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Scontro sulla Caritro: la banca e il Trentino

Gestire lo mondializzazione o cercare di farcela da soli? E soprattutto, "culi di pietra" o "professori"? Uno scontro sordo, tra grandi strategie e voglia di poltrone.

Con una durissima, incredibile intervista del presidente della Camera di Commercio, Marco Oreste Detassis, è venuto a galla lo scontro sulla e per la Cassa di Risparmio. Uno scontro rimasto per mesi sotterraneo, ed ora esploso con una violenza insolita per l'ovattato mondo dell'economia trentina. Basti pensare che Detassis è giunto ad avanzare dubbi - senza peraltro portare elementi di prova - sul reale valore delle azioni Caritro in occasione del recente aumento di capitale.

Scontro rovente quindi. Ma anche confuso, perché si svolge su due piani, che si intersecano: il piano nobile, quello delle strategie; e il piano basso, quello delle poltrone. Il sovrapporsi dei due piani rende lo scontro di difficile lettura, anche perché talora assume i connotati di un conflitto tra differenti ceti sociali: da una parte i professori, scesi dai loro scranni per comandare nelle istituzioni della città; dall'altra i culi di pietra, gli inamovibili burocrati della prima e anche seconda repubblica, che ritengono le istituzioni cosa loro. Cerchiamo di orientarci.

Iniziamo dal piano nobile, e forse più interessante: le strategie. L'oggetto del contendere è il controllo della Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto, oggi posseduta al 70% dalla Fondazione Caritro, istituita con il preciso compito di privatizzare la Cassa, e gestire i fondi così ricavati, promuovendo attività nel campo dell'istruzione e ricerca scientifica.

Presidente della Fondazione è il prof. Giovanni Pegoretti, docente ad Economia, che da tempo ha chiaramente enunciato la propria strategia: anche nel mondo bancario sta aprendosi la concorrenza europea, Caritro è una banca troppo piccola per reggere da sola F impatto che ne deriverà; non è pensabile arrestare a Trento il processo di mondializzazione del credito. "L'unica soluzione è gestire la privatizzazione in modo da tenere in Trentino il maggior controllo possibile. Attenzione - sottolinea Pegoretti - dico 'possibile ', che è diverso da 'desiderabile'."

Su questa linea Pegoretti ha da alcuni mesi avviato la ricerca di un istituto bancario disposto a rilevare una quota consistente delle azioni Caritro. Una banca - meglio se di area tedesca - che risponda a certi requisiti (peso internazionale, competenze tecniche, in grado di far fare a Caritro un balzo in avanti) e sia disposta a certi vincoli (percentuale minima di investimenti che devono restare in Trentino; posti in consiglio di amministrazione agli investitori locali).

Insomma, una strategia che cerca di prevenire prossimi collassi, pilotando la banca tra i flutti della competizione globale.

La strategia opposta nessuno - Detassis meno di tutti - la ha pubblicamente esposta, ma si basa su un presupposto: non drammatizziamo con l'Europa e la globalizzazione, non perdiamo la testa, rimaniamo ancorati al Trentino. Quindi, anzitutto, della Caritro cerchiamo di non perdere il controllo, privatizziamo in maniera che, almeno per i prossimi anni, la maggioranza azionaria sia trentina, attraverso il sindacato degli azionisti. In quest'ottica Pegoretti diventa "il professore che svende la banca ", che con i suoi voli teorici fa perdere al Trentino una risorsa fondamentale.

Pegoretti replica che la soluzione alternativa alla sua è inconsistente: una proprietà polverizzata sarebbe debole, non porterebbe alla banca alcun nuovo know-how, la condannerebbe al declino e non farebbe né gli interessi degli azionisti ("all'investitore preme il valore delle azioni, cioè il valore della banca, non il controllo locale "); né quello dell'economia trentina, "che ha bisogno di servizi moderni, di collegamenti con l'estero, non del direttore compagno di scuola ".

In realtà la seconda opzione, come dicevamo, non ha finora trovato aperti sostenitori. Ed è un peccato, perché si potrebbe innescare una dialettica probabilmente positiva (a Bolzano in un convegno di questi giorni c'è chi ha invitato a diffidare dei miti della globalizzazione e del gigantismo bancario). Invece i contendenti di Pegoretti sono stati zitti per due anni, per spuntare fuori in questi giorni, in cui scade la carica di Pegoretti e si deve procedere alla sua riconferma o all'elezione di un nuovo presidente. Ed ecco allora sovrapporsi al piano delle strategie quello delle poltrone.

Perché questo è il dramma (o la farsa): gli oppositori di Pegoretti a tutt'oggi non gli hanno contrapposto una visione alternativa. L'unica cosa che gli rimproverano è di essere un professore, di avere affidato la presidenza della banca a un altro professore (Fedrizzi) e di avere altri due prof nei due consigli di amministrazione. "Più rappresentanza per il mondo economico locale!"- tuona Marco Oreste Detassis. E qui sinceramente cascano le braccia.

