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Piccole patrie con un respiro europeo

Caratteristica delle regioni di frontiera è il particolare rapporto con il territorio. Rompere questo legame sarebbe tradire valori di solidarietà e di identità.

II direttore del Museo etnografico di S. Michele, Giovanni Kezich, riprendendo argomentazioni che già avevano provocato gli strali del leader autonomista Franco Tretter, ha proposto, in un suo recente saggio, la tesi delle Alpi come crocevia di tensioni e di scontri tra popoli e culture, piuttosto che come idilliaco mondo di unità e pacifiche convivenze.

Con contenuti che assumono il significato di una vera provocazione culturale, la riflessione di Kezich mette in discussione molti stereotipi acquisiti anche nel mondo della sinistra, oltre che in quello alpino-tirolese di casa nostra, sulla storia dei popoli che vivono lungo la catena delle Alpi. Rappresenta infatti, dei popoli alpini, le reciproche intolleranze e i sanguinosi conflitti, che si esasperano e si fanno più drammatici e sanguinosi, seguendo il crinale alpino da Occidente ad Oriente, quasi a prologo delle barbarie consumate, ancor oggi, nel contiguo mondo balcanico. Rivivono così, in successione, le persecuzioni religiose contro i valdesi nelle valli eccitane del Piemonte, i difficili rapporti fra italiani e tedeschi lungo i massicci dolomitici, fino al capitolo delle foibe negli ultimi lembi delle alpi giulie. Sono, questi, problemi della storia di ieri, ma anche della politica dell'oggi. E' aperto infatti, con tante incertezze, il dibattito sul progetto che la sinistra e l'Ulivo intendono proporre nelle regioni di confine, quelle che traggono il loro carattere prevalente dall'appartenenza alla porzione delle Alpi, collocata entro i confini dello stato italiano. Le regioni dove sono presenti talora forti, sempre consapevoli minoranze linguistiche. Dove quotidianamente si deve fare i conti con la presenza e la cultura dell'altro".

La sinistra europea avvertì, sul finire del secolo scorso, la necessità di proporre in termini politici e quindi non più solo declamatori o morali, garanzie e istituzioni in grado di sostenere i sacrosanti diritti allo sviluppo del sentimento nazionale. Fu anche consapevole che senza risposte adeguate quei sentimenti sarebbero diventati cause della guerra civile europea, che si sarebbe scatenata, sanguinosa, per quasi tutti i decenni del Novecento.

Questa cultura fu praticata con percorsi inevitabilmente diversi, per composizione sociale e posizione geografica anche nelle terre italiane dell'impero d'Austria, nell'area giuliana e in quella trentina. Il programma sulle minoranze di Brunn, elaborato ed approvato da tutti i socialisti dell'impero nel lontano 1899, è ancor oggi un documento attuale. Da all'azione politica di un movimento locale un respiro europeo, proclama valori, ne propone la traduzione in atti politici. Gli stessi socialisti italiani, impregnati di cultura democratica e risorgimentale, difesero, in solitudine, i diritti delle tradizioni popolari dell'area piemontese e valdostana. Tradizioni minacciate e smantellate da governi che avevano trasformata l'idea nazionale in gretto nazionalismo. Nel primo dopoguerra, il movimento democratico e socialista tentò di arginare la dilagante sopraffazione e ingiuria delle popolazioni autoctone, che si ritrovarono, loro malgrado, dentro i nuovi confini d'Italia.

La sinistra che s'oppose al "frignire delle cicale nazionaliste" e le voci che sostennero le autonomie ed una concezione federalista dello stato, ebbero però, nelle regioni di confine, consensi minoritari. Chiedersi perché questo avvenne non è solo un'opportuna analisi storica, ma anche una valutazione rispetto alle politiche dell'oggi. Perché la sinistra non è stata creduta? I motivi sono molti. Si possono ricordare quelli d'ordine sociale, economico, religioso. Non sarebbe tuttavia questa un'analisi sufficiente per capire la distanza tra le ragioni della sinistra e il sentire della maggioranza delle popolazioni alpine.

Più credibile appare l'analisi che non basta affermare con rigore il rispetto di diritti generali ed essere pronti a battersi per essi, se non ci radica nel sentire di un popolo. Troppe volte abbiamo considerato tradizioni e consuetudini, qualche volta anche il radicato sentire religioso, come frutto di una realtà conservatrice, potenzialmente disponibile ad avventure reazionarie. L'incomunicabilità non fu riscattata dal lavoro di Battisti in Trentino e dall'azione del pur radicato socialismo giuliano. A maggior ragione il divario non fu colmato nel secondo dopoguerra.

