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QT n. 12, dicembre 2025 Monitor: Arte

Percezione, superficie, spazio “Esther Stocker. Caos calmo” Trento, Galleria Civica, fino all’11 gennaio.

L’opera di Esther Stocker (Silandro, 1974) mostra come sia possibile per un’artista usare un linguaggio essenziale e geometrico per mettere alla prova il nostro bisogno di certezza e di controllo. L’elemento “griglia”, incrocio rigorosamente ortogonale di linee nere sul campo bianco da cui si sviluppa tutto il resto, rimanda senz’altro alla stagione dell’astrattismo geometrico (Mondrian prima degli altri), ma è ridotto ancor più all’essenziale per la rinuncia ai tre colori fondamentali. Poi, solo più avanti, verrà ammessa la diagonale, elemento già di suo perturbante, se è vero come ricorda l’artista, che Mondrian ruppe la sua amicizia con van Doesburg quando questi iniziò ad utilizzarla.

Siamo comunque, per Stocker, ad una scelta orientata al grado zero del lessico dei segni, che rivela tuttavia una sorprendente potenzialità di sviluppo, per il continuo mutare di scansioni e di ritmi, ma soprattutto perché introduce sempre uno scarto, una frattura dell’ordine iniziale.

La cosa va oltre il gradevole espediente formale, e si capisce dal fatto che non si ferma al singolo dipinto ma coinvolge l’intero ambiente in cui si muove l’osservatore. Insomma, si parte dalla pittura - Stocker è un’artista di formazione pittorica: a Vienna, a Brera, in California – si passa alla terza dimensione e si torna alla pittura, alla modificazione percettiva dello spazio, inseguendo un confronto continuo tra superficie e volume.

Nella mostra curata da Gabriele Lorenzoni, questa dialettica emerge, ad esempio, anche in certe “balle” di forma irregolare che Stocker dispone nel percorso, ottenute accartocciando delle tele precedentemente dipinte alla sua maniera, che possono essere aggirate come sculture: un modo di costruire volumi attraverso superfici. “Mi domando - ha detto l’autrice - se si possa riuscire davvero a superare la superficie, a liberarsi da essa. In realtà tutta la nostra vita ha a che fare con la superficie, anche quando consideriamo l’aspetto volumetrico”. Il che non ostacola il suo programma di rendere il visitatore parte attiva dell’opera, nel momento in cui ne è fruitore, e di sollecitare la sua facoltà di cambiare il punto di vista.

Il lavoro dell’artista rivela in questo un forte legame con le ricerche di arte ambientale e cinetica degli anni Sessanta, in particolare con il Gruppo T e con Gianni Colombo, che fu premiato alla Biennale del 1968 per un’opera intitolata “Ambiente elastico”: una stanza percorribilein cui dei fili elastici e mobili definiscono e dividono lo spazio in cubi vuoti.

Henri Matisse, La danza (1909-1910)

La differenza è che Stocker evita di creare oggetti dotati di un proprio movimento, si affida solo agli spostamenti dell’osservatore: alle sue facoltà percettive; alla tensione che sorge tra spazio dipinto e spazio reale; alla possibilità che gli smottamenti dell’ordine visivo gli consentano di vivere una sorta di inquietudine senza panico; alle domande affioranti intorno alla regola e all’errore; all’utilità di quest’ ultimo come fattore di conoscenza.

Tutte prerogative che hanno permesso ad Esther Stocker di proporsi (ed essere scelta) ormai da diversi anni a livello internazionale per “interpretare” spazi pubblici anche diversi da quelli museali, spazi che la gente attraversa senza lo scopo precipuo di visitare un’opera d’arte, trovandosi in un certo senso casualmente a farne parte ed esserne stimolata.

Stocker tiene molto a questa valenza “sociale” del suo agire artistico, e recentemente è stata incaricata dal Comune di Roma di “reinventare” con la pittura una stazione della metrolitana; operazione che a breve riproporrà, in scala ridotta, anche nella città di Trento, nel sottopasso ferroviario pedonale che collega il centro storico al lungo Adige Sanseverino.

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