, rispettivamente, le associazioni trentine del settore ambientale e del settore culturale. Abbiamo fatto squadra da subito, portando le istanze e i suggerimenti delle associazioni e delle persone - più di 200.000 – che delle stesse fanno parte.

E qui si arriva alla frustrazione: tutte le nostre proposte sono state rigettate e non fanno parte del documento preliminare uscito dalla Consulta nel mese di gennaio. E questo non perché non fossero valide, ma perché è stata imposta da subito una linea eccessivamente giuridica alla bozza di documento, figlia anche della volontà di produrre un testo che non andasse a infastidire l’Alto Adige.

Risultato? Il documento è ben scritto ma incompleto, senza anima, e chi a Bolzano si è impadronito del Konvent per lo Statuto (l’organismo altoatesino parallelo alla Consulta), cioè Durnwalder supportato dalla destra tedesca, ha preso comunque a schiaffi in ogni occasione il Trentino, nonostante le buone intenzioni più volte espresse dal Presidente Kompatscher.

Perché gli esponenti dell’associazionismo sono stati così marginalizzati?

Perché le proposte avanzate da noi erano quelle più difficili da assimilare e avrebbero richiesto approfondimenti e un confronto più serrato e vero con l’esterno della Consulta, con i cittadini trentini e con coloro che qui vivono. Abbiamo chiesto che venissero inseriti nelle indicazioni per lo Statuto degli accenni alle associazioni e al volontariato, che fossero inserite in un preambolo richiami alle “culle fondanti” dell’Autonomia, come la Magnifica Comunità di Fiemme, o le Regole, ovvero quegli usi civici che rappresentano la declinazione storica importante per il Trentino, che venissero introdotti i temi della parità di genere e della democrazia partecipativa – ispirandosi magari alla legge sulla partecipazione recentemente approvata in Toscana - e che si cominciasse a parlare di nuovi cittadini.

Un organismo utile ma poco coinvolgente

Una seduta della Consulta per la Riforma dello Statuto di Autonomia

E dal punto di vista prettamente politico, è stato fatto qualcosa di utile oppure anche la Consulta si rivelerà un carrozzone inconcludente?

In generale, mancherei di rispetto a tutti, me stesso compreso, se la vedessi in questi termini. No, la Consulta non è stata, seppur con tutti i suoi limiti, un carrozzone inconcludente. E credo sia stata utile anche per fornire alla politica una base di partenza su cui lavorare, se e quando lo Statuto verrà ripreso in mano. Ho inoltre letto negli scorsi giorni della proposta del Presidente Bruno Dorigatti di fare della Consulta un think-tank permanente a disposizione dell’Autonomia. Può essere una buona idea, ma per farlo la Consulta deve mutare e passare dall’essere un organismo giuridico-politico all’essere un luogo del pensiero e dell’elaborazione meno paludato e più aperto, dove confrontarsi quotidianamente con il Trentino e su tutto fare informazione e formazione: sarebbe opportuno che la Consulta andasse nelle scuole e che l’Autonomia venisse spiegata e insegnata. E a farlo non dovrebbero essere solo i professori universitari, ma tutti i rappresentanti della società presenti oggi in Consulta.

Perché le iniziative della Consulta sono state snobbate dai cittadini?

Da un lato, come detto in apertura e confermato anche da una rilevazione commissionata lo scorso dicembre dalla Presidenza del Consiglio provinciale, c’è disinteresse nei confronti dell’Autonomia perché non la si conosce, e quindi non la si trasmette e la si dà per scontata. Molti trentini intervistati su cosa sia l’Autonomia tendono a rispondere: più soldi o contributi, quando l’Autonomia significa ben altro.

Dall’altro lato la Consulta è stata sentita subito come un processo calato dall’alto, una scelta politica, e molte delle sue manifestazioni, non ultima la Giornata e i Laboratori dell’Autonomia, sono state svolte nei luoghi e con un cerimoniale e delle modalità proprie della politica, invitando i politici e gli amministratori e lasciando fuori dalla porta i rappresentanti delle associazioni. Andrebbero trovate modalità diverse e più coinvolgenti; lavorare a spron battuto e produrre contenuti per quanto validi nel chiuso di un’aula, scrivere un documento e poi dire: ecco qua, società, vieni a vedere che bel lavoro, dacci in fretta il tuo parere che dobbiamo tornare a chiuderci in una stanza - senza magari tenere minimamente conto di quanto da fuori viene portato o richiesto - non è di certo una strategia vincente.

Cosa vede nel futuro: un lento ma inevitabile declino, qualche evento traumatico che metterà per davvero in discussione la nostra autonomia? Oppure c’è qualche segnale che la rotta possa essere invertita?

I segnali perché l’Autonomia venga messa in crisi o addirittura ci venga tolta sono più di uno. Nessuno che parli delle competenze maggiori che il Trentino-Alto Adige ha rispetto alle altre regioni o di come abbia gestito egregiamente la sua Autonomia o, ancora, di come, dal Patto di Milano ma anche da prima, si sia fatto carico di una parte del debito pubblico riprogrammando le sue risorse e accollandosi ancora nuove competenze. Nessuno, infine, che dica che l’Autonomia è, su tutto, responsabilità. Ed è questa la mia speranza: un Trentino capace ancora una volta, a partire dai rappresentanti delle associazioni, dell’università e della politica, di essere esempio per il resto d’Italia e in grado di prendere in mano l’Autonomia, attualizzarla e trasmetterla alle future generazioni.

Fabio Pizzi, 38 anni, di origini lombarde, ha vissuto per anni in Valle di Fiemme, conoscendo molto bene la realtà trentina anche periferica. Laureato in Studi storici e filologico-letterari a Trento, ha un Master in Social Media Marketing, è giornalista e lavora come addetto stampa, social media manager e formatore. Da 15 anni impegnato nelle Acli come volontario e poi dirigente, nel 2016 è stato scelto quale rappresentante delle associazioni trentine del Terzo Settore all’interno della Consulta per la Riforma dello Statuto di Autonomia.