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Olimpiadi: una proposta avvolta dalla nebbia

Improvvisazione e ambizioni personali vengono bocciate dalla fragilità del territorio dolomitico

Giovanni Malagò

L’Italia dello sport freme: perdute le Olimpiadi di Roma 2024, oggi rincorre quelle invernali per il 2026 che sulla base di una logica rotazione internazionale dovrebbero spettare all’Europa. Per questo motivo le candidature di Calgary (Canada) e Sapporo (Giappone) sono considerate deboli. Ma le olimpiadi invernali in Europa sembra nessuno le voglia, sono un fastidio, una macchina mostruosa da governare. Non è un caso che i cittadini del Tirolo del nord le abbiano bocciate con un referendum, la Svezia ha appena ritirato la candidatura, la Svizzera con Sion deciderà con referendum il 10 giugno. Rimane in attesa, ma priva di convinzione, la candidatura di Graz, in Austria.

Solo la FISI italiana sembra volere a tutti i costi l’evento, assieme al presidente del CONI Giovanni Malagò. Quest’ultimo dice che costerebbero un’inezia, a suo dire solo 2 miliardi di euro, a differenza di quanto speso a Sochi (50 miliardi), a Pyongyang (8 miliardi), mentre 20 sono quelli previsti a Pechino per il 2022.

Malagò è consapevole che per risultare credibile l’Italia deve poggiare la candidatura su tre gambe: il CONI, il governo, gli enti locali. Ad oggi un governo non c’è e Malagò ha già chiesto al CIO (Comitato Olimpico Internazionale) uno slittamento della decisione ad agosto. Certo, come avvenuto per i mondiali di sci alpino di Cortina d’Ampezzo, le Olimpiadi sarebbero un evento ottenuto solo grazie al rifiuto degli altri paesi di ospitare manifestazioni così invasive: si vince perché si rimane in gara da soli, o quasi.

La FISI vorrebbe come sede Milano: la scelta più onerosa (probabile non sia un caso) perché si dovrebbe investire in tutte le strutture, si invaderebbero ulteriori suoli liberi, si dovrebbe spendere, e molto, anche nella viabilità, viste le strozzature presenti in Valtellina. Il sindaco di Milano Giuseppe Sala non è convinto della proposta, propende deciso per il no.

Il presidente del CONI si rivolge ancora su Torino dove, a sorpresa, trova il sì della sindaca pentastellata Chiara Appendino e del padrone dei 5 Stelle, Beppe Grillo. Un sostegno che ha creato imbarazzo nel partito, sicché un po’ ovunque si sono spaccati, incapaci di comprendere perché a Roma la Raggi abbia rifiutato l’appuntamento mentre a Torino una sindaca dello stesso partito si trovi a sostenere l’appuntamento.

La città di Torino sta ancora pagando i debiti lasciati dalle Olimpiadi del 2006, arrivate a costare sei volte il preventivo, 4,6 miliardi di euro. Ancor oggi molte delle strutture sono abbandonate e sono state interessate da progetti di riconversione che prevedono una ulteriore spesa pubblica superiore ai 170 milioni. Pensiamo allo scandalo della pista di bob, costata oltre 110 milioni, rimossa, con il materiale ancora da smaltire perché l’ammoniaca è un prodotto altamente inquinante: se fosse stata gestita dal comune di Cesana avrebbe portato un debito annuale di 600.000 euro. È in corso di elaborazione un progetto, con appalto appena sospeso, che prevede la riconversione dell’area in un resort di lusso da 1000 posti letto.

I trampolini di Pragelato, costati 34 milioni, oggi li si vorrebbe rimuovere per fare posto a un campus degli sport montani. Il villaggio olimpico, costato 140 milioni, risulta in gran parte occupato da migranti africani. L’altro centro olimpico, a Bardonecchia, costato 27 milioni, ancora oggi è inutilizzato. Viste le difficoltà incontrate in Lombardia, Malagò ha rilanciato con una proposta di dubbia fattibilità: un’asse Piemonte-Lombardia. Una insistenza che semina dubbi?

In casa nostra

In questo già di per sé confuso scenario si inseriscono le Dolomiti. Tiziano Mellarini, assessore dello sport del Trentino, recentemente umiliato alle elezioni nazionali, è dal 2010 che vorrebbe coronato un suo sogno, le Olimpiadi dell’Euregio. Innsbruck ha già risposto con un no. Non rimane che rincorrere la proposta delle Olimpiadi delle Dolomiti, Dolomiti UNESCO ovviamente, il marchio è più importante del contenuto. Ci si ricorda dell’UNESCO solo quando queste prestigiose montagne servono a fare marketing: quando si devono scegliere percorsi di tutela del patrimonio il protagonismo di certi politici svanisce, la tutela della natura si tramuta in fastidio. Alleato di Mellarini è Angelo Dalpez, presidente della FISI trentina, ambedue convinti a non arrendersi; il loro punto di riferimento rimane la tenacia del governatore del Veneto (“Quando la lotta è dura c’è spazio per i duri” - una sua affermazione), il leghista Luca Zaia.

Questi dapprima fa credere alla stampa che Trento e Bolzano sono ormai alleati nel lancio dell’appuntamento sportivo, che è in atto un’unica regia, che sarà una olimpiade a impatto zero. Ma si tratta di un personaggio per nulla credibile, visto cosa sta imponendo sul territorio del Cadore in vista dei mondiali di sci alpino di Cortina del 2021. Zaia prova anche un giochetto autonomista lanciando le “Olimpiadi delle Autonomie”.

