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Aldo Moro: un episodio di 50 anni fa

Piero Vernuccio
Aldo Moro

È doveroso da parte della pubblicistica riproporre largamente in questi giorni il cosiddetto “caso Moro”, tanto più che a distanza di ben 40 anni (il rapimento da parte delle Brigate Rosse avvenne il 16 marzo 1978 e l’uccisione il 9 maggio) permangono tuttora parecchie zone d’ombra e vistose contraddizioni sullo svolgersi dei fatti. E ciò nonostante che la Magistratura abbia concluso il proprio compito; ovviamente resta tuttora il silenzio di qualcuno che tiene per sé particolari importanti per l’emergere della piena verità dei fatti.

Quanto andiamo a proporre non aggiunge nulla a quegli avvenimenti, per il semplice fatto che – pur includendo la figura dell’on. Aldo Moro - tratta d’altro.

Nel 1968 era operativo – già da alcuni anni – il Collegio Universitario per gli studenti iscritti alla Facoltà di Sociologia di Trento. La Provincia di Trento aveva ristrutturato la storica Villa Tambosi sulle alture della città, ai piedi di Villazzano, e l’aveva destinata a convitto per ospiti di sesso maschile, garantendo un’ottima organizzazione dei servizi di vitto ed alloggio.

Tra gli studenti presenti c’era un giovane (non è il caso di citarne le esatte generalità, né il Comune di residenza) proveniente dall’area territoriale ove Moro era cresciuto politicamente tra le fila della Democrazia Cristiana ed eletto per la prima volta deputato al Parlamento nel 1948. Da quella data, com’è noto, la carriera politica di Aldo Moro fu celere e fulgida, al punto da assurgere ai vertici delle cariche nazionali del Partito.

Agli inizi di ogni mese, puntuale, giungeva presso la portineria del collegio un vaglia postale – recante un breve messaggio - indirizzato al giovane citato ed accadeva che lo stesso l’indomani si recasse presso l’Ufficio postale per riscuoterlo. Si verificò una volta che il vaglia fu lasciato, per dimenticanza, all’interno della camera sul tavolo di studio. Le camere in gran parte non erano singole e ciò permise che il vaglia, per l’importo di 50 mila lire, venisse notato da altri studenti convittori. Con clamore fu constatato che proveniva dall’on. Aldo Moro.

In un ambiente studentesco che in quegli anni non era di certo filo-democristiano, si parlò diffusamente della “scoperta”, ma con il dovuto rispetto verso l’intestatario. Si trattava di un giovane molto cordiale e ben stimato, studioso da 30 o 30 e lode sul libretto per ogni esame. Negli anni di corso godette sempre del cosiddetto presalario e pertanto senza sborsare alcunché per la presenza all’interno del Collegio. Di salute piuttosto cagionevole (nonostante la giovane età, presentava problemi di cuore e faceva uso quotidiano di una pillola), mostrava emotività e si comportava come se avesse timore di tutto.

Si intuiva che la famiglia di provenienza (la madre era vedova) non godeva di un reddito sufficiente per mantenere un figlio agli studi universitari e, d’altronde, il figlio si comportava di conseguenza, senza alcuni vizio o stravaganza. Quel vaglia mensile era quindi utilizzato per l’acquisto di testi, per spese di trasporto, per piccole quotidiane spese.

Per quel vaglia postale, nessuno poté, oppure volle, indagare se provenisse da fondi personali dell’on. Moro, oppure da prelevamenti di fondi del Partito (o da altri fondi: in quegli anni l’on. Moro fu presidente del Consiglio in governi di centro-sinistra). I giudizi – come spesso accade – si spartirono in due schiere: chi in difesa di un comportamento caritatevole, chi nell’accusa di un comportamento clientelare.

Il giovane studente, interpellato dai colleghi convittori circa la provenienza di quel vaglia, ammise in tutta innocenza che veniva inviato dalla segreteria dell’onorevole. Nessuno gli chiese mai le motivazioni di tale “contributo”, ossia dei rapporti che l’onorevole Moro aveva con il giovane studente o con la famiglia.

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