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QT n. 7, luglio 2018 Seconda cover

Il dilemma burletta: Rossi sì, Rossi no, Chi altro?

Come e perché il centro-sinistra si è avvitato in un dibattito insensato. Una disastrosa involuzione che ha cacciato la politica. La destra intanto…

Ugo Rossi

Ormai in tanti – meglio, tutti – si esercitano nello sbeffeggiare la progressiva dissoluzione del centrosinistra autonomista, destinato – queste le previsioni – a un’umiliante sconfitta ad ottobre, oppure – peggio – a una preventiva disarticolazione.

Per parte nostra, pur per nulla condividendo la soddisfazione che trasuda da tante di queste previsioni, concordiamo con esse. Quello che però ci interessa sono le ragioni di fondo sottese a queste dinamiche, in quanto istruttive, anzi illuminanti dell’attuale stagione politica.

Il dibattito in questi mesi, nell’area di centro sinistra (ma non solo, come vedremo) si è incentrato sulla prossima leadership, Rossi sì o Rossi no, e se non Rossi, chi altro? Dibattito asfittico, rapidamente incancrenito, che ha anche subito scoraggiato le ipotetiche candidature alternative.

È stata soprattutto una discussione ipocrita, che finge di individuare un problema, reale ma secondario – Ugo Rossi e la sua mediocrità – per nasconderne un altro, corposo e scomodissimo: la politica del centrosinistra autonomista, sotto Rossi certo, ma anche sotto Dellai e Pacher. Tema questo costantemente rimosso (ricordiamo tutti come a suo tempo fosse stato definito “stucchevole giochino” il proposito di verificare quanta discontinuità fosse necessaria alla stagione post dellaiana), in quanto troppo ingombrante.

Una rivisitazione fredda, pacata ma approfondita, della politica di Dellai prima e di Rossi oggi, sarebbe stata – sarebbe tutt’ora – indispensabile per verificare e correggere la rotta; ma non si rivela possibile.

È lo stesso meccanismo per cui nel Pd nazionale non si può, non si deve discutere della politica di Renzi. Un tema sempre tabù, dopo la sconfitta al referendum del lontano dicembre 2016, come pure dopo la débacle del 3 marzo, o dopo la frana delle amministrative. Troppo “divisivo” è giudicare l’operato del partito, si trova sempre una scusa (“Non è questo il momento”); si è arrivati perfino a sviare l’attenzione attraverso la messa in gioco di “un’arma di distrazione di massa” (definizione del peraltro evanescente segretario Martina) come il demenziale no, contrario ad ogni elementare logica politica, all’ipotesi di sottrarre il Movimento 5 Stelle all’abbraccio leghista.

Una rimozione che poi diventa afasia politica. Se non puoi riflettere sulle tue esperienze, se ti impedisci di valutarle, non solo non puoi correggerle, ma ti disabitui a ragionare, a fare nuove proposte sensate, e soprattutto rovini il rapporto con l’elettorato, che invece, per conto suo o con l’interessato ausilio dei tuoi avversari, le sue valutazioni le fa. E tu, irrimediabilmente, perdi di credibilità.

Niente critiche, siamo trentini

Matteo Renzi

Nella piccola Trento forse si vedono meglio le ragioni di questa involuzione. Che sono sostanzialmente due. La prima: il blocco sostanziale contro ogni critica, contro ogni rinnovamento, eretto dal giro dei consiglieri e assessori in carica. Discutere dei limiti dell’azione di governo vuol dire criticare l’insieme degli eletti, accogliere le richieste di rinnovamento da parte dell’elettorato, significa mandare a casa non solo Ugo Rossi, ma tutta la compagnia. Di qui il sostegno, altrimenti incredibile, a un presidente ormai azzoppato nelle urne come nell’opinione pubblica.

La seconda ragione la vediamo meglio approfondendo una notizia, di per sé secondaria, di questi giorni: la contestazione da parte della Corte dei Conti di una serie di consulenze da parte della Provincia (ossia dell’assessore Olivi, Pd) a Michele Bontempelli, parrucchiere, sul riordino dei lavori socialmente utili, per un totale di 88.000 euro in quattro anni. Non ci interessa gettare la croce addosso a Bontempelli, ex sindaco di Pellizzano e da sempre esponente del Pci prima e del Pd poi, e prima di trarre conclusioni aspettiamo la conclusione dell’iter giudiziario. Quello che ora si può – si deve - comunque trarre, è la conclusione politica.

