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Beata innocenza

Erano anni mistici per me bambina delle elementari. Avevo fame di sapere, molta fantasia e pochi stimoli intorno. La mamma non mi aveva mandata all’asilo, primo perché era lontano, secondo perché si pagava qualcosa e allora lei metteva quei soldini nella mia musina. La mia eroica mamma! Con quella perfida figlia che non avrebbe risparmiato sull’asilo! Aspettavo con trepidazione di cominciare la scuola, che infatti mi incantò: tutti i dieci in pagella per cinque anni erano il risultato del mio attaccamento viscerale.

Insieme alla scuola si cominciava il catechismo, altra occasione per socializzare e poi, dove poteva mai andare una bambina in quegli anni se non in parrocchia? Era anche simpatico e soprattutto gratuito, altrimenti, ahimè, avrei rischiato di rimanere a casa. Certo, si doveva andare a messa, dire le preghiere, fare i bravi, ma si ricevevano bei regali per la comunione. Il libro di religione poi raccontava storie affascinanti con disegni molto belli. La mia preferita era quella del profeta Mosè abbandonato in un cesto di vimini sulle acque del Nilo. E i dieci comandamenti incisi sulle tavole di pietra e le acque che si dividevano erano imprese degne di Superman.

Ogni domenica mattina lo stomaco vuoto dalla sera prima provocava la stessa sensazione. Chiudevo un occhio alla volta e vedevo la luce delle candele ondeggiare insieme alla coda di cavallo della bambina davanti a me. La messa era in latino e noi bambine si pensava ad altro, contente di ritrovarci, parlare sottovoce, sfoggiare la sciarpa nuova, girar la testa tutte insieme a guardar chi entrava. Nella bancata opposta i maschi si spintonavano rumorosi e ogni tanto uno veniva spedito fuori dalla chiesa.

Viene a galla un frammento di quell’infanzia riposta in un angolo, insieme all’innocenza che ancora non sapevo essere così disarmante. Da arrossire, oggi, pensandoci. La confessione era un momento nel quale bisognava aver qualcosa di cui pentirsi. Dopo un paio di anni che ripetevo a memoria la filastrocca: “Ho risposto male alla mamma, detto bugie, litigato con mio fratello…” suonava così bene quel “ho commesso atti impuri”, che ho provato con timore a dirlo al sacerdote dietro la grata forata. Pausa di sospensione e poi la voce fattasi più grave chiedeva: “Da sola o in compagnia?” “In compagnia” rispondevo. “Quante volte”? Boh… dicevo un numero a caso.  La penitenza poi era quella di sempre. Non avevo la minima idea di cosa fossero gli atti impuri, ma mi sembravano originali ed anche il sacerdote sembrava più interessato. Mannaggia… ci fosse stata qualche persona autorevole a spiegarci cos’erano gli atti impuri! Avrei evitato figuracce. Anche perché il sacerdote dietro la grata era o il parroco o il cappellano, quindi mi conoscevano e chissà cosa pensavano di me. Una bambina impura? Basta un niente e addio reputazione.

Erano anni di forti mal di gola con febbri altissime che mi lasciavano priva di energia. Le supposte di farmidone erano come un botto che esplodeva nel mio corpo, velocemente passavo dal bollente sudore a potenti brividi di freddo. Nella noia di quelle giornate passate a letto bevendo tè e camomilla, l’unica compagnia era un libro sui bambini diventati santi. “Che fortunati! – pensavo - Chissà che bello diventar bambini santi. C’è un paradiso tutto per loro. Dove ti metti in fila e danno gratis gelati, sciarpe e giocattoli. Però si diventa santi solo se non si commettono atti impuri! Oh mamma... ecco perché non ero ancora santa! Sicuramente si sapeva delle mie confessioni!  Che il parroco avesse spifferato qualcosa Lassù?”

L’operazione alle tonsille disperse un po’ alla volta l’odore di santità e gli ormoni dell’adolescenza sparsero il profumo della terra.