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Cooperazione: la montagna ha partorito

Alla fine la montagna ha partorito. Che cosa, un topolino? Vediamo di capire

Mauro Fezzi

La crisi del movimento cooperativo - esplosa con la quarta presidenza Schelfi e con la manfrina della (non) presidenza Fracalossi, voluta dai boss cooperativi e risoltasi nel nulla - aveva avuto il primo momento di composizione nell’elezione del presidente “traghettatore” Mauro Fezzi.

Frattanto si acuiva la crisi del Sait, che delegittimava del tutto il suo presidente Renato Dal Palù, già delfino in pectore di Schelfi, e coinvolgeva anche la vicepresidente Marina Castaldo (a capo di una coop accusata dai sindacati di sostituire con lavoratori precari i dipendenti Sait in Cassa integrazione). Si dimetteva anche il direttore di Federcoop Carlo Dellasega, mentre il procedere del riassetto nazionale delle banche di credito cooperativo implicava per la Federazione un robusto taglio delle entrate su cui si basavano gli stipendi dei tanti dipendenti.

Insomma, una situazione critica, in cui avevano preso forza e voce gli storici – e, secondo molti, patetici - “dissidenti” del movimento, diventati inaspettatamente maggioritari.

Infatti, se la crisi era dovuta non ad un appannarsi storico delle ragioni della cooperazione, ma alle chiusure di un ceto dirigente oligarchico e abbarbicato alle poltrone, il rinnovamento doveva passare attraverso una nuova normativa che rendesse la dirigenza democratica e rinnovabile. Di qui il secondo atto dell’uscita dalla crisi: un nuovo statuto che impedisse le cristallizzazioni di potere.

I dissidenti, ribattezzati “innovatori” e i boss ancora nel cda della Federazione decidevano di evitare uno scontro frontale, ritenuto devastante, e di lavorare assieme ad uno Statuto che, date le premesse, non poteva che essere di compromesso.

Bene, quali i risultati?

Lasciamo stare diversi aspetti, pur importanti, e concentriamoci sui punti chiave, attorno al quesito base: la Federazione sarà ora più contendibile, più trasparente?

Vediamo per punti. Innanzitutto i voti. È noto che i boss controllavano le assemblee elettive: le grandi cooperative, i consorzi con il corollario delle società di sistema, con la loro massa di voti decidevano tutto. Se si fosse votato con il principio una coop = un voto, a Diego Schelfi non sarebbe succeduto Fracalossi, ma il candidato dei dissidenti Geremia Gios. Orbene, il voto capitario non è passato. Però sono aumentati i voti delle piccole cooperative (mentre le grandi hanno sempre 5 voti), sono stati drasticamente tagliati i voti dei consorzi (da 5 a 1) e delle società di sistema. Un buon compromesso, ci sembra.

Consiglio di amministrazione: non ci saranno più i 3 membri cooptati dal consiglio uscente (era una bella scappatoia per garantire l’inamovibilità) sostituiti da quattro membri scelti tra personalità significative e nominati dall’assemblea. Sono esclusi (dal voto, non dalla presenza in cda) i rappresentanti di donne e giovani, scelta contestata, ma erano espressione di associazioni molto dipendenti dalla Federazione, e non erano pertanto voti indipendenti.

Decadranno anche i membri che perdono la carica (presidenza) nella loro cooperativa; fino a poche settimane fa, sempre nell’ottica dell’inamovibilità, c’erano 5 consiglieri in queste condizioni, che sedevano in cda a rappresentare se stessi. Si opera inoltre una divisione netta tra cda (23 membri) e comitato esecutivo (5 e non 9 come prima, e non possono più entrarvi i rappresentanti dei consorzi di secondo grado, come Dalpalù, per fare un esempio): l’esecutivo, all’uopo smagrito, dovrà occuparsi esclusivamente degli aspetti organizzativi della federazione, mentre l’indirizzo politico dovrà venire dal cda.

A noi sembra un buon risultato.

Limite dei mandati. Cancellata la norma approvata per permettere il quarto mandato a Schelfi (e ci mancava altro!) il limite è di tre mandati, sia per i sindaci che per gli amministratori, ma per questi ultimi il conteggio inizierà da ora, quindi gli attuali mammasantissima rimarranno fino al 2026. Male.

Compensi: verranno decisi dall’assemblea.

Limite al numero degli incarichi: non più di 3 incarichi retribuiti all’interno del sistema cooperativo per i consiglieri di amministrazione della federazione. Sono cumulabili extra eventuali incarichi di sindaco, ritenuto incarico professionale.

La norma non è certo stringente, ma considerato il numero strabiliante di incarichi che oggi riescono a cumulare i boss (e non perché siano degli stakanovisti, ma perché controllano posizioni di potere), rappresenta un passo avanti.

Trasparenza dei compensi. C’è, ma circoscritta alla federazione e alle società collegate; le singole cooperative possono fare quello che vogliono, anche in materia di trasparenza. Potremo così continuare ad avere un presidente come Marco Zanoni alla LaVis che si rifiutava di rivelare all’assemblea e ai soci, che tiravano la cinghia, quale fosse il suo compenso. Molto male: se la trasparenza non viene ritenuta un principio cooperativo, cosa è la cooperazione?

Questi dunque i risultati, che verosimilmente saranno approvati nella prossima assemblea del 7 dicembre.

Poi rinnovamento sì/rinnovamento no arriverà al terzo atto, nel quale si dovrà decidere il successore di Mauro Fezzi, che ha deciso – e questo è già una novità – che da buon presidente traghettatore non intende succedere a se stesso.