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“La teologia narrativa di papa Francesco”

A proposito di un libro di Gian Enrico Rusconi

Gian Enrico Rusconi

La “rivoluzione” di papa Francesco sta suscitando un confronto serrato fra ammiratori e detrattori. Gian Enrico Rusconi dichiara di non volersi schierare. C’è simpatia quando scrive: “Dopo quattro anni di pontificato, la società civile e la politica non si sono mobilitate nelle dimensioni auspicate dal pontefice né nella lotta efficace contro la povertà, né a favore di una generosa accoglienza dei profughi”. Il pensiero va al suo primo viaggio a Lampedusa, subito smentito dalla sconfitta della sindaca Giusi Nicolini. Va ai movimenti xenofobi che crescono fino al governo in Polonia e in Ungheria, in Austria e in Slovacchia, paesi che avrebbero dovuto legittimare le “radici cristiane” dell’Europa, cavallo di battaglia dei due papi precedenti. Va alla maggioranza dei comuni trentini che ripetono “Qui non c’è posto”. Ed è autentica compassione quella dello studioso, perché per questo papa la politica non è manovra né invettiva, non ci concede di “scaricare sui nostri politici le nostre carenze”, ma è “politica grande”, è “lavorare gomito a gomito con tanti altri per il bene comune”. C’è franchezza quando Rusconi di Bergoglio rileva il limite più profondo: per lui “La secolarizzazione non è affatto sinonimo dell’età matura dell’uomo, come lo era per Dietrich Bonhoeffer”, e la laicità e l’ateismo sono “retaggio di un vecchio illuminismo”.

papa Francesco

I detrattori esplodono quando il papa cerca di aggiornare la pastorale della famiglia e della sessualità. Con la concessione della comunione ai divorziati risposati e l’apertura sull’omosessualità (“Chi sono io per giudicare?”) l’accusa è di aver tradito la dottrina della famiglia naturale, il piano originario di Dio che l’ha fondata sul matrimonio, sacramento indissolubile fra un uomo e una donna. Più in profondità, il “Dio misericordioso”, su cui pone l’accento Bergoglio, mette in discussione il peccato originale, la dottrina agostiniana che attribuisce alla disobbedienza di Adamo ed Eva la causa di tutti i peccati, il male nel mondo che ha preteso, per placare l’ira di Dio, il sacrificio del Figlio.

Che il papa della misericordia neghi con forza l’accusa non convince i suoi critici. E nemmeno Rusconi: perché, se quella dottrina, valida per due millenni di storia, non funziona più, non si riconosce la necessità di cambiarla? Lo studioso rincara anzi la dose: “Nessuno dei tanti ragazzi, dai quali il pontefice volentieri si lascia interrogare, gli ha mai rivolto la domanda ‘ingenua’ su perché il Dio misericordioso non abbia perdonato subito i progenitori”. Perché “è stato necessario un atto di amore del Dio Padre così smisurato da prendere la forma dell’invio del Figlio sulla terra per amore dell’uomo?”. Questa, per un cristiano, è una domanda sull’orlo dell’abisso.

La teodicea si interroga invano sull’origine del male nel mondo. Ma non è inutile il domandare, se genera la volontà di combatterlo, come siamo capaci. Nell’esortazione “Amoris laetitia” Francesco affida alla misericordia la via della gioia possibile.

Rusconi considera “il racconto biblico e il dibattito dottrinale bimillenario che ne è seguito non una faccenda interna alla Chiesa (o addirittura un imbroglio clericale), ma fattori culturalmente e politicamente significativi per capire il nostro tempo”.

“Non si muove foglia che Dio non voglia”: nel tempo della “cristianità” Dio onnipotente era in capo a tutto. La pace era un premio e la guerra un castigo, come la pioggia e la siccità. Come la nascita e la morte. Dio era irato e compassionevole a un tempo. L’uomo moderno ha scoperto che la natura e la storia hanno leggi proprie, autonome, che il mondo funziona senza Dio. L’ateismo è diventato l’altra legittima, plausibile, scelta dell’uomo. Galileo, Darwin, Freud hanno distrutto lo sfondo culturale su cui la fede religiosa era piantata, come un destino, ragionevole. Ma quale Dio, nell’età del disincanto, chiama ancora alla fede taluni, brancolanti, tentati dall’incredulità, e dice loro: “Siate sempre pronti a dare ragione della speranza che è in voi”? È il Dio della misericordia, si azzarda a dire sottovoce, brancolando, papa Francesco; un Dio che emerge debole, brancolante anche lui, e che sul male nel mondo tace. Perché noi non capiremmo, secondo Carlo Molari o, addirittura, perché lui non è pronto, secondo Paolo De Benedetti.

Dopo Darwin le specie viventi non sono più create distinte all’origine, e l’etica si fonda sulla ragione. La politica, un miscuglio di competizione e di cooperazione, è la convivenza da organizzare fra chi conosce l’esito della storia, e chi cammina a fronte alta nella tappa che ci è toccata. Fra chi crede nella salvezza del mondo (“Anche gli affogati a Lampedusa risorgeranno”), la redenzione per i cristiani, e chi si impegna ogni volta rialzandosi perché la tragedia non si ripeta.

È stata una rottura storica e antropologica la modernità. A Trento, nella “Cattedra del confronto”, alla presenza del vescovo Lauro Tisi, Chiara Saraceno (che con Rusconi ha collaborato nella stesura del libro), è stata esplicita, fino all’eccesso: “Nel Sinodo della famiglia sono del tutto assenti la storia e l’antropologia. La Chiesa cattolica non si dà pace, ma nulla è meno naturale della famiglia”. La sociologa è stata applaudita con cortesia, senza una discussione.

Rusconi parteggia legittimamente, da cittadino, per il Dio “irato” della giustizia. Che cosa teme dal privilegio che Francesco accorda al Dio “compassionevole” della misericordia? È vero che nella Bibbia prevale la sequenza “peccato–pentimento–perdono”, ma talvolta Dio, rischiando, anticipa il perdono, per suscitare il pentimento.

Mi domando infine se lo sguardo centrato sul peccato che domanda “misericordia” non occulti il processo positivo più profondo che è quello dell’amore che cresce. È stato negli ultimi cinquant’anni, non di più, che si è affermato l’amore fra i partner, rispetto a motivazioni economiche e sociali. Dove hanno trovato il coraggio gli omosessuali nel dichiarare il loro amore alla luce del sole, se non nel vedere declinare in tutti l’impresa come legame? È l’amore che ha permesso al giornale Vita Trentina di titolare il primo esile documento diocesano “scisma sommerso”. Anche Rusconi scrive di “scisma latente”. “Che dire se alla fine, sulla fede, si scoprisse di essersi ingannati? - si domanda Hans Küng- Io sono convinto che la mia vita è stata più felice con Dio piuttosto che senza”.

È un pensiero che non vale per tutti, ma certo vale per chi ha scritto l’Evangelii gaudium e con Rusconi non si sottrae a un corpo a corpo utile a tutti.