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Coop: come rivitalizzare un movimento in crisi

Gli innovatori, a un passo dalla vittoria, si dividono. Perché? Non si capisce. Diamo a loro la parola.

La lunga crisi del movimento cooperativo è giunta a un ulteriore punto di svolta. Dopo il nefasto quarto mandato a Schelfi, la grottesca elezione del riluttante Giorgio Fracalossi in tutt’altre faccende affaccendato (la creazione del gruppo nazionale di banche cooperative), le dimissioni di Fracalossi e l’elezione “di compromesso” di Mauro Fezzi, il gruppo di potere abbarbicato in via Segantini ha continuato a perdere colpi e credibilità. Al punto da non riuscire più a individuare un proprio candidato in vista delle prossime elezioni (l’8 giugno) del nuovo presidente. O meglio, un candidato “di sistema” ci sarebbe, Michele Odorizzi, ma non sembra convincere; e un altro, Ermanno Villotti, rappresenta solo il settore delle Casse Rurali, o meglio, una parte di esso.

Marina Mattarei

Queste difficoltà dovrebbero fare il gioco dei “dissidenti”, o “innovatori”, che a forza di criticare negli anni un sistema sempre più incartatosi su se stesso, ora possono essere un punto di riferimento. Ma ecco che gli innovatori, a un passo dal successo, percorrono anch’essi strade stantie: si dividono. Presentano cioè non uno, ma due candidati, che entrambi ed assieme hanno per tanti anni contrastato l’involuzione del movimento: Giuliano Beltrami, storico leader della cooperazione giudicariese e di quella sociale, e Marina Mattarei, presidente della Famiglia Cooperativa Valli di Rabbi e di Sole.

Abbiamo chiesto ad entrambi di spiegarci le loro posizioni.

Giuliano Beltrami: Probabilmente è stato più un problema di tempi e comunicazione tra noi. Casualmente ognuno per conto proprio ha deciso di affrontare questa sfida, e abbiamo deciso per il sì contemporaneamente. In più per me è sorto un problema di essere d’accordo completamente col nostro gruppo, un po’ troppo settario. La mia esperienza all’interno della Commissione Statuto (in cui Beltrami è stato uno dei punti di riferimento, n.d.r.) mi ha insegnato che ci vogliono sì delle fermezze nell’effettuare la necessaria discontinuità, ma anche una capacità di dialogo che non sempre nel mio gruppo trovo.

Vedi il tuo gruppo segnato da troppo da anni di minorità?

Sì, temo che si possa gettare il bambino assieme all’acqua sporca. Fermo restando che ci deve essere la discontinuità, non ci può essere la rottura per la rottura.

Marina Mattarei: Con Giuliano ho avuto un rapporto sempre pacato, per anni all’interno dello stesso gruppo. Non so se ci siano ancora margini per arrivare a un’unica candidatura, forse possiamo vedere se si può decidere quale delle due sia la più spendibile, la più adatta a portare avanti un progetto comune. Quanto al discorso della rottura, non apprezzo l’immagine che cercano di appiopparmi di elemento di rottura Nel 2012 bisognava rompere: il quarto mandato a Schelfi è stato un momento di fortissimo declino; contro quella deriva avevo messo la mia faccia e lì abbiamo iniziato un percorso, che poi è continuato nel 2015 con la riproposizione da parte del cda delle solite logiche e del nome di Fracalossi, e da parte nostra l’appoggio a Geremia Gios (che vinse come numero di cooperative a suo favore, e perse nel conteggio dei molti voti espressi dalle grandi coop e dai consorzi, ndr). Oggi parlare di rottura fa ridere, è tutto rotto, bisogna ricostruire.

Quali gli obiettivi della prossima presidenza?

Giuliano Beltrami

Beltrami: Sarà un mandato durissimo, dovranno essere ridisegnati i rapporti tra Federazione e cooperative, ristrutturata la Federazione, definite le nuove relazioni tra Federazione e nuovo assetto del credito.

Entriamo nello specifico.

