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Doppio passaporto?

La politica europea dell’ultradestra minaccia la pace in Sudtirolo

Heinz-Christian Strache, capo dell’FPÖ, partito nato antisemita e xenofobo e rimasto ambiguo, nel corso della presentazione del nuovo governo austriaco di cui è vice cancelliere, ha così spiegato la decisione di inserire nel programma l’offerta del passaporto austriaco ai sudtirolesi: “C’è stata una stragrande maggioranza che ha espresso questo desiderio, rivolgendosi a noi con un’esplicita richiesta”. Il giorno dopo il cancelliere Kurz ha frenato, dicendo che del passaporto si parlerà con il governo di Roma. Ma nel frattempo è scoppiata la bufera.

Chi ne avrà diritto? Verrà adottato un criterio storico o etnico? E a cosa serve un altro passaporto? In pratica a nulla. Ma indica che un solo gruppo linguistico ha il sangue giusto, e divide chi considera l’autonomia una soluzione della questione sudtirolese e chi invece vuole riaprire il conflitto.

L’idea venne molti anni fa a due parlamentari Svp, ma la colpa non è loro. Presero ad esempio la legge fatta in Italia da Mirko Tremaglia, ex combattente della Repubblica Sociale Italiana, poi esponente dell’Msi, e infine, con Alleanza Nazionale, ministro in un governo Berlusconi. La legge entrò in vigore nel 2006 con un iter che modificò la Costituzione. L’Italia ha concesso la cittadinanza ai discendenti di coloro che emigrarono nel passato e che sono rimasti a vivere all’estero, in base allo ius sanguinis (diritto di sangue, contrapposto a ius soli, diritto di cittadinanza perché si è nati in quello stato). Ha dato loro addirittura il diritto di voto e collegi riservati, anche se non conoscono l’italiano.

Poi ci fu Eva Klotz, che ammette che il doppio passaporto è solo il primo passo verso il suo vero obiettivo politico, la secessione. Andati al potere i loro camerati a Vienna, i Freiheitlichen di Bolzano si sono affrettati a incontrarli e sono tornati sicuri di ottenere questo riconoscimento. E anche il presidente della Provincia di Bolzano ha messo fra i temi della sua agenda, per l’incontro con gli incaricati di formare il nuovo governo, fra Brennero, lupi e orsi, anche il doppio passaporto.

Nel programma presentato da Kurz e Strache sul Kahlenberg, (da dove nel 1683 partì la battaglia vittoriosa contro gli ottomani che assediavano Vienna), eccoli tutti accontentati, in contraddizione con la decisione presa, dopo lungo studio, solo due anni fa, da un’apposita commissione del Nationalrat. L’Austria ha regole molto restrittive in materia di cittadinanza.

La questione dell’identità è intricata. Come scrive lo storico e politologo Anton Pelinka nel suo bel libro del 1990 “Zur österreichischen Identität”, l’identità austriaca è cosa recente. Risale infatti al tempo successivo alla seconda guerra mondiale. In precedenza l’identità era asburgica e poi, negli anni fra 1918 e 1938, era tedesca, tanto che diversi Länder fecero o prepararono referendum per l’annessione alla Germania.

A quale di queste identità si riferiscono coloro che sono favorevoli a un passaporto doppio, anziché impegnarsi per un passaporto europeo?

Arno Kompatscher

Due aspetti rendono la faccenda inquietante: da un lato il fatto che le destre sono solite maneggiare le questioni della nazionalità in modo da intorbidare le acque, soprattutto mettendo il discussione i diritti universali, la laicità dello stato e il principio di eguaglianza fra cittadini/e. Gli altri, nel nostro caso Kurz e specialmente gli attuali governanti italiani, sono uomini senza memoria e non si sono mai seriamente occupati di nazionalismi e micro-nazionalismi. D’altronde neppure negli anni Novanta, quando alla caduta dell’Unione Sovietica sono emersi decine di nazionalismi piccoli e feroci, causa principale in seguito del mancato decollo della democrazia in quelle regioni, ben pochi politici si sono peritati di studiare la questione. Così, in mancanza di cultura politica e quindi di programmi capaci di affrontare questo genere di problemi da parte delle forze politiche democratiche, la destra estrema e quella postfascista hanno buon gioco nell’affrontare le questioni a modo loro.

Ad esempio: ritenendo probabile che il criterio di scelta per gli aventi diritto sia etnico e non storico, si è già pensato di creare una commissione, il cui compito sarebbe di verificare l’ascendenza, con una sorta di Ahnenpass, il passaporto genealogico che nel 1933 fu introdotto dal regime nazionalsocialista per discriminare ebrei e cosiddetti “non ariani”! È agghiacciante sentire usare questa parola come fosse normale.

