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Giovani artisti a Rovereto

Formazione e conflitti di una generazione ribelle.

Fortunato Depero: un suo autoritratto del 1908

Si è avviato qualche settimana fa sulle pagine dell’Adige un dibattito sulle prospettive di Rovereto, alla luce della presenza caratterizzante di un museo d’arte. Nella città del Mart potrebbe nascere (questa la tesi) un laboratorio creativo diffuso, in grado di dare nuova qualità e slancio al settore produttivo del principale centro industriale del Trentino.

Alla proposta del giornale è seguita qualche prima riflessione nutrita di generosi propositi. Se il discorso proseguirà e riuscirà a favorire concreti sviluppi ne sarò felice doppiamente, per la cosa in sé e per aver lavorato a lungo a un’idea di museo che non sia solo luogo di consumo. Non è di questo tuttavia che si cercherà qui di ragionare, bensì delle premesse storiche tirate in ballo per rafforzare le argomentazioni.

Rovereto era la sede di quella Scuola Reale Elisabettina, nelle cui aule si formò una generazione di artisti: si tratta solo di riannodare i fili con una tradizione remota ma radicata, si ripete da più parti, di resuscitare una vocazione sopita. Questo richiamo al passato si innesta su tenaci superfetazioni, come l’identificazione di tutta l’esperienza della scuola roveretana con quella della Reale e come la definizione di "istituto di arti applicate" adottata per quest’ultima (per una verifica della diffusione dello stereotipo si scorrano in Internet le più accreditate biografie di Depero).

Le leggende sono più potenti delle puntualizzazioni filologiche e assai più suggestive. Senza illuderci di scoraggiare i luoghi comuni, proviamo a rileggere i dati. Partiamo da quelli che forniscono un sicuro fondamento di realtà alla "mitizzazione". Costituisce un caso rilevante di geografia della cultura la prima formazione nella piccola città del Leno di numerosi protagonisti significativi dell’arte italiana del Novecento, da Fortunato Depero a Fausto Melotti e agli architetti Luciano Baldessari, Adalberto Libera, Gino Pollini, tanto da far scrivere autorevolmente di Rovereto come "luogo magico della modernità" (Gregotti). A questi nomi vanno aggiunti quelli del perginese Tullio Garbari, del trentino Luigi Bonazza, dei roveretani Carlo Cainelli e Iras Baldessari, personalità assai diverse ma accomunate da un’autentica e robusta dimensione artistica, quelli di architetti politecnici come Giorgio Wenter Marini e Giovanni Tiella e di numerosi altri pittori: il rivano Maganzini, l’arcense Tomasi, il solandro Armani...

Le specificazioni territoriali servono a rammentare che alle scuole di Rovereto (il Ginnasio e l’Istituto Magistrale, oltre alla Reale, per pochi anni anche un Liceo Femminile) affluivano prima del 1914 studenti da tutto il Trentino e dal Tirolo tedesco. La città si era voluta centro di studi, il Comune aveva investito risorse e condotto battaglie politiche per arricchire un’offerta formativa che non si sviluppò come pacifica largizione dello Stato austroungarico, ma come graduale conquista autonomistica: anche questo è giusto rimarcare, per chi fosse tentato di rileggere quella storia in termini banalmente "nostalgici". Austriache quelle scuole certo lo erano, nell’ordinamento, nella serietà pedagogica e anche nella rigidità di un regime disciplinare autoritario. Ricostruirne la storia significa anche riscoprire le iniziative di un movimento studentesco trasgressivo, in un’epoca nella quale le "leggi disciplinari" vietavano severamente agli studenti medi qualunque associazione e manifestazione politica.

L’assemblea del novembre 1904 dopo i "fatti di Innsbruck", cioè i gravi scontri scatenatisi in opposizione all’apertura di una facoltà giuridica italiana; gli scioperi del 1908 e del 1912, legati anch’essi al tema dell’università italiana in Austria ma tali da coinvolgere sempre di più nella protesta il ruolo repressivo dell’istituzione scolastica; le contestazioni nei confronti dei direttori, avviliti a funzionari dell’ordine politico costituito: aspirazioni nazionali e istanze elementari di libertà si mescolavano, alimentando atteggiamenti di radicale ribellione.

