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Caso Cogo: la casta si assolve

La magistratura appura le responsabilità, l’elettorato chiede rigore, ma il PD se ne impippa. La solidarietà di casta prima di tutto. Ma il rinnovamento arriverà, ci dicono.

Il “caso Cogo” ha registrato ulteriori accadimenti, che vale la pena approfondire in quanto indicativi della cultura politica attuale. In questi giorni l’assessora del PD, responsabile secondo la Procura della Repubblica (e secondo chi, come QT, ha esaminato le carte) di aver presentato al proprio partito un documento taroccato per non pagare parte della quota pattuita, si è vista infliggere ulteriori colpi dalla magistratura. La Procura, nel motivare la richiesta di archiviazione, ha spiegato senza eufemismi che l’assessora il taroccamento lo ha eseguito, ma che non è penalmente perseguibile, e che il suo partito lo ha truffato, ma anche qui non è perseguibile per mancanza di querela. Insomma, alla giustizia riesce a sfuggire, ma eticamente e politicamente è condannabile.

Alla posizione della Procura si è poi aggiunta quella del Giudice per le indagini preliminari: che ha avanzato seri dubbi anche sulla non perseguibilità penale della Cogo, ha respinto l’archiviazione, e fissato un’udienza in camera di consiglio, al termine della quale deciderà come procedere.

Insomma, gli organismi giudiziari, in seguito alle indagini e allo studio degli atti hanno stabilito i fatti che indicano Margherita Cogo come artefice di una truffa tramite presentazione di documentazione fasulla; sono incerti se tali fatti abbiano una rilevanza penale.

Tutto questo dovrebbe bastare perché la politica prenda i provvedimenti opportuni: vale a dire le dimissioni dell’assessora. Invece abbiamo assistito a un autentico balletto. Da una parte il presidente della Giunta Dellai che ha rinnovato la fiducia alla Cogo, un comportamento opposto a quello assunto nell’analogo caso del presidente dell’Autobrennero Grisenti: ma Grisenti era del suo partito, l’Upt, mentre la Cogo è del Pd, e Dellai ha inteso presentare l’Upt come capace di rinnovamento, e il Pd no.

Ma dall’altra c’è l’atteggiamento del Pd, che aveva tutti gli interessi a non apparire come il partito dei politicanti traffichini. E invece ha deciso, con soave incoerenza, di “lasciar decidere all’interessata”. Come dire a un falsario che decida lui se lavorare ancora alla zecca. Naturalmente Margherita Cogo ha deciso di rimanere.

E qui si apre un problema, che non riguarda più la signora Cogo, ma la politica e in particolare il Pd. Perché c’è innanzitutto il cinismo di Dellai, che sottilmente usa la questione etica (e la dabbenaggine altrui) per appannare la credibilità del Partito Democratico, alleato ma concorrente, e magari ricacciarlo indietro dalla posizione di primo partito. Ma c’è anche la posizione del Pd. Perché mai prende una posizione che fa a pugni sia con i principi (di eticità, trasparenza, rinnovamento, ecc) sia con le proprie stesse convenienze? Perché mai copre fino all’ultimo l’indifendibile Margherita Cogo, anche a costo di appannare la propria immagine presso l’elettorato?

Per rispondere a questa domanda, invitiamo i lettori a leggere le interviste che in merito abbiamo fatto a tre esponenti, di rilievo o significativi, del Pd. Si vedrà come la decisione di assolvere l’assessora sia stata contrastata.

Eppure questo non scioglie l’interrogativo: come mai un partito prende una decisione che contemporaneamente tradisce i propri presupposti e si danneggia elettoralmente?

Il peso della casta

In realtà non è la prima volta e non accade solo a Trento. A livello nazionale è clamoroso (anche prima che fosse condannato per comportamento antisindacale) il caso di Sergio Cofferati, che aveva rinunciato a ricandidare come sindaco di Bologna adducendo commoventi motivi familiari (“il figlio piccolo”) per poi, due mesi dopo, essere scelto come parlamentare al Parlamento Europeo evidentemente ritenuto una lauta sinecura. Un comportamento cialtronesco, sbeffeggiato a Bologna e in centinaia di blog. Il segretario del Pd Franceschini, indomito, tiene duro: “Della rinuncia di Cofferati a correre a Bologna sapranno un 500.000 elettori” giustifica. Traduzione: perdere mezzo milione di voti è una bazzecola, a confronto della possibilità di elargire benefit al compare Sergio. E a livello locale è altrettanto esemplare il percorso per arrivare a sindaco di Trento: dove si è dissuasa dal candidare la vincitrice certa, Donata Borgonovo Re, Difensore civico, per candidare l’attuale prosindaco Alessandro Andreatta, molto più debole ma interno alla nomenklatura.

Insomma, al Pd la solidarietà della casta viene prima di tutto, anche prima del consenso degli iscritti e degli elettori.

È in questa ottica che si spiega il caso Cogo, con l’assessora sbugiardata dalla magistratura, dalla stampa, dalle testimonianze degli stessi iscritti al Pd, ma assolta dalla nomenklatura interna. Che evidentemente ha un fine assolutamente prioritario: l’autoperpetuazione.

Segnali di risveglio?

“Nel Pd c’è qualche segnale di risveglio etico” scrivevamo nel numero scorso, sempre a commento del caso Cogo. Eravamo troppo ottimisti?

In effetti ci sembra che qualche timido segnale ci sia.

