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“Gli Sdraiati”

Un racconto poco credibile di Francesca Archibugi

“Gli sdraiati”

Giorgio Selva, celebre giornalista televisivo, condivide con la ex moglie un figlio: Tito, un diciassettenne che ciondola tra casa e scuola, tra giovinezza e ragazzinità, dribblando l’azione incalzante del padre e appoggiandosi alla banda degli amici. In campo le relazioni da mantenere o esplorare: compagni, ragazza, padri, nonni. E i sentimenti: affetto, attrazione, gelosia, comprensione, soffocamento.

Tito prende tutto con l’inerzia vitale dei suoi pochi anni, mentre Giorgio lo marca stretto, fra l’istinto di sgridarlo e il desiderio di soccorrerlo, alla ricerca di una nuova intimità che trovi un punto di contatto tra atteggiamenti così lontani davanti alla vita.

Quattro anni fa era uscito l’omonimo libro di Michele Serra, poi Claudio Bisio ne aveva fatto un riuscito monologo teatrale, che era stato presentato anche a Trento. Ora de “Gli sdraiati” è arrivato il film, per la regia di Francesca Archibugi.

Purtroppo, nonostante la presenza di un sempre volenteroso Claudio Bisio, il film non è un lavoro particolarmente riuscito. Ovviamente c’erano delle aspettative, specialmente da parte di chi aveva letto il testo e/o visto lo spettacolo teatrale. Al netto di ciò, portare al cinema e sceneggiare un testo che non ha una storia, ma è un insieme di riflessioni, frammenti, contestualizzazione di piccoli episodi, non era certamente facile. L’Archibugi, con gli sceneggiatori, che comprendono anche Serra, ha deciso di mantenere lo stesso impianto frazionato per costruire comunque una sottile trama di elementi intrecciati. Il risultato, purtroppo, è quello di una certa impalpabile superficialità, con episodi che restano aperti senza risolversi, personaggi che appaiono e spariscono, dinamiche di rapporti percepibili ma di fatto sospese.

Si intuisce, solo per fare un esempio, la separazione tra i genitori di Tito, ma non la motivazione del protrarsi di un acceso conflitto tra i due.

Forse è proprio una scelta della regista per rendere quella sensazione di incomprensione e fuggevolezza che caratterizza oggi in generale i rapporti fra giovani e adulti, ancor più che fra genitori e figli.

Forse è la volontà di porsi come osservatori dall’esterno per rendere un piccolo affresco di situazioni, piuttosto che il preciso sviluppo di vicende.

Sarà; però mentre tutto questo nel libro, e a suo modo nel monologo teatrale, funziona, al cinema si direbbe di no. In sostanza la sceneggiatura non riesce a definire e a rendere sullo schermo il cambiamento epocale avvenuto tra le due generazioni. Non lo vuole neanche fare, ma il libro sollecitava riflessioni, confronti, immedesimazioni (e in fine anche qualche intuizione), mentre il film scorre senza dare la possibilità di una rielaborazione personale.

Certo non aiuta il solito contesto radical-chic borghese romano (quantunque il film sia ambientato a Milano), che è ormai il topos imprescindibile di certo cinema intelligente italiano. Anzi, il fatto che la storia sia ambientata al nord quasi peggiora la situazione, perché la sensazione è quella di una dimensione trapiantata, spuria. E poi - va detto - Claudio Bisio, neppure a sessant’anni suonati, è credibile come padre. Lui, senza averne ovviamente colpe, proprio non ce la fa a crescere, ad adultizzarsi. Resta lì, tra i suoi monologhi sui fumetti, il pirata di “Puerto Escondido” e “Zelig”. Non che non sia bravo, tutt’altro, ma non riesce ad avere credibilità come adulto. E non aiuta la figura di padre ansioso e iper-apprensivo, carico di sensi di colpa esagerati; perché appena il volto di Bisio accenna a una qualche insistenza espressiva, scatta la caricatura. Siamo troppo abituati ai suoi ammiccamenti e alle sue dissimulazioni per non essere deviati dal personaggio al performer televisivo. Così il desiderio urgente di Giorgio di qualche condivisione empatica, finisce talvolta in patetica e scoperta esagerazione. In definitiva forse le invenzioni di sceneggiatura e il passaggio da una sola voce narrante a uno sguardo composito hanno pesato sul senso di tradimento di certe aspettative. Forse è altro, di fatto si esce dal film con un malinconica sensazione di inappagamento.

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