Bontempelli è sempre stato, dentro gli organi dirigenti del suo partito, un “governista”: duramente a favore di Dellai prima, a favore di Rossi oggi. Ma è mai possibile che la linea di un partito sia dettata da quelli che i latini chiamavano i clientes? Da coloro che al governo, causa personalissimi interessi, sono abbarbicati con le unghie e i denti?

Perché ovviamente Bontempelli non è il solo. A un altro livello, ma comunque governista filo-Rossi, è anche Luigi Olivieri, da poco nominato presidente all’Autobrennero. Ed altri ancora. Orbene, queste persone che dipendono in tutto o in parte dal rapporto con il governo e il sottogoverno, che autonomia di giudizio possono avere? E quale capacità di analisi, di ragionamento, di iniziativa può avere un partito da loro fortemente condizionato?

Questa è un’involuzione strutturale: caratteristica dei partiti clientelari, si dispiega incontrastata nel Pd, che presuntuosamente non si ritiene clientelare e non adotta contromisure. È però devastante, impedisce al partito di ragionare, di decidere, di incidere. Inibisce anche reazioni di mera sopravvivenza, come sarebbe un rinnovamento ormai ineludibile dopo la batosta del 4 marzo. E comporta una verticale perdita di credibilità: nei confronti dei soggetti politici contigui (a iniziare dai movimenti civici) e delle singole persone, anche di quelle contattate in vista di una candidatura.

È in questo scenario che dopo l’allarme rosso delle ultime elezioni non si discute cosa vada cambiato nella propria politica, ma si imbastisce il dilemma burletta Rossi sì – Rossi no – Chi altro? E la politica semplicemente si dissolve. Salvo una prossima riapparizione – ci scommettiamo – nelle nuove vesti di sacra unione contro l’avanzare dell’immondo Matteo Salvini. Sappiamo già come vanno a finire queste cose.

Gli altri

Lorenzo Dellai, Ugo Rossi, Alessandro Olivi

Abbiamo dedicato ampio spazio alle contorsioni del Pd. Della coalizione al governo è il partito maggiore ed influenza gli altri. All’interno dei quali le dinamiche sono conseguenti.

Il Patt si è incartato in una difesa ad oltranza di Rossi presidente. Un bluff evidente (dove andrebbe il Patt e dove Rossi senza il resto del centro-sinistra?) possibile solo grazie alle sponde nel Pd di cui abbiamo sopra parlato. Ma è pure un bluff improduttivo: anche se fosse visto, se cioè Ugo Rossi venisse riconfermato candidato presidente, non porterebbe da nessuna parte, se non a qualche scranno di minoranza nel prossimo Consiglio. Non è un caso che anche nel Patt si notino insofferenze verso questa linea tanto oltranzista quanto irrealistica.

È l’Upt invece a spingere più forte il pedale del rinnovamento. E non c’è da meravigliarsi: è un partito ormai morto, le ultime elezioni hanno certificato perdite - evento finora mai registrato - addirittura del 90%! Rinnovarsi quindi, o perire. Un rinnovamento di mera facciata, nel senso di nuove facce. Ma nuove idee, dal partito degli assessori Gilmozzi e Mellarini o dell’ex principe Lorenzo Dellai precipitato dalle stelle alle stalle, è difficile che vengano.

Rimane la costellazione delle forze minori di sinistra, dai Verdi a Liberi e Uguali. Sollecitati dalla nuova formazione di Primavera Trentina (personaggi di spicco lo psichiatra Renzo De Stefani e il nostro redattore Piergiorgio Cattani, ne abbiamo parlato nel numero di maggio “La Politica: se son rose fioriranno”) si sono riuniti per ipotizzare una lista unitaria. Ma si sono subito trovati incartati nel dilemma Rossi sì - Rossi no: non è stato un buon inizio, e d’altronde anche a livello nazionale non sembra memorabile il contributo di idee di Bersani, Civati, Grasso (ricordiamo la sparata sull’abolizione delle tasse universitarie, che a noi ricorda la renziana abolizione dell’Imu sulle case dei ricchi). Il rischio di un insieme raffazzonato a due mesi dal voto, senza idee-forza che non siano l’antileghismo, è quello di fare la nota fine delle liste Ingroia, Arcobaleno, ecc.

