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Vallotomo: fine di una brutta storia

Finalmente a metà ottobre si è conclusa la demolizione del cosiddetto diedro pericolante, sopra via Teatro di Mori. Poco prima l’ing. Cristofori dirigente della Protezione Civile della Provincia, dichiarò di voler far pagare fino all’ultimo euro le spese causate dall’opposizione al vallotomo e qualche giorno dopo il Consiglio Comunale di Mori espresse la sua contrarietà a ritirare le denunce per le occupazioni del Municipio e del Consiglio Comunale. Non vi fu quindi alcun segno di valutazione equilibrata della vicenda. È per questo necessario che l’esame dei fatti e delle azioni sia condotto da parte di un organismo o persona terza.

Questo dovrà avere presenti, oltre alle lamentazioni e alle querele della Provincia e del Comune di Mori, tutte le azioni e le proposte operate dai protagonisti dell’opposizione contro la costruzione del vallotomo e contro l’eliminazione con esplosivo dell’ammasso roccioso pericolante.

In sintesi, il vallotomo, opera di notevole impatto, comportò per una lunghezza di oltre 200 metri la distruzione di molti terrazzamenti, mentre la modalità di demolizione del cosiddetto diedro causò un forte danneggiamento del bosco e delle fratte sottostanti fino al vallotomo. Queste operazioni si prolungarono dal gennaio all’ottobre 2017.

Prima e durante gli oppositori espressero, inascoltati, il loro dissenso e offrirono più volte metodologie alternative.

È da tener presente che i terrazzamenti rappresentano un territorio di grande valore storico, tradizionale, affettivo e di straordinaria importanza paesaggistica ed ambientale. Fu quindi logica conseguenza l’opposizione di buona parte della popolazione della cittadina alla distruzione di questo sito, tanto più che non convinceva la metodologia dell’intervento proposto. La gente infatti si domandava come mai se c’erano problemi di sicurezza, e di conseguente somma urgenza, non si intervenisse subito col bloccaggio della massa rocciosa di dubbia stabilità e solo successivamente, e solo se necessario, con l’intervento passivo lineare di lenta

realizzazione, localizzando vallo e attrezzature paramassi nell’ampia fascia boscata presente sotto le rocce, evitando così la distruzione della pregevole area e limitando l’impatto paesaggistico.

Inoltre la possibilità di operare il bloccaggio della massa rocciosa di dubbia stabilità è stata dichiarata più volte da tecnici e da ditte esperte nel settore.

Dopo la realizzazione del vallotomo, è continuata l’opposizione alla demolizione

dell’ammasso roccioso pericolante mediante esplosivo, lasciando rotolare liberamente il materiale demolito sul pendio fino al vallotomo, con conseguenti ulteriori danni paesaggistici e patrimoniali. In effetti la definizione di pericolosità e di conseguente “somma urgenza” era diventata poco realistica e quasi ridicola, in quanto, pur denunciata dal geologo Belloni fin dal febbraio del 2007, non aveva portato ad alcun movimento nell’ammasso roccioso, nonostante il lungo tempo trascorso, vibrazioni ed urti durante l’ingabbiamento del diedro preliminare all’esplosione, né a causa delle azioni dinamiche della prima esplosione.

In realtà c’è voluto più di un mese per completare il disgaggio della roccia, cosiddetta pericolante, poiché pericolante non era.

Risultava incomprensibile allora, sotto il profilo tecnico, perché non si procedesse a

completare l’opera di stabilizzazione del massiccio roccioso involucrato collegandolo alla roccia sana retrostante con cuciture e tiranti e riempiendo le fessurazioni e le cavità con malte speciali a ritiro nullo, così come si è operato in tanti casi analoghi, anche in Trentino.

Concludendo, risulta poco intelligibile, come di fronte alla necessità di eliminare la

pericolosità del diedro, non ci si sia occupati per primo dell’esame dello stesso, ma si sia scelta la modalità più dannosa, semplicistica e più cara, lasciando inoltre colpevolmente sotto il pericolo di crolli gli operai e la popolazione per parecchi mesi. Si è voluto testardamente, senza la conoscenza del diedro, portare fino in fondo il progetto preliminare, mentre l’andamento dei lavori ed il comportamento dell’ammasso roccioso avevano dimostrato che il vallotomo non era necessario.

La chiusura completa al dialogo ed al confronto tecnico, oltre ad essere riprovevole sotto il profilo della logica scientifica, sicuramente portò a situazioni di esasperazione e di demoralizzazione, che condussero alle due occupazioni del Municipio, con le quali certamente non concordiamo, ma delle quali comprendiamo le motivazioni.

Su tutto ciò si dovrà dibattere, oltre a ricordare l’irreparabile danno paesaggistico,

ambientale, agronomico e sociale. Chi giudicherà deciderà quali siano i veri colpevoli e a chi addebitare l’enorme spreco di soldi pubblici.

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