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Gli innovatori, i conservatori e chi sta in mezzo

I quattro candidati alla presidenza della cooperazione rispondono a tre domande chiave

L’8 giugno si terrà l’assemblea che eleggerà il nuovo presidente della Federazione delle Cooperative, il successore di Mauro Fezzi, indisponibile a un ulteriore mandato. In effetti Fezzi aveva preso in mano un movimento sempre in grado di autocelebrarsi con bellissimi discorsi ma in pratica in crisi di identità e ostaggio di una casta burocratica autoreferenziale; e ha cominciato a traghettarlo – soprattutto con la stesura di un nuovo Statuto, per alcuni versi innovativo - verso approdi nuovi anche se non ancora definiti. Ora la nuova presidenza si troverà di fronte al grosso tema: andare avanti o tornare indietro? Oppure cambiare tutto perché nulla cambi, sperando di sopravvivere al non cambiamento?

A questo appuntamento cruciale gli innovatori, dati per favoriti dalla logica delle cose, si sono presentati, inspiegabilmente, con due candidati, Marina Mattarei e Giuliano Beltrami, ottimo presupposto per continuare a perdere; Beltrami ha poi pensato bene di ritirarsi, ma non per confluire su Mattarei con cui aveva condiviso diversi lustri di battaglie in minoranza, ma su un altro candidato, Michele Odorizzi, elogiandone il minor tasso di radicalità. Noi, sinceramente, non capiamo.

Così sono ora quattro i candidati ai nastri di partenza. Li abbiamo intervistati, ponendo a tutti tre domande che ci sembrano sintetizzare i temi più sentiti. Eccole

1. Quali sono oggi, le peculiarità, le ragioni d’essere, del movimento cooperativo? In cosa Sait differisce da Poli, Cassa Centrale da un’altra banca?

2. Come possono democrazia partecipativa, mutualità e legami col territorio mantenersi con il crescere delle dimensioni? Con assemblee di migliaia di soci, con attività che vanno oltre il Trentino (Cassa Centrale diventato polo bancario nazionale; Mezzacorona che si espande in Sicilia; Sant’Orsola che commercializza prodotti da fuori provincia, ecc)?

3. Siamo in presenza di un movimento con una dirigenza ossificata: non possiamo dimenticare i 4 mandati a Diego Schelfi, la stucchevole serie di ossequiosi “Grazie Diego” alla fine del suo disastroso quarto mandato, la successione affidata al riluttante Fracalossi in tutt’altre faccende occupato pur di mantenere il comando (o un suo simulacro) all’interno del gruppo dei mammasantissima. E non possiamo non notare l’irrilevanza dei risultati imprenditoriali nella valutazione dei gruppi dirigenti: la perdurante posizione apicale di Renato Dalpalù (Sait e Btd), per dirne una, ne è un esempio. Come pure le resistenze alla trasparenza: nel nuovo Statuto le singole coop sono autorizzate a negare ai soci la conoscenza dell’entità dei compensi dei loro amministratori. Non c’è bisogno di molta aria nuova?

Ermanno Villotti

Ermanno Villotti, presidente della Cassa Rurale Lavis Valle di Cembra

1. La differenza sta nella proprietà condivisa dai soci, e quindi nel diverso approccio al mercato, e nel tasso di socialità che si riversa sull’operatività

Questa è la teoria, nella pratica tanto spesso non si vedono grandi differenze.

Non sono d’accordo. I nostri clienti operano nel nostro stesso ambiente, siamo sullo stesso piano, per questo siamo a loro più vicini e interpretarne meglio le esigenze.

2. In parte è innegabile, i mutamenti del mercato costringono a dimensioni grandi, cosa succederebbe a Mezzacorona se non potesse esportare? E così la normativa bancaria e le nuove esigenze di mercato hanno costretto alle fusioni delle Rurali. Nel credito, consumo, comparto agricolo, si è dovuto giocoforza diventare più grandi: si è perso un po’ il contatto col territorio, ma era una dimensione obbligata, anche per non rimanere schiacciati sulla logica del paese.

Quindi fenomeno inevitabile ma con rischi?

Sì, il pericolo di cambiare natura c’è, ma gli amministratori mi pare siano in grado di mantenere l’attenzione al territorio.

3. I suoi rilievi non sono contestabili. Vorrei però far notare i lati positivi: le aperture alla trasparenza nel nuovo Statuto, in cui anche agli amministratori sono stati posti vincoli di trasparenza. In quanto a Dal Palù, Sait va meglio, e lui ha confermato che l’attuale sarà il suo ultimo mandato. Le novità ci vogliono senz’altro, ma senza strappi, indicando invece chiaramente gli obiettivi che si vogliono perseguire: la solidità delle coop e le finalità sociali, con la Federazione che deve far sì che si raggiungano questi obiettivi.

Michele Odorizzi

Michele Odorizzi, già presidente del Consolida, attualmente presidente della cooperativa sociale Kaleidoscopio

1. L’esperienza cooperativa è fatta da persone che si incontrano e si aggregano per fare impresa. È la proprietà non privata, i meccanismi di governance che fanno la differenza dall’impresa capitalistica.

