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QT n. 6, giugno 2018 Monitor: Libri

L’isola dei Giusti

Una solidarietà corale. di Daniele Biella, Edizioni Paoline, 2017, pp. 160+16 tavole fuori testo, euro 16.

Lesbo, nota per aver dato i natali ai lirici greci Saffo e Alceo, è un’isola grande quanto metà della Val d’Aosta, con la costa turca lì davanti, a una decina di chilometri. Una parte dei suoi abitanti (oggi circa 90.000) sono discendenti di profughi greci giunti dalla Turchia nel 1922 per sfuggire alle persecuzioni del califfato ottomano dopo che una guerra persa aveva tolto alla Grecia alcuni territori della penisola Anatolica. Ma ecco che sul finire degli anni ‘90 – altre guerre, altre etnie - il fenomeno si è ripresentato, e solo fra il 2014 e il 2015 l’isola ha accolto seicentomila persone, concentrate soprattutto nei 30 chilometri di costa settentrionale attorno al paese di Skala Sikamineas.

Per i 1.600 abitanti, un compito apparentemente impossibile: inizialmente senza alcun sostegno di organismi internazionali hanno strappato al mare, accolto, prestato le prime cure, sfamato questo esercito di profughi (afghani, pakistani, siriani, curdi...), una parte dei quali sono poi andati a piedi (76 chilometri, un viaggio di tre giorni) verso Mitilene, il capoluogo dell’isola, da dove hanno preso la nave di linea per Atene per poi dirigersi verso questo o quello stato europeo. Altri sono stati trasportati al capoluogo dai paesani, che in tal modo rischiavano l’arresto per favoreggiamento dell’immigrazione. A quel punto l’enormità del fenomeno ha cominciato ad attirare da tutto il mondo volontari e ong e l’accoglienza è diventata più organizzata. E finalmente anche la politica europea si è mossa, ma peggiorando le cose con la chiusura dei confini balcanici; e poi, mentre la Turchia, in cambio di 3 miliardi di euro (e prossimamente, a quanto sembra, altri 3), dall’aprile 2016 bloccava le partenze dalle sue coste, il centro di accoglienza di Moria diventava un cosiddetto hotspot, da cui nessuno poteva uscire, in attesa per mesi che la richiesta di asilo venisse esaminata.

Questi sono i dati che emergono man mano che si procede nella lettura del libro, che però è incentrato soprattutto sulle biografie e sulle testimonianze di sette protagonisti di quella eccezionale esperienza di accoglienza, che pure ha avuto una dimensione corale. Persone dal percorso di vita molto diverso: stranieri dall’esistenza avventurosa o greci, come Emilia Kamvisi, nonna di 8 nipoti, salita agli onori della cronaca grazie a una fotografia che la mostra, insieme a due amiche, mentre dà il biberon a una piccola profuga. Emilia, i cui genitori fuggirono a Lesbo dalla Turchia nel 1922, non si è mai allontanata dalla sua isola, mentre il pescatore Stratos Valamios, che ne è uscito una sola volta per recarsi a Salonicco, con la sua barca si è dedicato anima e corpo alla ricerca di naufraghi: “Nel 2009– ricorda – riuscii a recuperare dieci persone ancora vive, ma altrettante morirono. Da allora piansi per giorni. Non riuscivo a placare il mio vuoto interiore. Ero arrabbiato con tutti”. Emilia e Stratos – si ricorderà – furono anche proposti per il premio Nobel per la Pace (che venne poi assegnato al presidente colombiano Santos).

Nel corso degli anni sulla spiaggia di Lesbo si erano accumulati migliaia di giubbotti di salvataggio che finirono per ostacolare le continue operazioni di soccorso. Si organizzò quindi il loro trasferimento, insieme a relitti di barche e gommoni, nell’interno dell’isola, dove oggi formano (si calcola ve ne siano circa 450.000) quello che viene chiamato “il cimitero dei life jackets”. Si sta anche pensando a come procedere per riciclare tutto questo materiale.

Efi Latsoudi, premiata nel 2016 dall’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati come “la persona più importante a livello umanitario”, anche lei discendente di rifugiati dalla Turchia, oltre ad aver organizzato un campo profughi, si è dedicata a un compito particolare, le onoranze funebri ai morti: “Quello che mi spinse ad agire – spiega – fu il trattamento senza alcuna dignità riservato ai corpi di persone senza vita: nessuna attenzione al rituale da seguire, alla religione di appartenenza, semplicemente un atto burocratico disumano che non dava la possibilità ai parenti sopravvissuti di avere informazioni sui loro cari scomparsi... Poco alla volta le cose cambiarono ed oggi siamo in grado di garantire una degna sepoltura a chi perde la vita in mare”.

Un’altra greca, Daphne Troumponis, dopo un periodo di impegno politico ad Atene, è venuta a Lesbo, dedicandosi al trasporto (illegale) dei migranti.

E poi ci sono gli stranieri: l’australiana Melinda McRostie, che ha aperto il suo ristorante all’accoglienza dei profughi; l’inglese Eric Kempson, che monitora quotidianamente gli sbarchi e ne dà testimonianza nei suoi video su YouTube (“Io documento tutto, perché il mondo deve sapere quello che accade e le autorità europee, di fronte a questi video, non possono fare finta di nulla”). E infine il più anomalo di tutti, il californiano Christopher Schuff. Fuggito di casa a 14 anni da una famiglia bigotta e vissuto in strada per poi passare attraverso varie famiglie affidatarie, studia teologia presso il patriarcato di Costantinopoli e viene ordinato pope; poi finisce in Norvegia e finalmente a Lesbo, dove si occupa, oltre che dell’organizzazione dei campi, dell’identificazione delle salme e del conforto spirituale dei parenti.

Queste le storie di sette leader della solidarietà, che però non avrebbero potuto fare granché se larga parte del tessuto sociale non avesse in qualche modo collaborato o comunque accettato la situazione.

Un’esperienza che ci ricorda quanto avvenuto a Lampedusa; ma in grande, e con protagonisti i cittadini di un paese attanagliato da una gravissima crisi economica.

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