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Ancora Venezia

“Downsizing”

Dal mucchio esagerato d’immondizia prodotta annualmente ad Hollywood provano ad emanciparsi alcuni registi con film accettabili e perfino interessanti. Non è una scena alternativa, è cinema nel sistema, complementare, che prova in parte forme e contenuti altri. Insomma è, e resta, commerciale, ricco di mezzi, con tempi, modi contenuti, recitazioni e artisti profondamente Usa, ma non semplicemente votato al puro intrattenimento. Non parliamo d’arte, ma è già qualcosa. I festival europei, giustamente, selezionano e propongono alcuni di questi film.

Ecco dunque “Downsizing” di Alexander Payne, una grossa produzione con Matt Damon e Christoph Waltz, presentata in concorso. Paul e Audrey Safranek sono una coppia in difficoltà a causa della crisi economica. Invitati a una festa, incontrano gli amici di un tempo, tra i quali una coppia che, grazie ad una straordinaria procedura, si è fatta rimpicciolire a 12 centimetri di statura. Questa nuova vita small è molto più benestante e serena, infatti vivono in una cittadina creata su misura, non conoscono criminalità o crisi e il loro impatto sull’ecosistema è ridotto. Al che anche i Safranek decidono di sottoporsi all’intervento per rimpicciolirsi, ma qualcosa va storto. Per Paul tutto cambia e non solo in termini di dimensioni. Autore di film belli e toccanti come “Nebraska” e “A proposito di Smith”, e altri meno significativi ma di grande successo (“Sideways” e “Paradiso amaro”), Payne ha qui maneggiato materia a forte rischio retorica, prevedibilità e ipertrofia effettistica. Dopo un avvio brillante il film infatti potrebbe avviarsi verso baratri già visti (“The Truman Show”) o ripiegamenti narrativi consueti e invece, sfuggendo di mano a se stesso, trova, in una sceneggiatura che procede per accumulo, sviluppi divertenti, amarognoli, sospesi e inaspettati. La mediocrità assoluta del protagonista, poi, non si riscatta per niente, la co-protagonista non agisce secondo le caratteristiche della femminilità hollywoodiana e gli sviluppi della società vengono raccontati con affettuoso sarcasmo, nessun eroismo, punte di sano cinismo e una certa spericolatezza narrativa. Passando con disinvoltura tra i generi, dalla commedia alla fantascienza al dramma, il film trova poi una chiusura accettabile mostrando, senza sottolineature, che anche riducendo le dimensioni le dinamiche umane non cambiano e solo i buoni sentimenti danno un senso all’esistenza.

Perno di questi percorsi laterali del cinema Usa sembrerebbe proprio Matt Demon, il quale è protagonista anche di “Suburbicon” anch’esso in concorso e diretto da George Clooney, su sceneggiatura dei fratelli Coen (altri membri del club, a quanto pare). Anni ‘60, Gardner Lodge vive nella ridente Suburbicon con la moglie Rose e il figlio Nicky. La gemella di Rose, Margaret, è sempre con loro, per aiutare in casa. Una notte due delinquenti, irrompono nella loro casa e li stordiscono col cloroformio, uccidendo Rose. Nel frattempo l’apparente tranquillità della cittadina entra in crisi quando una coppia di colore, i Meyers, con un bambino dell’età di Nicky, si trasferisce nella villetta accanto. L’intera comunità di Suburbicon s’infiamma e si adopra per ricacciare indietro i “negri”, più che altro perché la loro presenza fa crollare il valore immobiliare del quartiere. Come si nota dalla sinossi, due storie sono giustapposte l’una all’altra e tenute insieme solo da pochi pretesti. Di fatto la prima è molto più sviluppata, familiare, privata, mentre la seconda è più esterna, politica. Il loro procedere parallelo vorrebbe forse esplicitare una critica alla società che strumentalizza la paura del diverso per dare sfogo alle proprie repressioni, che diversamente si traducono in misfatti interni alle famiglie. Il problema è che tutto ciò appare piuttosto pretestuoso, finalizzato a dare spessore a un qualsiasi crime divertissement dei primi Coen. Il film poi non sa decidersi fra commedia, thriller, crime story, horror, e il mescolare cose drammatiche come il razzismo, la resistenza ad esso e l’emancipazione, con l’ironia acida e truculenta dei Coen alla Fargo, è una forzatura a tratti fastidiosa. A parte questo, il film può anche essere divertente e certamente ben realizzato, specie nelle scenografie e nelle recitazione. Ma al contrario dei suoi intenti è un film che non dice molto.

E non dice molto nemmeno il vincitore del Leone d’Oro 2017 “The Shape of Water” di Guillermo Del Toro. Ma non pretende nemmeno di dire tanto, quanto piuttosto dare tanto: cinema, visione, fantasia e immaginario. Ed è già più che sufficiente. Nel 1962 Elisa, un bruttina e muta addetta alle pulizie, e la sua collega, che lavorano in un laboratorio governativo di Baltimora, scoprono una creatura anfibia incatenata dentro una cisterna d’acqua. Elisa, spinta dalla solitudine, inizierà a sviluppare un rapporto di amicizia con lo strano essere, ma dovrà fare i conti con il dispotico e crudele detective Strickland, difensore degli interessi Usa, in competizione con i russi per il futuro stellare. C’è chi in questo film ambientato nel clima della Guerra Fredda ha notato una corrispondenza tra cronaca realistica (la violenza della Storia) e immaginario mitologico (l’incontro con la creatura), che conferisce al lavoro una portata estetica e morale esemplare. Probabilmente è così, e così si motiva anche il premio al Festival. Ma il contesto politico reso dalle scenografie e da personaggi fumettistici sembra fare per lo più da sfondo. Ciò che esce potente è la dimensione fantastica, onirica delle atmosfere, della storia, dei personaggi, che indica nei sentimenti positivi (anche qui) l’unica via per l’umanità. Insomma è la forza immaginifica la vera qualità di un film che, lungi da apparire stucchevole plagio, ha davvero tanto cinema dentro: la fantascienza anni ‘50 de “Il mostro della laguna Nera”, il miglior Tim Burton per adulti, il Terry Gilliam di “Brazil”, l’ironia della commedia di battuta. Un po’ come “La La Land” l’anno scorso: un film al quale abbandonarsi e farsi portare in un meraviglioso e terribile mondo di sogno.

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