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Salvini fenomeno mediatico

Matteo Salvini

Governeremo per i prossimi 30 anni, assicura Salvini. Con le vele gonfiate dai consensi, è molto sicuro di sé. Ma lo erano anche altri dopo pochi mesi di governo, e gli italiani innamorati di loro, eppure sono finiti malamente. Val la pena ricordarsene, per valutare meglio la promessa (minaccia) salviniana.

Mario Monti innanzitutto. Serietà, competenza, riconoscimento internazionale erano le indiscusse doti del personaggio; l’Italia, dopo il vergognoso dilettantismo del Berlusconi/bunga-bunga, se ne innamorò, il “governo tecnico” sembrò il grimaldello che avrebbe risolto ogni problema, la stessa parola “tecnico” divenne sinonimo di piena affidabilità. Risolti gli impellenti problemi di bilancio e ristabilita la credibilità internazionale, i nodi della politica vennero al pettine. Il professor Monti non contemplava l’equità sociale, se non nel senso che tutti dovevano ugualmente contribuire a raddrizzare la barca, i poveri tirando la cinghia, i ricchi rinunciando a qualche quisquilia. Qualche marchiano errore politico aggravò l’immagine del tecnocrate: alle elezioni del 2013 si fermò a un 20% (grande risultato in assoluto, una sconfitta rispetto ai consensi di poco prima) che in breve si disgregò (ne sa qualcosa il nostro Dellai, capogruppo alla Camera). E dopo poco l’immagine del professore divenne solo un ricordo sgradito.

Analoga parabola per Matteo Renzi. La rottamazione, l’impeto verso un rinnovamento di strutture incrostate di burocratismo, lo stesso fare guascone sedussero gli italiani. Alle europee del 2014 prese un sonante 40%, i convegni alla Leopolda sembravano disegnare il futuro dell’Italia, la camicia bianca su pantaloni scuri divenne la divisa dei giovani innovatori imitata da altri leader europei, al Festival dell’Economia di Trento venne a sparare una raffica di promesse (“una grande riforma al mese”) cui tutti finsero di credere, quando sgambettò Letta – “#enricostaisereno” – lo si assolse. Poi la rottamazione si fermò a Bersani e D’Alema, con tutti i cacicchi di partito – a iniziare da De Luca – si affrettò a convivere; i centri di sottopotere li sostituì con il suo “Giglio magico”; pensò di conquistare l’elettorato di centro-destra con politiche di destra (esenzione dalle tasse alle case dei ricchi) e sbeffeggiamenti alla sinistra, soprattutto ai sindacati a iniziare dal totem dell’articolo 18, più in generale contrappose nuovi giovani rampanti (le start up, il made in Italy) ai vecchi arnesi del sinistrese, che poi erano gli operai, gli impiegati, i professori. Imboccò un precipizio senza fine.

Di Salvini quindi non dobbiamo preoccuparci? È l’ennesimo fenomeno mediatico, destinato anch’esso a un successo effimero? Vediamo.

Innanzitutto gli va riconosciuta una grande capacità di gestione dei mezzi di comunicazione. Sa aizzare le pulsioni più abbiette sui social media (“è finita la pacchia” per i profughi naufraghi) e contemporaneamente apparire quasi ragionevole nei talk show. Ha inoltre individuato un argomento – l’immigrazione – in cui è facile seminare l’odio sfruttando le contraddizioni dell’ideologia degli avversari (i vituperati “buonisti”). È lui in realtà un “cattivista”, cioè solletica ed esalta i lati peggiori di ampi strati della popolazione; ma non ha trovato ancora una reazione contraria efficace, che pur dovrebbe essere possibile, sia sul piano della fredda razionalità (la necessità dell’immigrazione a fronte della decrescita demografica) che su quello dei principi di umanità. Sta di fatto che sul tema dell’immigrazione la narrazione salviniana oggi è vincente.

Basterà per garantirgli i consensi futuri (se non per 30 anni, almeno per 5, fino alle prossime politiche)? Noi dubitiamo. Anche perchè ci sono altre partite, più difficili, su cui Salvini si è impegnato. Il primo è il livello internazionale: la sua alleanza con i sovranisti d’Europa e del mondo, da Orban a Putin a Trump, può fare gravi danni, è deleteria per l’Europa, ma può danneggiare soprattutto l’Italia. Lo si vede subito proprio sul tema dell’immigrazione: il modello Orban è antitetico alla richiesta di “non essere lasciati soli” a gestire il fenomeno, la chiusura delle altrui frontiere ci imporrà di fronteggiare – con le nostre sole forze – le spinte che vengono da sud, e che potrebbero invece essere anche positive (rapporti commerciali e industriali) se non gestite in termini solo militari. Non basta: le chiusure doganali, care a Trump e al gruppo di Visegrad, sarebbero esiziali per la nostra economia, che vive di importazioni di materie prime ed esportazioni di lavorati. Assieme a Polonia e Ungheria, lontani da Francia e Germania, ferocemente contro i paesi dell’altra sponda del Mediterraneo, dove si pensa di portare l’Italia?

Altro punto critico, la politica fiscale. La flat tax significa meno soldi allo Stato, meno welfare. Al di là delle esibizioni televisive, come può lo stregone Salvini pensare di gestire il problema?

In conclusione, a noi sembra che ci siano tutte le premesse perché il bullo con la felpa ora in giacca e cravatta faccia la fine del bulletto di Firenze e del grigio professore. In quanto tempo dipenderà da tante cose, tra cui senz’altro anche una ristrutturazione delle forze politiche avverse. Ma anche dalla capacità dei media indipendenti di sgonfiare questo sgradevolissimo fenomeno mediatico, prima che faccia troppi danni.

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