Il gruppo in Consiglio provinciale è stato finora assorbito in una defatigante maratona per assegnare poltrone in commissioni ed enti. Non lo ha fatto distinguendosi dalle pratiche spartitorie. Però di questo c’è se non altro consapevolezza: “Stiamo lavorando a un disegno di legge organico, che porti a un sistema di nomine trasparenti e responsabili: attraverso la tempestive pubblicizzazione delle candidature, anche su Internet, in maniera che tutti possano vedere chi concorre, che titoli ha, e le motivazioni della scelta” afferma il presidente del Consiglio Giovanni Kessler.

Intanto il partito si rinnova, crescono i circoli: “Ormai i nuovi segretari dei circoli hanno reso vecchi, obsoleti, gli stessi rappresentanti eletti con le primarie di 10 mesi fa” ci dice il segretario Maurizio Agostini. Certo, i nuovi possono assumere la stessa cultura dei predecessori, vedere la politica come una carriera, e quindi prendere le decisioni in funzione non del merito delle cose (Cogo è onesta o no) ma delle alleanze interne (Cogo è con me o contro) e delle proprie personali aspettative di avanzamento.

Ma al contempo, se c’è più circolazione di persone, più discussione, se gli incarichi sono più facilmente rinnovati, è anche più difficile che si incisti un ceto autoreferente. Il segretario è ottimista: “Dal congresso di ottobre verrà fuori un gruppo molto rinnovato. E slegato dalle vecchie logiche”.

Vedremo. È da tanto tempo che il rinnovamento viene dato dietro l’angolo...

Il presidente

Giovanni Kessler (Presidente del Consiglio Provinciale)

Giovanni Kessler

“L’azione della magistratura non ha portato fatti nuovi rispetto a quanto si conosceva quando si era espressa la commissione elettorale, che ha approvato la candidatura di Margherita Cogo, e il gruppo consiliare, che la ha proposta assessore regionale. Non essendoci fatti nuovi, non aveva senso ribaltare quella decisione”.

Quindi voi avete ribadito una linea: per voi può essere assessore chi presenta documentazioni fasulle.

“Che Cogo si sia comportata così, lo dice lei, noi non lo sappiamo”.

Ma la magistratura i fatti li ha appurati, e li ha esposti nelle sue motivazioni. E attraverso strumenti (interrogatori di vostri iscritti, vostri estremi bancari) che erano nelle vostre disponibilità.

“No, non erano nostri iscritti, né nostra la documentazione bancaria. Ma di un partito, i Ds, diverso”.

I Ds sono confluiti nel Pd, tutta la documentazione vi era e vi è accessibile, se avete dei dubbi.

“La commissione elettorale aveva dato il suo assenso sulla candidatura di Cogo basandosi sul giudizio della commissione di garanzia che aveva a suo tempo indagato su quei fatti. Non vediamo cosa sia successo di nuovo per ribaltare quel giudizio”.

Il segretario

Maurizio Agostini (segretario provinciale del PD)

Maurizio Agostini

“Quando era iniziata l’inchiesta e Margherita Cogo si era dimessa, il nostro Coordinamento Provinciale aveva emesso un comunicato per esprimere ‘apprezzamento per le dimissioni’; ed io le avevo chiesto, personalmente e in pubblico che facesse una consigliatura senza incarichi”.

Poi è arrivata la richiesta di archiviazione della Procura.

E sia nel Coordinamento, come nel Gruppo provinciale è prevalsa l’opinione di dire ‘decida lei’. A costo di apparire ingenuo confesso che pensavo che Cogo, di fronte alle mie precise richieste, e ad un’inchiesta non ancora archiviata, scegliesse di mantenere le dimissioni. Lei non lo ha fatto e mi dispiace. A questo punto non ho pensato che la cosa fosse così pesante da imporre al partito un aut aut...

O le dimissioni di Cogo o quelle di Agostini?

“Esatto. Non ho ritenuto di porre il partito, che è nuovo, che sta crescendo, di fronte a una tale lacerazione”.

Il peone

Emanuele Curzel (dell’Assemblea dei 64 eletti alle primarie)

“C’è stata tutta una concatenazione di fatti (che all’epoca la Cogo avesse saldato il suo debito, che il caso non sia emerso al momento della composizione delle liste, la punizione politica dell’elettorato, che ha dimezzato i voti della vice-presidente uscente) che ha fatto sottostimare il problema. Oggi noi peones, di fronte al parere concorde di tutti i gruppi dirigenti, di allora e di oggi, di non sollevare il problema, accettiamo questa soluzione”.

Insomma, una continuità, dai Ds al Pd, a ritenere irrilevante la questione morale; in casa propria, ben s’intende.

“Voglio pensare che se la cosa fosse emersa nel Pd, ci sarebbe stata una soluzione diversa. Il fatto è la fatica a costruire un nuovo partito formato da una pluralità di gruppi e di culture, porta al compromesso, a scansare gli scogli più grossi. Questo travaglio è un limite, ma è cosa diversa dai due metri di giudizio morale, uno in casa nostra, un altro per gli avversari”.

Sarà. Il fatto più inquietante è che voi prendete una posizione contro i vostri principi, e al contempo contro le aspettative dell’elettorato. Seguite solo il principio di autoprotezione della casta.

“Può essere; io però giudico questo un momento di passaggio, non ritengo che nel nuovo partito si stiano consolidando comportamenti irreversibili. Quindi sospendo il giudizio: non sulla Cogo, sulla quale è netto, ma su chi la ha giudicata. Ad oggi penso che abbiano davvero scelto il meno peggio”.