Obiettivo interno: riorganizzazione della Federazione e pulizia di ruoli, perché in questi anni si è arrivati a superfetazioni di uffici e negli uffici. È stata appena fatta una razionalizzazione nell’erogazione dei servizi; non ne conosco bene i termini, ma quello che conosco si può fare meglio. Dei 160 dipendenti 30 passano a Cassa Centrale, i 130 rimanenti vanno redistribuiti, il consumo con tutti i suoi problemi in questo momento ha pochi addetti.

Obiettivo esterno: vanno distinte le competenze tra Federazione, cui spetta la rappresentanza politico-sindacale e i consorzi di secondo grado, cui spetta la politica commerciale. Finora questi, dal momento che la Federazione latitava, hanno debordato assumendosi una rappresentanza politica, ma il risultato è stato la sparizione del peso politico rispetto alla Provincia. Esemplifico: il megabando da 95 milioni degli appalti della PAT è costruito in maniera che non sono difesi né le cooperative né gli artigiani, tanto che su 45 gruppi di partecipanti, meno della dita di una mano sono trentini. Questo scollamento rispetto al potere politico è dovuto al fatto che dopo i decenni in cui la Federazione era cinghia di trasmissione del potere politico (che nominava i presidenti cooperativi), non si è trovata una modalità di rapportare la Federazione con la politica, se non quella, perdente, delle piccole amicizie.

Mattarei: La nostra proposta, collegiale, intende rilanciare un ruolo federale che in questi anni si è svuotato di significato. Questo obiettivo l’abbiamo perseguito fin dal 2016, quando per non rompere con l’allora cda non abbiamo rilanciato la candidatura di Gios, ma ci siamo seduti attorno a un tavolo per riformare lo Statuto, rimettendo a fuoco i ruoli della Federazione, che devono essere: indirizzo strategico, formazione, rappresentanza politica-sindacale. Con la nuova presidenza dobbiamo proseguire: in particolare abbiamo perso autorevolezza nei confronti della politica, non abbiamo avanzato proposte, è sorto un vuoto legislativo che non ha saputo seguire le evoluzioni del mercato. Ora è vero che si sono ottenuti attraverso la nuova direzione Ceschi risultati positivi come il riconoscimento del ruolo dei negozi di vicinato, però questa modalità d’azione va estesa, per esempio intervenendo sulle cooperative sociali, che faticano a interloquire con l’ente pubblico. Ma non attraverso l’appoggio relazionale con chi sta in Piazza Dante; quando ero nel cda della Federazione ho combattuto duramente l’asse Schelfi-Dellai, che difatti si è rivelato una debolezza; e pure nella mia cooperativa erano entrate lottizzazioni politiche, con logiche da consiglio comunale che sono deleterie in un’azienda, e che in due-tre mesi ho eliminato.

Infine il tema della vigilanza cooperativa, di cui già dallo statuto si prevedeva l’assoluta autonomia, e oggi qualche interrogativo dobbiamo porcelo: se questo confine non è stato oltrepassato, se il ruolo della vigilanza non dovrebbe essere solo quello di certificare le crisi, ma di prevenirle; e di riservare lo stesso trattamento per le grandi e piccole coop. Poi, siamo di fronte a una situazione disordinata, che non ha credibilità: con Renato Dalpalù, con i suoi guai giudiziari per il crack Btd, che ancora permane nel cda della Federazione…

Uno dei punti chiave è sempre stato il ruolo dei consorzi di secondo grado: Sait, Cavit, Cassa Centrale…

Beltrami: Devono occuparsi della loro mission, la politica commerciale, e non di altro. Ad esempio, l’attività del Sait dovrebbe essere indirizzata verso gli interessi delle Famiglie cooperative, non verso un proprio interesse. Questo è un eccesso di potere, una autoreferenzialità.

E quale il ruolo dei soci?