Vanno sottolineate, rispetto al nostro tema, altre profonde contraddizioni tra le esigenze di una parte di quei giovani e la fisionomia della scuola. Le "Realschulen" erano state battezzate così dalla progressista riforma austriaca del 1849 perché si volevano scuole dei "Realien", delle cose "reali". Erano destinate a costituire il ramo scientifico e tecnico dell’istruzione media, deludendo l’aspettativa di una loro immediata funzionalità alle esigenze dell’industria e del commercio (cui esplicitamente puntava, nel nostro caso, la borghesia roveretana che supportò con forza l’apertura del nuovo istituto a fianco dell’antico Ginnasio). Da quelle scuole si usciva preparati per iscriversi nei politecnici, piuttosto che per fare gli impiegati o gli artigiani. Nel piano di studi il disegno, sia a mano libera che geometrico, ebbe indubbiamente un notevole rilievo, come lo ebbe la "geometria descrittiva", introdotta dal 1898 negli ultimi tre anni dei sette di corso completo. Per un fortunato destino a insegnare queste discipline furono a lungo presso l’Elisabettina due professori dalla personalità molto forte, il goriziano Luigi Comel (disegno a mano libera) e il roveretano Cesare Coriselli (disegno geometrico e geometria descrittiva). Il primo ci viene raccontato dalle testimonianze dei suoi studenti come un maestro amico, capace di intuire le motivazioni profonde degli allievi e di irrobustirle con una didattica umanamente generosa, oltre che tecnicamente attrezzata. Di questo rapporto intenso ci sono rimasti straordinari documenti da lui stesso conservati: un’antologia di lavori scolastici degli allievi, alcune lettere inviategli in epoca successiva da alcuni di loro, Giovanni Tiella e Luciano Baldessari in particolare. Una recente mostra a Rovereto e a Trento, promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio e un catalogo (a cura di Lia de Finis) hanno recentemente riproposto all’attenzione questo emozionante autoritratto collettivo. Nel volume è presente anche un mio saggio sui Giovani ribelli dal quale si intendono meglio alcune cose qui appena accennate. In sintesi estrema voglio ribadire che una parte di quei percorsi si dovettero sviluppare non tanto contro la scuola, ma oltre la scuola e le sue angustie. Tanto sono impressionanti per forza espressiva i lavori del giovanissimo Depero conservati nel fondo Comel quanto sono crudeli le sue pagelle, ad eccezione delle caselle del disegno e della geometria descrittiva. Dalla scuola se ne andò senza aver superato il quinto corso, Tullio Garbari ancor prima, a quindici anni, dopo quattro di frequenza con profitto mediocre (ad eccezione delle classificazioni di disegno e d’italiano). Tre anni dopo, diciottenne, esponeva i suoi quadri a Ca’ Pesaro a Venezia, dove aveva frequentato l’Accademia, l’anno successivo era la penna più graffiante di un’esperienza d’avanguardia, quella della rivista Voce Trentina. Depero a sua volta, interrotti gli studi nel 1910, pubblicò in proprio nel 1913 un libro di sperimentazioni orgogliosamente solitarie, Spezzature. Nel 1914, ventenne, venne "adottato" dai protagonisti del futurismo, nel marzo 1915 pubblicò insieme a Balla un testo capitale come Ricostruzione futurista dell’universo.

Dall’arte qualcuno di quei giovani artisti in formazione si aspettava molto di più che un’affermazione professionale: una rivoluzione dei linguaggi, un mondo nuovo, anche se in un senso molto diverso che nell’utopismo politico e sociale. Qualcun altro la interpretò come una disciplina austera, assoluta (è il caso di Carlo Cainelli). Di un’immagine tanto alta da risultare chimericamente irraggiungibile scriveva da Zara a Comel Giovanni Moschini, uno degli allievi della cerchia più vicina, che aveva lasciato anche lui la scuola precocemente, sedicenne: "L’arte è (o almeno dovrebbe essere) la vera manifestazione della vita, del tempo nel quale viviamo […]. È un lume ch’io nella vita lo vedo lontano simile a quel fuoco fatuo che si specchia leggermente nell’onde; e quel lume cammina, cammina, ed io lo seguo con gli occhi e col cuore. Mi vorrei precipitare, ma troppo faticosa mi sembra la via, troppo ardita sarebbe la corsa".

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Commenti (2)

Fabrizio Rasera

Il professor Coriselli, docente di "geometria descrittiva" di generazioni di ingegneri, architetti, artisti, è un vero e proprio mito, nella storia della scuola roveretana e trentina. Il recente libro sull'Istituto Tecnico di Rovereto (a cura di chi scrive, reperibile presso l'Istituto o presso le edizioni Osiride di Rovereto) fornisce molti punti di riferimento, compresa una voce biografica a firma di Quinto Antonelli. Non mi è agevole incollare qui una bibliografia compiuta (ma sono interessato a una corrispondenza diretta, il mio indirizzo è fabrizio.rasera@alice.it). Il suo cognome corrisponde a una diretta discendenza o a una parentela?

lucia coriselli

Ho trovato molto interessante l'articolo. Mi piacerebbe leggere qualcosa di più sul prof.Cesare Coriselli:è possibile? Può eventualmente segnalare qualche testo che ne tratteggi la figura, la personalità?
Grazie
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