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LaVis, in quanti ci hanno mangiato?

Nel numero scorso avevamo trattato del bilancio della LaVis, sempre molto in bilico, nonostante gli elogi della stampa. L’assemblea di approvazione ha confermato la situazione: una presidenza, quella di Pietro Patton, che finalmente cerca di prendere in mano una situazione da tempo colpevolmente fuori controllo. E non pone come prima preoccupazione l’occultamento della sporcizia sotto il tappeto, nascosta e più spesso creata proprio dai predecessori. Un tentativo positivo dunque, anche se ormai in grave, forse irrimediabile ritardo.

Un esempio lo si è visto con la riorganizzazione del gruppo, con l’accorpamento delle varie società – Cesarini Sforza, Ethica, Casa Girelli ecc – in due sole: “risparmiamo da subito 1,5 milioni di euro, e a regime 2 milioni all’anno” ha affermato Patton. Risparmi dovuti ai rimborsi a consigli di amministrazione, collegi sindacali, staff ecc. Provvedimento doveroso, ma che dà l’idea della reale situazione del passato, da noi tante volte denunciata: uno spreco consumatosi negli anni, con grassi e inutili consigli di amministrazione foraggiati dai contadini sottopagati. Ricordiamo ancora quando l’arrogante commissario Marco Zanoni si rifiutava di fornire notizie all’assemblea sui propri (ricchissimi) emolumenti, mentre faceva tirare la cinghia ai soci, con remunerazioni dell’uva conferita inferiori ai costi di produzione.

Ora si cerca di svoltare. Anche se dobbiamo registrare come su uno di questi capitoli Patton non sia stato pienamente convincente: la vicenda dei sei e più milioni di euro persi in una misteriosa società americana (di cui peraltro si sapeva che erano amministratori gli stessi della LaVis). Il presidente non vi ha fatto cenno se non a seguito di una precisa domanda, ed è stato vaghissimo, accampando i tempi lunghi della giustizia americana. Non vorremmo che a prevalere sia l’eterno principio del lupo non mangia lupo, l’amministratore attuale che non vuole mettere ancor più nei guai i precedenti.

Il fatto è che la LaVis ancora sconta la spoliazione subita negli anni scorsi: e per far fronte ai debiti è alla continua ricerca di capitali. Il nostro giudizio è noto: una società troppo protetta da pelose coperture politiche (da Dellai soprattutto, poi Mellarini, ora Ugo Rossi) inesorabilmente si incammina sulla strada della scarsa produttività, quando non su quella dell’arraffamento. E uscirne è difficilissimo, è più facile che, ad uscirne, siano i soci.