Mentre il presidente del CIO di Bolzano Gutweniger sostiene a spada tratta la candidatura delle Dolomiti arrivando a specificare che la candidata è comunque e solo la città di Bolzano, in un primo tempo ci pensa il presidente dell’Alto Adige, Arno Kompatscher, a gelare l’euforia dei dirigenti sportivi e dei leghisti. Senza pronunciare un no definitivo fa capire a tutti come non viva alcun entusiasmo nell’ospitare la macchina olimpica. Ne hanno parlato in giunta provinciale e all’unanimità gli assessori hanno condiviso le idee del presidente. Per come è scritto, il regolamento del CIO che impone eventi distribuiti su spazi vicini, un unico grande centro olimpico e stampa, le Olimpiadi non sono compatibili con il fragile territorio del Sudtirolo.

Kompatscher chiede al CIO di modificare il regolamento per poter consentire una distribuzione degli eventi su territori limitrofi. Richiesta che sembra impossibile da accogliere per il 2026, tanto da portare il presidente della Provincia a dire che con questo sistema difficilmente una località europea ospiterà più simili appuntamenti. A Bolzano si vuole leggerezza, rispetto per l’ambiente, usare le strutture esistenti senza consumare suolo, collaborare con regioni confinanti, smettere con l’imporre impianti faraonici destinati poi a essere demoliti. Le attuali regole CIO, impedendo la diffusione degli eventi e delle strutture sul territorio, portano a concentrare su spazi stretti, ormai limitatissimi, una manifestazione mostruosa da organizzare.

Il governatore trentino, rimasto balbettante anche perché ancora suonato dalla sconfitta elettorale del suo partito, ha così ripreso un po’ di animo, rifacendosi a frasi del collega e arrivando a dire che è necessaria sobrietà, altrimenti non se ne fa nulla. Nonostante Zaia continui a rilanciare, sostenuto da tutti i partiti delle destre venete, trentine e bolzanine, è evidente a tutti come nel Triveneto e attorno alla candidatura delle Dolomiti olimpiche al momento regni solo improvvisazione e non vi sia alcun progetto definito.

Un incontro “segreto” dei tre presidenti di Province e Regione, tenutosi a Venezia, sembra aver trovato una cornice condivisa nella proposta delle Olimpiadi. La sede ufficiale sarebbe Cortina, mentre nelle due Province autonome si distribuirebbero eventi ospitati in strutture più che collaudate (il fondo in Fiemme, la pista di pattinaggio di velocità nel pinetano, gli stadi del ghiaccio diffusi ovunque, il biathlon ad Anterselva, lo sci alpino in Cadore...). Si prevede inoltre di chiudere l’anello ferroviario delle Dolomiti completando la struttura verso Feltre e da Calalzo verso Dobbiaco, come previsto ormai in più accordi.

Un referendum: perché no?

Con un regolamento diverso alcuni aspetti della candidatura delle Dolomiti troverebbero il sostegno nelle indicazioni che la CIPRA Internazionale ha elaborato da anni per i grandi eventi nelle Alpi: nessun consumo ulteriore di territorio, poche candidature che si turnano fra loro, laddove sono già presenti le strutture, eventuali nuove costruzioni, o investimenti in mobilità e servizi, devono avere una ricaduta certa di efficienza e utilità sui residenti, nel lungo periodo.

Sul tema l’ambientalismo del Veneto e del Trentino Alto Adige ha invece scelto un no preconcetto: in ogni caso i grandi eventi sono soprattutto occasione per fare speculazione. Ancora una volta l’ambientalismo sceglie di stare sul piedistallo della purezza e consolida l’isolamento sociale e politico nel quale si trova ad agire. Forse le olimpiadi in Dolomiti possono davvero essere l’occasione per la costruzione di alcune ferrovie strategiche già in corso di dibattito o da progettare: non solo la chiusura dell’anello delle Dolomiti, ma anche il sostegno alla ferrovia da Ponte Gardena a Cortina (progetto SAT, Società Altoatesina Trasporti) e quella delle valli dell’Avisio da Trento a Canazei. Del resto, discutendo di un simile tema, è ovvio che non si possa guardare solo il proprio ombelico, la propria terra, ma sia necessaria una visione perlomeno alpina. Anche su questo tema l’ambientalismo sta mostrando carenze preoccupanti.

In tutto questo Malagò non aiuta: nel suo agire è evidente il tentativo di esproprio decisionale delle città metropolitane a scapito delle montagne, una mancanza di rispetto dei territori, una incapacità di leggere le motivazioni dei rifiuti di città strategiche come Oslo, di un paese come la Svezia o il risultato referendario del Tirolo.

Kompatscher ha invertito la cultura del CONI e delle varie FISI, ha riportato centralità al territorio montano e probabilmente così risulta più semplice discutere del tema in modo approfondito e privo di schematizzazioni. Le Dolomiti devono cominciare a lavorare in sintonia e solidarizzando, anche dal punto di vista economico e politico, altrimenti non potranno sostenere nessun grande evento, nemmeno più i mondiali di sci alpino. Cortina 2021 ne è un esempio: tutte le scelte sono state delegate a commissari. Il territorio è stato espropriato di ogni possibilità decisionale, i conflitti, specialmente sul tema viabilità, si stanno estendendo. Se ci saranno le Olimpiadi in Dolomiti dovranno avere come caposaldo un binario preciso: partecipazione e ampia condivisione. Altrimenti porteranno danni sociali e distribuiranno ovunque conflitto. Aspro. Perché non iniziare da un referendum, votato solo dagli abitanti delle tre province interessate?