Sui soci intesi come cooperative dentro i consorzi, e come individui nelle coop, abbiamo fatto solo convegni. Sono passati tanti anni e tante chiacchiere, e ormai il socio non ha più la coop come unico punto di riferimento, si sposta, ci sono supermercati, banche online, è venuto meno il senso di appartenenza a una cooperativa specifica e alla cooperazione in generale. Abbiamo ancora tanti soci, ma per tradizione o per convenienza. Questo è un problema di cultura cooperativa: non serve predicare, ma ascoltare i soci, capire cosa vogliono, cosa si aspettano, se e come ritengono che la coop possa essere una pietra della comunità.

Mattarei: Le coop di primo grado devono essere messe al centro, e al loro centro deve essere il socio. Cose sempre dette, ma è stato solo retorica: bisogna invece farlo, il che non vuol dire disconoscere il ruolo commerciale dei consorzi, fondamentale per stare sul mercato; le cose vanno male quando i consorzi non seguono la propria mission; ad esempio il Sait non si è preoccupato di mettere le Famiglie cooperative nelle condizioni di competere, ma si è concentrato su se stesso, ritenendosi il beneficiario del proprio agire, assumendo dimensioni pletoriche (e poi si è dovuto procedere ad amarissimi licenziamenti) mettendosi a fare l’immobiliare. Invece di lavorare sui contratti con i fornitori o la pianificazione nei territori (dove tra le coop c’è stata più competizione che cooperazione) che deve avvenire a livello di consorzio e Federazione.

Vuoi esemplificare meglio il ruolo della cooperazione di consumo?

La crescita viene interpretata negli statuti come crescita nel territorio, attraverso prodotti locali, reti locali; oggi c’è chi pensa che questa sia una visione obsoleta, mentre invece può rappresentare il futuro: uno sviluppo locale che è un esempio nell’economia globale; tante coop hanno sviluppato queste filiere locali, e il consorzio dovrebbe metterle in rete. Questa è una delle caratteristiche della cooperazione di consumo che non credo affatto superata: abbiamo capacità, teste straordinarie, che vanno messe assieme in una strategia complessiva, per il bene comune che poi genera il bene del singolo. È questa consapevolezza, che personalmente mi spinge ancora ad andare avanti, nonostante il fango che con la mia presentazione si sono messi a spararmi addosso; il che vuol dire che faccio ancora paura.

Cosa pensate del credito cooperativo trentino che diventa un gruppo nazionale?

Beltrami: Non ho difficoltà a dire che si può essere cooperativa e si può diventare grandi. Ma quanto riusciamo a tenere i piedi sul territorio, pur diventando grandi? La cooperativa per definizione è sul territorio, non può pensare di portare per esempio la sede ad Amsterdam. Sul credito la mia preoccupazione è che la legislazione nazionale porti le Casse Rurali a diventare semplici sportelli, e questo non va bene; quando mi dicono che la capogruppo ha controllo, coordinamento e direzione sulle rurali, questo mi pare pericoloso: non è che domani la mia Cassa non possa fare politiche di aiuto ai giovani?

Le Raiffaisen hanno abbracciato un altro modello…

Loro hanno fatto una scelta territoriale, diversa dalla nostra. Non so se hanno fatto bene, anche loro dovranno sottostare alle politiche della Bce.

Mattarei: Nel mio gruppo ci sono presidenti di Casse, e comprendiamo la delicatezza sulla scelta di dar vita a un secondo gruppo nazionale: è stato un percorso obbligato e che pertanto ha lasciato poco spazio alle valutazioni. In questo Cassa Centrale ha lavorato bene. Però sulle implicazioni politiche bisogna discutere: su quale sia il ruolo del credito cooperativo per i nostri territori nei prossimi decenni; e su questo non deve discutere il solo settore del credito. L’economia nel mio territorio non è pensabile senza una Cassa Rurale che si distingua dalle altre banche; deve quindi essere rimessa al centro la capacità di rapportarsi, conoscere le persone, valutare le imprese.

Si può essere grandi e rimanere cooperativi?

La dimensione come unico parametro di riferimento porta alla fine della specificità della cooperazione. D’altra parte non può esistere l’equazione piccolo è bello; non c’è una misura standard. Il primo requisito però deve essere rimanere cooperativa, ancorati alle persone, al territorio.