Molte persone che hanno vissuto i momenti difficili della storia sudtirolese o che l’hanno studiata hanno espresso il timore che si crei una spaccatura nella società, come con le opzioni del 1939.

Anche se all’inizio l’indifferenza è il sentimento più diffuso, è facile con una campagna propagandistica aizzare gli uni contro gli altri. Accadde allora e anche oggi il dibattito ha assunto rapidamente toni aspri. Lo stesso Kompatscher ha chiesto di abbassarli, ma al presidente si dovrebbero porre alcune domande: anzitutto perché difende in tedesco il diritto al doppio passaporto, e in italiano rimanda a un futuro “dopo il dialogo” e “in uno spirito europeo”?

Lo spirito europeo richiede un passaporto europeo, Il doppio passaporto è esattamente il contrario. Come ha compreso il vescovo Muser, che nelle celebrazioni natalizie ha alzato la voce, accusando il doppio passaporto e chi lo propone di mettere in pericolo la pace etnica. E altre domande si possono fare al presidente della giunta (che onestamente non ha mai dichiarato di essere “il presidente di tutti”) e si trovano in numerose lettere pubblicate dai giornali e postate nei blog: “Non abbiamo altri problemi? Abbiamo così tante ragioni di lamentarci? E la Svp doveva proprio andare a Vienna a chiedere il passaporto? Non poteva trovare un modo meno distruttivo di correre dietro all’estrema destra, come fa regolarmente quando si avvicinano le elezioni?”.

Il presidente parla sempre di dialogo, - Dialog – la stessa parola che usa Kurz, ma entrambi dialogano solo con il governo di Roma. Va bene per Kurz, ma non per il presidente di una Provincia autonoma multietnica. Non è giusto andare avanti contando sul fatto che a Roma capiscono ben poco dei problemi di convivenza e che, in cambio di una candidatura di gente in fuga dai propri elettori, i partiti che sono oggi al potere a Roma sono disposti a tutto. Oltretutto così si nega ai sudtirolesi italiani ogni diritto di rappresentanza.

Un lettore ladino di Badia ha scritto al Südtiroler Tageszeitung di Arnold Tribus: “Ci facciamo trascinare da politici che non sanno fare altro che provocare…La lacerazione nella popolazione è già ben visibile oggi, provocata dall’offerta del doppio passaporto…Anche i ladini erano parte della monarchia asburgica...…(l’esclusione dei ladini fassani viene percepita come un’ulteriore rottura dell’aspirazione dall’unità dei ladini delle Dolomti, n.d.r.) Immaginate: alcuni sportivi parteciperanno alle gare con l’Italia, altri con l’Austria!...Noi sudtirolesi non abbiamo alcuna ragione di essere soddisfatti della situazione attuale? Non ne abbiamo mai abbastanza?”.

Oggi in Europa la politica sulle questioni scottanti viene fatta solo dalle destre. I Paesi del nord, che dominano la UE, si occupano di banche e dei grandi gruppi finanziari. L’Austria, con Esteri, Interni e Difesa in mano all’ultradestra, andrà a rafforzare il gruppo di Visegrad, i cui Paesi membri limitano i diritti civili e umani e le libertà dei cittadini, e fomentano i nazionalismi. Al presidente della Repubblica van der Bellen, Kurz ha dovuto promettere che rispetterà i diritti umani (!) e lavorerà per un’Europa più forte, ma non sono molti all’interno e all’estero che credono a queste promesse. Per la pacifica convivenza in Sudtirolo non è indifferente che al confine prevalgano partiti dell’ultradestra. I nostri politici invece corrono a Vienna, chiunque sia al governo. Il bipolarismo etnico continua a sostituire nel panorama politico locale la normale alternanza democratica fra partiti portatori di diversi interessi sociali.

Kompatscher si vanta giustamente del rafforzamento dell’autonomia, rilegge coraggiosamente la storia, ma non basta. La visione di coloro che hanno voluto l’autonomia era di creare una terra in cui le diversità siano valorizzate e tutti chiamati a partecipare alla realizzazione del progetto comune di futuro.

Invece siamo fermi alla tolleranza e all’indifferenza. La scommessa era difficile, un esperimento unico al mondo: tre popolazioni sotto lo stesso tetto, la fine del conflitto!

Se nella casa entrano gli spifferi del nazionalismo, la scommessa rischia di essere persa. Dal 1992 ad oggi si investe troppo poco nella convivenza. Senza un cambio di rotta non ci sono ragioni convincenti da contrapporre a chi vuole l’autodeterminazione. Il doppio passaporto è un passo avanti dell’altra politica, quella che, pur minoritaria, lavora da sempre contro l’autonomia e la pace.

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