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Né sballo, né coprifuoco

Renzo Gubert

Nel numero scorso citavamo il Francesco Moser politico; ecco, Renzo Gubert, in qualche modo e ad altri livelli, gli assomiglia: entrambi dicono esattamente quel che pensano, incuranti di critiche, derisioni e rischio di irrilevanza.

In un suo acceso intervento sull’Adige del 12 dicembre l’ex senatore se la prende con “la mania di trasgredire a tutti i costi”. Una trasgressione che contagia a suo dire una larga parte del nostro panorama politico-esistenziale, accomunando nello stesso calderone di infamie i mercatini di Natale e il dialogo inter-religioso, il Gay Pride e le strade sporche, le “corse funambolesche” e le quote rosa; fino alla “Notte bianca”, colpevole di mercificare la festa dell’Immacolata, “da utilizzare per far soldi, stupire e divertirsi con musiche e balli”. Sotto attacco è anche la recente iniziativa del Muse, “che organizza per 80 euro a testa una notte in museo, con ‘veline’, aperitivo con biscotti fatti di grilli (poveri grilli, neppur loro si salvano), discussione sul sesso nelle piante, bivacco notturno con sacchi a pelo. Così fanno noti musei a Londra e a New York; bravo il Muse trentino: è il primo in Italia! Deve stupire”.

E la trasgressione non infetta solo il capoluogo: “A San Giovanni di Fassa, nuovo comune, attrezzano il Municipio con una sala polivalente, sì, ma pensata anche per il ballo: 850.000 euro il costo. ‘Scelta originale’ - la definisce l’articolo di cronaca, intitolato ‘Tutti in municipio a ballare’”.

Addirittura i conventi tralignano: “A Primiero le suore cappuccine di clausura non paiono accontentarsi della vita di contemplazione: organizzano una serata con musulmani sufi e con induisti, con discorsi, musiche, canti della montagna”.

Riassumendo: “I musei non si accontentano di essere musei; gli amministratori (e gli esercenti) non si contentano di fornire buoni servizi, ma devono divertire, attrarre, vedere le città affollate anche quando di norma si dovrebbe stare a casa in compagnia dei propri cari; le feste religiose sono viste come occasione di affari e di consumi, le suore di clausura non si accontentano nel silenzio di pregare, meditare e lavorare per il loro sostentamento; i sindaci vogliono che nel loro municipio si possa suonare e ballare, divertirsi”.

Come si vede, oltre naturalmente a condannare gli aspetti per lui più disgustosi della modernità come il Gay Pride, Gubert detesta i canti, i balli, il divertimento in genere. La sua città ideale dovrebbe essere vuota, silenziosa e i cittadini rimanere in casa, preferibilmente in preghiera e soffrendo per guadagnarsi il Paradiso.

Intendiamoci, nessuno apprezza gli schiamazzi notturni che non ti fanno dormire, i vandalismi e le tante frivolezze dei nostri giorni: rimpiangiamo ancora la sobrietà inutilmente predicata dal compianto Enrico Berlinguer. E nessuno nega che a volte, in nome della promozione turistica, si esageri, facendo poi mancare - come Renzo Gubert giustamente rileva - risorse economiche per faccende più importanti.

Ma fra la austera, censurata televisione dei tardi anni Cinquanta e Barbara D’Urso deve pur esserci un giusto mezzo (e difatti abbiamo avuto “Quelli della notte” e abbiamo “I dieci comandamenti” e “Report”). E nel vivere urbano, la scelta non può essere fra lo sballo e il coprifuoco. Così come ci sarebbe piaciuta una Rivoluzione francese senza tante teste tagliate; ma simili terribili eccessi non devono farci dimenticare l’importanza di quell’evento.

E più in piccolo: il sottoscritto non ha ben chiaro come funzionano i bitcoin e fa uso di un vetusto cellulare Nokia che non fa le foto e non può ospitare la rete. Non me ne vergogno - sia chiaro - ma neppure me ne vanto denigrando i possessori di iPhone.

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