Quanto a Primavera Trentina, dovrà rassegnarsi: una nuova formazione, se non ha i soldi di Berlusconi, deve uscire da un lavoro preparatorio di anni, quello per intenderci che ha fatto crescere Lega e M5S. D’altronde è vero che l’attuale è una situazione di grande fluidità, c’è un vuoto nell’area del centrosinistra, ma ci sembra che Primavera sia troppo esile per pensare di colmarlo, o anche solo indirizzarlo.

Fugatti presidente?

Maurizio Fugatti

In questa situazione, di un elettorato insoddisfatto e di un centro-sinistra paralizzato, alle opposizioni si aprono praterie.

I 5 Stelle paiono i più incerti. Nonostante il grosso lavoro del consigliere provinciale Filippo Degasperi, i risultati del 4 marzo sono stati mediocri, in ogni caso non in linea con le aspettative e con i dati nazionali. Degasperi è quindi messo in discussione, anche per i non ottimali rapporti con Riccardo Fraccaro, trentino (d’adozione) e ora ministro, nonché braccio destro di Luigi Di Maio. Anche qui, come si vede, si parla di rapporti tra persone più che di linea politica, che finora è stata di acuminata critica al governo provinciale. Fraccaro è anche stato tra gli oppositori nazionali della riforma delle Banche di Credito Cooperativo, di cui parliamo nel servizio precedente, e che coinvolge le Casse Rurali e la capogruppo Cassa Centrale Banca: vedremo come articolerà questa posizione, in parte – ma solo in parte - condivisibile.

Resta il fatto che, a meno di oggi inaspettati exploit della parte grillina del governo gialloverde, il M5S – che per di più correrà in solitaria - non appare favorito alle elezioni di ottobre.

Favoritissimo è invece il centro-destra. Innanzitutto per i demeriti del centro sinistra. Di suo c’è stato il lavoro certosino della pattuglia leghista, sempre a contatto con gli operai delle fabbriche in crisi, degli inquilini di Itea, di chiunque, dal basso, protestasse. Un lavoro di vicinanza più che di rappresentanza, ma continuo ed apprezzato. A questo va aggiunto il trend nazionale, la fobia anti-immigrati continuamente alimentata, l’immagine ora vincente di Matteo Salvini uomo forte e deciso.

Il candidato naturale è Maurizio Fugatti, consigliere provinciale sempre pronto alle uscite xenofobe, ma anche molto attento alle dinamiche d’aula. Si sussurra che dica: “Vado a sparare quattro fesserie contro i negri, poi mi metto a lavorare”. Non sappiamo se sia vero, ma illustra il personaggio. Ora Fugatti, promosso nel governo nazionale, è sottosegretario alla Sanità, e si è fatto assegnare la delega ai punti nascita. Evidente il tentativo di presentarsi all’elettorato di valle come difensore dei loro ospedali. Una mossa astuta, forse troppo. La materia è complessa e incandescente: tenere aperti punti nascita poco frequentati non presenta solo problemi di costi, ma soprattutto di sicurezza.

Comunque Fugatti è abbastanza abile da potersi presentare, fino ad ottobre, come risolutore del problema. E, a meno che nel frattempo non vengano al pettine i disastri della politica salviniana, Fugatti resta in pole position per il ruolo di prossimo presidente della Provincia.

Forza Italia, a dire il vero, cerca di non stare solo a guardare: ma sconta una ventennale debolezza dei suoi rappresentanti trentini, e la disastrosa guida della bolzanina Biancofiore, misteriosamente sempre nelle grazie di Berlusconi. L’ultima trovata è la candidatura a presidente della neo senatrice Elena Testor: bella, simpatica, ma una nullità totale nel ruolo di Procuradora di Fasa.

Oggi come oggi i bookmakers danno Maurizio Fugatti for president.