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“La mia Iliade”

L’Iliade personale e universale di Andrea Castelli

Andrea Castelli

Un sogno nel cassetto, quello di raccontare l’Iliade, che diventa realtà. Andrea Castelli ha realizzato la volontà di narrare a suo modo – il titolo “La mia Iliade” è indicativo – un testo ingombrante come il poema epico di Omero. Il monologo, scritto e interpretato dal noto attore trentino e prodotto da Trento Spettacoli, ha debuttato lo scorso 10 novembre al teatro di Meano e da qui a fine febbraio toccherà diversi centri della Provincia.

La prima ha richiamato nel sobborgo di Trento un numeroso pubblico, che più volte ha applaudito a scena aperta. La critica dei quotidiani, al contrario, ci sembra aver accolto meno positivamente l’operazione. A noi di Questotrentino, invece, la versione castelliana dell’Iliade è piaciuta molto: una voce fuori dal coro, come da fiera tradizione. Vogliamo con questo giudizio rendere giustizia specialmente ai punti più contestati.

Affonda le sue radici tra i banchi di scuola, grazie ad un professore capace di far pulsare di vita un testo immortale, l’amore di Castelli per il poema omerico. Una passione che si è trasferita in un progetto covato per lungo tempo, sfociato ora in questa rivisitazione dall’impronta profondamente personale, dal punto di vista umano e artistico. D’altro canto, l’intenzione è limpida fin dal titolo: “La mia Iliade”, cioè l’Iliade raccontata con quel ventaglio di forme che caratterizzano e rendono riconoscibile il lavoro di Andrea Castelli. Ovvero attraverso l’italiano e il dialetto, il sublime e il (nazional)popolare, il drammatico e il comico, il serio e il faceto.

Tramite questa mescolanza di registri l’attore ha saputo andare all’essenza del mito, coglierne e attualizzarne i temi portanti e universali: la guerra e l’amore, la poesia e la violenza, l’amicizia e la gelosia, il dolore e l’ira, l’eroismo e la meschinità. Una collezione di moti umani immutabili da esplorare, un’esplosione di personaggi da rendere familiari e avvicinare a noi, lavorando di fervida immaginazione.

La scenografia di Tessa Battisti (che firma anche i costumi) è fatta di pochi elementi essenziali e ri-semantizzabili: una sedia e una pedana praticabile, una fune, soprattutto una barca – posta simbolicamente al centro – che si tramuta poi nel cavallo di Troia, un remo che diventa anche giavellotto e bastone. Scelte adeguate, non invadenti, funzionali alla parola. In questo campo, Andrea Castelli dà vita ai personaggi dell’Iliade giocando con le variazioni stilistiche, dando a ciascuno una propria chiave di lettura.

Ecco quindi un Achille “dall’ira funesta” romanesco in quanto forte e gradasso, Paride “bello come un Dio”, la bellezza egocentrica di Elena, la rozzezza di Menelao, un Agamennone potente e arrogante dall’accento veneto. La tensione patetica data da Priamo, padre di cinquanta figli, la tragicità di Cassandra, veggente inascoltata, la scelta di prendere di Ulisse l’inquietante tenebrosità. E poi ancora Zeus, Apollo, Ettore, i personaggi secondari. Parlando di inserti dialettali, non poteva mancare il trentino (utilizzato per un passaggio narrativo centrale), così come i sottili e mirati riferimenti all’attualità.

In conclusione, una rilettura che centra l’obiettivo di raccontare dell’immutabilità della condizione umana e di spalancare con sincerità e fervore le porte su un mondo affascinante, troppo spesso legato ai soli anni scolastici.

Oltre a queste considerazioni quasi automatiche, vorremmo dedicare queste ultime righe alla validità dell’operazione di Castelli nel tratteggiare i personaggi. Senz’altro alcuni sono meglio definiti di altri: il pathos di Priamo, ad esempio, rimane non barattabile con i pur arguti e apprezzabili spunti da comicità leggera e brillante.

Non vediamo però forzature o sfregi alla classicità nelle attribuzioni dialettali. La parte in trentino è tra i momenti più ritmati dello spettacolo; e ci sembrano indovinati, perché immediatamente riconoscibili, i ricorsi al veneto e al romanesco. Non è solo mero gioco comico: specie nel secondo caso, dietro la patina dell’ironia ci pare di intendere, parlando di Achille, un’intenzione più profonda: essere il miglior guerriero in Terra dal punto di vista umano è poca cosa. Attualizzare il mito non è togliergli sacralità; al contrario, se fatto con intelligenza, può voler dire riscoprirlo.