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L’impossibile ferrovia di Stalin

In mostra a Forlì le foto raccolte dal giornalista e fotografo Tomasz Kizny che documentano la vita nei Gulag e il caso della cosiddetta “Via morta”. Da “Una Città”, mensile di Forlì

A cura della redazione

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, Stalin decise, soprattutto per motivi strategici, la costruzione di un grande porto sul litorale artico siberiano. Alcuni mesi dopo, vicino alle coste dell’Ob, sbarcò un contingente di centinaia di detenuti che durante l’estate scaricarono sulla riva tonnellate di materiale edile; ma in autunno si vide che il golfo dell’Ob non era abbastanza profondo per farvi arrivare navi di grosso tonnellaggio. Nessuno si era preso la briga di verificarlo. Un anno di inutili preparativi.

Stalin decise allora di scegliere la località di Igarka, 1.300 km più a est, all’imbocco dell’Enisej. L’esecuzione venne affidata a una struttura specializzata del Gulag, la Direzione generale dei campi per la costruzione delle ferrovie, diretta da Naftalij Frenkel, ex direttore, tra gli altri, del canale del mar Bianco e del canale Volga-Don. Frenkel, che era sopravvissuto miracolosamente alla Grande Purga mentre tutti i suoi compagni ?eskisti erano stati fucilati, sapeva che, in caso di fallimento, Stalin l’avrebbe condannato a morte.

Questa volta, la missione non era soltanto gigantesca, ma anche particolarmente difficile dal punto di vista tecnico: la ferrovia doveva infatti attraversare le distese selvagge della Siberia all’altezza del circolo polare. Non esisteva neanche una carta geografica della regione. Il cantiere venne avviato con una fretta incomprensibile, senza programmi, senza preoccuparsi dei costi e senza nessuno studio tecnico: 70.000 detenuti posavano simultaneamente la linea ferroviaria partendo da Salechard, a ovest, a da Igarka, a est, con l’intento di incontrarsi in mezzo alla pianura della Siberia occidentale, sulle rive del Pur.

Il clima polare peggiorava la situazione: durante i mesi invernali, il mercurio scendeva fino a -50 e si scatenavano tempeste di neve. La neve ricopriva le strade, i campi, i magazzini. La costruzione della grande ferrovia del Nord procedeva faticosamente. La massa di neve che si scioglieva in primavera provocava inondazioni che travolgevano la strada ferrata e distruggevano i ponti, mentre i binari cominciavano a galleggiare e a spostarsi. Di anno in anno, bisognava trovare una manodopera sempre più numerosa da dedicare agli interminabili lavori di rifacimento delle tratte messe in servizio. La grande opera si impantanò nel fango e nella neve della Siberia.

Nonostante la situazione fosse tragica, i rapporti sul compimento delle nuove tratte della ferrovia partivano per Mosca. Tutti erano a conoscenza del fallimento, ma nessuno osava dire la verità, soprattutto a Stalin.

L’assurdità della situazione finì solo con la morte del capo. Sull’itinerario della Via morta vennero abbandonati villaggi, depositi per locomotive, stazioni e la città di Ermakovo. Non furono né la mancanza di preparazione né la fretta con cui venne intrapresa questa opera ad aver prodotto il fallimento.

L’assurdità aveva anche un’altra ragione: si trattava del progetto smisurato, immaginato da un dittatore che stava invecchiando. In questa follia, si può leggere oggi un’allegoria della storia del comunismo sovietico: una via costruita contro il buon senso, utilizzando il lavoro dei detenuti, pagata con milioni di vittime e che non porta da nessuna parte.

(Dal catalogo della mostra)