2. È la questione più attuale, soprattutto per chi governerà la Federazione: conciliare la partecipazione democratica e la territorialità con le dimensioni, che sono ineludibili. Dobbiamo cercare la soluzione, che deve esserci. Altrimenti sarebbe come dire che la democrazia doveva rimanere al livello ateniese e non erano possibili altri modelli; invece dobbiamo garantire la partecipazione democratica anche in realtà grandi. Anche nelle fusioni, anche nei consorzi, la democrazia dev’esserci. Dobbiamo andare verso il futuro non guardando solo all’indietro, ma trovando nuove soluzioni più adeguate.

3. Anche con la stesura del nuovo Statuto si è visto un positivo segnale di volontà di attualizzazione della governance: ci si è messi attorno a un tavolo e si è lavorato assieme. Oggi non è possibile avere l’unanimità, né sarebbe auspicabile; le posizioni si confrontano, se le persone hanno la volontà di lavorare assieme, senza alimentare costantemente il sospetto, ma assumendo come positivo il dissenso e permettendo la formazione di una maggioranza che poi procede. Sulla trasparenza dei compensi, ogni cooperativa è autonoma, ed è un principio base.

Non è vero. Ad esempio la cooperativa del nostro giornale è stata dalla Federazione esaminata al microscopio per definire se è a mutualità prevalente o meno, e altre sottigliezze filosofiche. È possibile che invece temi molto più concreti come la trasparenza nei compensi siano considerati irrilevanti?

Ripeto, io lo ritengo un tema che spetta alla singola cooperativa.

Non pensa che negli anni si sia formato un ceto dirigente staccato dal resto delle compagini sociali?

Ho passato una vita dentro una cooperativa, non mi stupisco di chi fa scelte che si protraggono nel tempo. Invece nei ruoli consortili e federali l’avvicendamento è assolutamente auspicabile.

Piergiorgio Sester

Piergiorgio Sester, vicepresidente di Green Blok società cooperativa

1. Dietro il movimento cooperativo ci sono i soci, le loro famiglie, le persone che vi hanno investito. Una cooperativa si rivolge a tutto un mondo.

2. Il fine è rafforzare una comunità e quindi le famiglie. E allora va bene se dentro il progetto ci sono iniziative imprenditoriali rivolte all’esterno del territorio di riferimento. Così la mia proposta: la Federazione è forte se le coop sono forti, se sono forti i soci. Nella mia impresa abbiamo deciso di fare una coop invece di una srl proprio per far crescere le persone, i lavoratori. Per questo l’impresa coop è modernissima. Altrimenti è poco distinguibile dalle altre.

3. Non entro nella contrapposizione tra riformatori o conservatori. Mi propongo come propugnatore di un cambiamento, e il metodo è anche sostanza, parlando con le singole coop, attivando un blog dove tutti possono intervenire. Nel mondo cooperativo c’è una scintilla che chiede il rinnovamento, ma c’è anche timore del futuro, dell’incerto. Il punto è come declinare il cambiamento e dobbiamo capire che siamo arrivati ai tempi ultimi; ma per molti invece sono i tempi penultimi, vogliono un altro mandato di stabilità. Ma i tempi non lo permettono più.

Marina Mattarei con Giuliano Beltrami

Marina Mattarei, presidente della Famiglia Cooperativa Vallate Solandre

1. Una cooperativa motiva la propria esistenza quando testimonia di essere in grado di rispondere ai bisogni delle persone, ne soddisfa le aspettative, e assolve alla previsione dell’art. 45 della Costituzione. L’architettura istituzionale della cooperazione trentina, un unicum straordinario nel panorama della cooperazione internazionale, componendosi delle cooperative di primo grado, dei consorzi di secondo e della Federazione, ha necessità che si riparta dalla messa a fuoco del ruolo di ciascun anello della filiera, definendo con chiarezza chi fa che cosa, e quindi rilanciando un nuovo patto associativo. Di qui la particolarità cooperativa quale strumento di sviluppo economico, sociale e culturale per la nostra terra, e - quale gestione responsabile dei beni collettivi - garanzia per la nostra Autonomia.

2. La conciliazione tra la necessità dimensionale d’impresa per meglio competere nel mercato e il rapporto mutualistico con i soci e la responsabilità sociale è possibile, a patto che la cooperativa continui ad essere emanazione della propria comunità, favorisca la partecipazione consapevole dei soci, si impegni per la coesione sociale, e non si omologhi ad altri modelli economici. I processi riorganizzativi sono vitali per garantire la sostenibilità dell’impresa cooperativa, specie in un mercato globale sempre più spregiudicato, senza che questo ne contraddica la mission.

3. È necessario, proprio per recuperare credibilità e quella vitalità propria della cooperazione, rimettere in moto il protagonismo dei soci, la loro motivazione, le loro competenze ed esperienze, favorire il pensiero, la dialettica; stimolare la partecipazione, responsabilizzare, per iniziare un processo di selezione della classe dirigente che tenga conto del merito e che ne preveda anche la valutazione.

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