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Il vescovo sui giornali

Il vescovo Lauro Tisi

Quale immagine del vescovo emerge dalle ampie interviste rilasciate per Natale (20 dicembre) a Chiara Bert (Trentino), a Andrea Rossi Tognon (Corriere del Trentino) e ad Andrea Bergamo (l’Adige)? E che immagine danno di se stessi i quotidiani locali sul rapporto fra politica e religione, fra società e Chiesa?

Fra legge e coscienza, fra reato e peccato, direbbe lo storico Paolo Prodi che a Trento ha insegnato. Nella modernità stiamo approdando alla distinzione fra i due ambiti, capace di evitare sia la confusione, cioè il primato della Chiesa nell’epoca della cristianità, sia la separazione, che isola i cristiani dal mondo. Il “rendete a Cesare ciò che è di Cesare, a Dio ciò che è di Dio” istituisce fra le due sfere una gerarchia, afferma nello stesso tempo il limite e il valore della politica. La tensione è insopprimibile fra “voi siete nel mondo, ma non siete del mondo” (Giovanni, 15).

Sono i titoli che orientano il lettore, anche quello che legge con impegno gli articoli completi. E questa volta lo meriterebbero. Nei richiami in prima pagina, “Non chiudete le porte all’immigrazione” (Adige), “Il Pil è una fake news” (Corriere), “Preferenze rosa, bella riforma” (Trentino), i tre giornali si presentano come giornali politici e, con titoli caldi, esibiscono un vescovo attento a questioni socialmente cruciali della politica: preoccupato, pessimista, fiducioso.

Le differenze sono evidenti. Su una questione il giudizio è positivo, una buona notizia che dà speranza, rafforzata dal titolo interno: “Con più donne una politica più umana” (Trentino), su un’altra il giudizio è negativo, confermato all’interno da: “È il momento di contestare una società basata sull’economia, recuperiamo la spiritualità” (Corriere). La tesi sull’immigrazione, ispirata da papa Francesco, richiamata sulla prima pagina de l’Adige, (in dimensione ridotta), non è rafforzata dal titolo interno, ed è argomentata nel corpo dell’intervista così: “La nostra società si regge sull’immigrazione, che genera una parte del Pil”. Il titolo interno de l’Adige è invece su un tema ecclesiale: “Pochi cristiani, i preti bastano”.

Ci sono sui giornali temi comuni, che ritornano: la crisi della cooperazione in Trentino, e l’attenzione, anzi la fiducia nei giovani. L’affermazione di principio del superamento della “cristianità” e del clericalismo che la caratterizzava è nel segno della discontinuità rispetto al predecessore Luigi Bressan. Ci sono poi notizie e riflessioni specifiche in risposta alle domande dei tre giornalisti: i vantaggi dell’immigrazione su l’Adige, il diritto dei musulmani alla moschea sul Corriere, il giudizio negativo sulla legge del biotestamento sul Trentino.

Qualche valutazione conclusiva. Lauro Tisi è un vescovo che suscita simpatia, ed è trattato con simpatia. Le interviste separate nascondono però qualche contraddizione: il prodotto interno lordo, che sul Corriere è ridotto a una bufala, su l’Adige diventa l’argomento più forte a favore dell’immigrazione. Del modello economico-tecnologico si denuncia il dominio sulle persone.

Non spetta a un vescovo proporre rimedi, ma qui siamo di fronte alla fatica a misurarsi con la modernità. Non basta dichiarare superata la cristianità, se poi non si riconosce dignità etica a un Parlamento che legifera laicamente sul fine vita. E quando il vescovo elogia sul Trentino le quote rosa non avverte il clamoroso ritardo della Chiesa cattolica sul sacerdozio femminile. Nel programma pastorale diocesano compaiono ancora appuntamenti “vocazionali” riservati ai ragazzi (maschi), come se nella società civile ci fossero ancora concorsi riservati agli uomini per i magistrati, i primari ospedalieri, i dirigenti scolatici. La politica rimane nel fondo un “club elitario” contro cui inveire, o da criticare in termini moralistici. Il vescovo è troppo giovane per ricordare l’epoca (della cristianità appunto) in cui la Chiesa organizzava il voto alla DC, il partito unico dei cattolici. Il Concilio Vaticano II impegna all’educazione a una politica che è partecipazione attiva e plurale, ma è rimasto quasi inascoltato. Se in Trentino sono 60 i Comuni aperti all’accoglienza, sono ancora quasi 100 quelli che agli immigrati rispondono: “Qui non c’è posto”. Sono Comuni governati anche da fior di cattolici e dove operano Consigli parrocchiali (seppure soltanto consultivi).

Il vescovo svicola su temi ecclesiali come la valorizzazione dei laici, uomini e donne. Non bastano gli incarichi amministrativi, né i gruppi biblici, pur importanti. La resistenza è proprio all’innovazione nelle assemblee celebranti l’eucaristia: perché siano efficaci va superato il discorso unidirezionale dei sacerdoti che rifiutano ogni feedback. Il Sinodo dei giovani rischia di fare la fine del Sinodo della famiglia, dove la partecipazione è stata scarsissima, in Italia soprattutto, e in Trentino, per l’indifferenza e l’opposizione dei vescovi e del clero. Ci sono però energie su cui contare, e resistenze da vincere: il primo documento diocesano elaborato per il Sinodo della famiglia è stato titolato da Vita Trentina, con coraggio, “Scisma sommerso”, mentre per il secondo, non molto diverso nei contenuti, si è ripiegato su un asettico “La famiglia al centro”. È positivo che per il vescovo non sia questione di numeri: se la testimonianza si sforza di essere autentica, la Chiesa può essere anche di minoranza.