Anzitutto per la figura del presidente della Camera di Commercio, in pratica un professionista della poltrona. In questo momento, oltre alla Camera, presiede l'Accademia Commercio e Turismo, è nel Consiglio di Amministrazione della Fondazione Caritro, dell'Aeroporto Caproni, dell'Interporto, dell'Autostrada del Brennero, delle finanziarie Terinvest e Assofidi, del Consorzio Criospazio Ricerche e d'altro ancora.

Lasciamo stare la Camera di Commercio e l'Accademia Turismo; negli altri Cda Detassis si è distinto per aver rappresentato il nulla: all'Autobrennero non si è accorto delle tangenti, all'Interporto non ha capito che non si poteva fare una megastruttura doganale un anno prima che l'Europa abolisse le dogane, all'Aeroporto non si è reso conto che si stava costruendo a prezzi folli una rachitica cattedrale nel deserto.

In compenso in questi enti ha condotto delle battaglie. Su che cosa? Sulle nomine, ossia sulle poltrone. All'Autostrada si è fieramente opposto quando, scoperchiato il verminaio delle tangenti, si voleva ridurre il numero delle poltrone di un imbelle consiglio di amministrazione; alla Fondazione Caritro ha sempre votato sulla linea Pegoretti, tranne quando questi ha proposto criteri di 'nomina che rendessero più problematiche le intromissioni dei politici. Insomma, a Detassis - a differenza per esempio dei classici dorotei - la poltrona non serve per elargire favori, o magari (non si sa mai) per portare avanti una linea politica: la poltrona è essa stessa il fine, l'obiettivo, l'alfa e l'omega.

Ci siamo dilungati su Detassis e non per personalizza, re la vicenda, ma perché tutta l'opposizione ai professori si riduce a una questione di poltrone. Emblematica la posizione della giunta della Camera di Commercio, che in un lungo comunicato di appoggio al suo presidente, elabora un solo concetto, una sola richiesta: "una più ampia rappresentanza del mondo economico" negli organismi della banca. E così per l'Unione Commercio, gli artigiani: più posti al mondo imprenditoriale. Per fare che? Secondo quale politica, quale progetto, quale visione del credito? Su questo, silenzio: la poltrona, dunque, non è un mezzo, è il fine.

Ma allora sorgono due sospetti. Il primo: a parlare non sono gli imprenditori, ma i rappresentanti degli imprenditori, una categoria professionale in molti casi a sé stante. E gli interessi possono essere divergenti: mentre agli imprenditori interessa una banca efficiente, ai culi di pietra interessano poltrone disponibili.

Il secondo sospetto: che l'alternativa alla strategia di Pegoretti attualmente non esista, se non come groviglio di mediocri interessi personali o di casta.

Ma il mondo del credito trentino non si esaurisce nella Caritro. Spettatore non disinteressato allo scontro, è il mondo delle Casse Rurali. E' noto come tra Pegoretti, convinto liberista, e le cooperative, non ci sia feeling. E c'è chi - la Banca d'Italia per esempio - non ha visto di buon occhio la partecipazione delle Rurali al recente aumento di capitale della Caritro, interpretata come tentativo di controllare un concorrente per raggiungere una posizione di monopolio (le Rurali oggi hanno il 60% di quota di mercato; se controllassero Caritro non avrebbero più rivali). C'è stato quindi chi nell'attuale scontro ha voluto intravedere dietro le quinte lo zampino della potente Federazione delle Cooperative. "Niente di più errato - ci dice Eduino Gabrielli, direttore della Cassa Centrale delle Casse Rurali - Noi siamo perfettamente d'accordo con Pegoretti: è bene e giusto - per i clienti e per l'economia trentina e anche per le stesse banche - che Casse Rurali e Caritro siano e rimangano concorrenti. E il confronto in atto nella Fondazione Caritro non ci riguarda, né intendiamo in alcun modo intervenire."

Rimane comunque anche per le Rurali il problema strategico, del confronto con l'Europa: "Da una parte ci stiamo attrezzando migliorando la nostra efficienza interna. Dall'altra, come Cassa Centrale, stiamo tessendo rapporti con grossi fornitori di servizi internazionali per fornire alle singole Rurali i migliori prodotti sul mercato. E per poter meglio muoverci a livello internazionale, ci stiamo alleando con altre banche europee di credito cooperativo: abbiamo già rapporti operativi con le Raiffeisen del Tiralo e di Salisburgo."

Insomma, sembra che le Rurali abbiano una strategia. I culi di pietra riusciranno a impedire che la Caritro abbia la sua?