La guerra fredda gelò ogni tentativo di sperimentare le indispensabili vie nuove, per aggiungere ai principi di giustizia e di libertà, anche quelli d autonomia e d'identità. Emilie Lussu fu l'uomo della sinistra italiana che con maggior compiutezza seppe esprimere l'amore per la propria piccola patria con quello alla patria italiana ed europea. Tornò in Sardegna nel 1944, dopo quasi vent'anni di diaspora antifascista. Esordì così con la sua gente: "Sento che avremo delle grandi ore da vivere assieme da sardi, da italiani, da europei". Parlava per contrastare il separatismo del partito da lui fondato affermando che il separatismo è "antistorico, demagogico, inconcludente ed è conservatore sulla via di diventare reazionario" e aggiungeva: "Il separatismo non è solo conservazione, è reazione. E' una sottospecie del nazionalismo con cui un piccolo numero esalta sulla tomba degli avi la stirpe e sacrifica il maggior numero. In grande, il nazionalismo è cosa tragica. In piccolo è una truffa".

Le autonomie delle regioni di confine devono essere punti di forza per la riforma federale dello stato italiano. Se quest'obiettivo fallisse, anche le nostre "speciali autonomie" sarebbero destinate ad appassire. "Liberare e federare" - scriveva Silvio Trentin, il democratico Veneto che più d'ogni altro il sardo Lussu apprezzava e stimava, ad introduzione della prima proposta di costituzione federale della repubblica italiana. Seguita, con coerenza, dalla proposta di costituzione federale europea.

L'Ulivo e la sinistra, come precondizione ad un'organizzazione bipolare dei partiti, hanno dunque bisogno di una più chiara cultura dello stato. Una cultura che si contrapponga in maniera esplicita al conservatorismo istituzionale, ma anche ad una concezione statica e impermeabile delle realtà locali. Con tutte le sue difficoltà nel rispondere alle nuove domande di equità e di solidarietà, solo la sinistra è in grado, per i suoi legami e orizzonti internazionali, di assicurare pieno riconoscimento alle nostre piccole patrie, senza correre i rischi e i pericoli che queste siano vissute in contrapposizione con le al- tre piccole patrie che ci sono contigue. Abbiamo la possibilità di superare le tensioni di popoli e culture che Kezich ha individuato nella storia delle Alpi, dietro la facciata romantica di panorami idilliaci. Aldo Gorfer, un trentino che amava la sua terra e per questo ne disvelava con coraggio i limiti, nel suo libro "Gli eredi della solitudine " rappresentò le crude miserie sociali che si celavano dietro le immagini patinate da cartolina. In altre sue opere denunciò con fermezza il degrado ambientale prodotto in nome di una concezione distruttiva del progresso e della modernità. L'eco del monito di Aldo Gorfer si trova nel recentissimo libro "La secessione leggera " di Paolo Rumiz. Descrivendo 1 ' area pedemontana del Veneto, quella a noi più vicina - nell'ambito del suo reportage sul malessere del nord - così rappresenta il risultato di uno sviluppo che cancella l'identità: "Per chilometri setacciati a passo d'uomo non e 'è nulla che ricordi: qui è Veneto. Né l'architettura, né gli arredi, né il vestire, né la gestualità. Quel poco d'antico che sopravvive è in rovina, sopraffatto da insegne al neon oppure usato a scopo di business". E commenta: "Non è solo perdita delle radici. Peggio: è autodistruzione, accanimento sulla propria storia ".

Si dice a volta che lo sviluppo sostenibile è definizione vaga, ed è sicuramente vero. Diventa però pregnante di significato di fronte a questi modelli di sviluppo che non possono essere di forze e movimenti che intendono la solidarietà come dovere non solo nei confronti degli esclusi della società, ma anche delle generazioni che verranno. Caratteristica delle regioni di frontiera è sempre stato un particolare rapporto con la casa, con la terra: i tedeschi dicono con la "Heimat". Anche noi dobbiamo proporre uno sviluppo che salvaguardi la nostra "Heimat".

Non farlo significa tradire quei valori di solidarietà e d'identità che devono essere alla base di un progetto riformista.

Solidarietà che dev'essere intesa nei confronti degli esclusi dalla società, ma anche nei confronti delle generazioni che verranno. Senza di che, potremo vincere elezioni, ma resteremo estranei alla cultura della nostra terra. E' questo il terreno di cultura e di sviluppo da cui la sinistra e l'Ulivo devono partire per le loro proposte d'organizzazione politica, di bipolarismo possibile anche nelle nostre terre.

Abbiamo la possibilità, i se la sinistra e l'Ulivo sapranno esercitare il loro mestiere, d'essere trentini e friulani, triestini e aostani, senza cessare d'essere italiani ed europei.

E' una prospettiva possibile solo con l'ambizione e l'orgoglio dei grandi progetti. Ambizione ed I orgoglio sono peraltro! necessari per avventurarsi su strade inedite per lai riforma delle istituzioni, dei partiti e dei loro I programmi. Di questo hai bisogno una forza riformista che voglia essere protagonista di una storia non banale, quale mai è la storia delle regioni di frontiera.