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I prof e il ‘900, un’indagine degli studenti

Una ricerca degli studenti dell'ITI su come i loro insegnanti vedono il nostro secolo: fra Einstein e Ghandi, le guerre e la tecnologia. Le risposte, la cultura scientifica, ma anche orrendi errori di ortografia (prof che scrivono "Hainsten" e Itler"!). I commenti degli studenti.

Nell'immaginario degli insegnanti dell'Iti di Trento, il Novecento, il secolo che sta per finire e al quale per la prima volta in classe dedichiamo l'intero ultimo anno di corso, oscilla fra guerre e computer. Sono questi i due fenomeni che hanno ottenuto più indicazioni. Certo, nei 47 voti attribuiti allo sviluppo tecnologico, oltre all'informatica ci sono l'elettronica con la TV, la meccanica con l'automobile, la radioattività, lo sbarco sulla Luna, e persino i contraccettivi. Ma fra gli ordigni è il computer a farla da padrone, e io così mi sento piccino piccino, ad armeggiare ancora davanti alla vecchia e cara Olivetti, per la disperazione di QT.

A ridosso delle guerre (52 voti), in politica, finiscono l'ascesa e la caduta del comunismo; lo squilibrio fra Nord e Sud del mondo, con il corollario della fame, migrazioni e fondamentalismi; più distanziati i totalitarismi di destra, fascismo e nazismo, con i lager e la Shoah.

Vittorio Foa, nel suo "Questo Novecento", insiste sul fatto che nonostante le tragedie e le violenze, questo gli appare pur sempre, in Occidente almeno, come il secolo dell'emancipazione dei lavoratori e della liberazione della donna. Fra gli insegnanti invece, dove le donne sono numerose, il femminismo ottiene solo due voti, e uno l'espansione della democrazia attraverso il suffragio universale.

La storia, quella del '900 soprattutto, è sempre "storia di parte": nell'aula vicina, dico spesso ai miei studenti, è un'altra la prospettiva. Sfogliando le schede il mito dell'oggettività va in frantumi, i criteri di selezione e di rilevanza dei fatti e dei personaggi variano con evidenza in base ai riferimenti culturali del soggetto che scrive: più che una categoria storica, o una sequenza da insegnare, il presente è un'esperienza di vita.

Per certi aspetti esibiamo noi stessi come uomini antichi e medioevali, per altri moderni o addirittura post-moderni.

Svevianamente, un insegnante confessa di scrivere sul secolo intero premuto dallo straniante presente immediato, "sull'onda emotiva di questo collegio". Il rischio che il relativismo e lo scetticismo inficino l'intero sapere storiografico appare foltissimo: a che serve studiare, e insegnare, la storia?

Einstein (19) e Gandhi (17) risultano essere i personaggi più importanti del secolo, frutto secondo un amico ingegnere delle due culture che all'Iti convivono digrignandosi i denti: quella tecnica-scientifica da una parte, quella umanistica dall'altra. Io non sono d'accordo: Einstein e Gandhi non si guardavano certo in cagnesco, pacifisti quali erano, e sostenitori di un modo di pensare nuovo e difficile. Il dubbio però non può essere sciolto: abbiamo dimenticato di far indicare sul foglio l'area di insegnamento.

Fra i viventi finiscono in alto solo Giovanni Paolo II e Gorbaciov, l'uno ancora sull'altare, l'altro finito nella polvere già da un bel pezzo, ma incredibilmente con lo stesso punteggio di Stalin (8). Nella parte bassa della graduatoria compaiono i nomi di Granisci e De Gasperi, di Luther King e Mandela, dei papi e Di Pietro, di Freud e Marie Curie. Fino a quello inatteso dei Beatles e a quello provocatorio di Cicciolina.

Un insegnante (su 4) non si accontenta di nominare Mussolini, ma per chiarezza scrive fra parentesi che l'uomo fu "positivo": nessuno invece fra i 15 che indicano Hitler, o fra gli 8 che scelgono Stalin, ne tesse l'elogio.

E' inquietante sapere che lì a scuola, in un'epoca in cui anche Fini prende le distanze dal fascismo dell'Italia imperiale e della Repubblica sociale, un insegnante così entra in aula ad educare i ragazzi. Probabilmente non sarà un insegnante di storia, ma ognuno di noi, anche nel laboratorio più meccanizzato, insegna se stesso, e quindi il suo Mussolini rimpianto e auspicato, prima della disciplina timbrata sui vari registri.

I giovani della V chimica A sanno che il loro insegnante di storia è orientato a sinistra, e sanno difendersi: leggere in questa occasione l'elogio di Musssolini preoccupa certo, ma rasserena anche, perché è la conferma che solo in democrazia, tanto imperfetta, il pluralismo ideologico è garantito. Altri insegnanti, pluralisticamente fra loro, fanno da antidoto.

La paura maggiore è, per un insegnante, che l'Ulivo di Prodi continui a governare l'Italia, altri invece temono la droga, la secessione, l'evasione fiscale, la fretta. Alcuni colleghi hanno manifestato sorpresa che in un questionario di storia comparissero domande sulla paura e sulla speranza, a riprova di quanto l'insegnamento di questa disciplina, politica ed economica, tenda ad escludere dal campo d'analisi le mentalità, le emozioni, la soggettività.

La speranza maggiore è affidata a una politica sovranazionale e globale dell'Orni e della Unione Europea (9 voti), ma anche a valori come la solidarietà (7) e la cultura dell'educazione (8), capaci di contrastare le paure più diffuse, che sono le guerre, l'ignoranza, i rischi ambientali. In cinque si affidano al mitico "buon senso ", due hanno fiducia in "pochi eletti", due in nessuno, uno solo in se stesso, un altro nei figli.

Mi ha colpito la fiducia concessa a Dio in 4 risposte: in un secolo di secolarizzazione avanzante, in cui Nietzsche ha dichiarato "la morte di Dio", ci si affida dunque ancora a un Dio onnipotente e interventista. Anche il teologo protestante Dietrich Bonhoeffer ha sottoposto a critica la concezione provvidenzialistica della storia, il Dio "tappabuchi": i cristiani, il cui Dio è debole e sofferente, nel mondo adulto della modernità, dovrebbero agire "come se Dio non ci fosse". E Hans Jonas, dopo Au-schwitz, ha dichiarato l'inconciliabilità fra la potenza e l'amore di Dio. Forse sarà proprio teologico il tema di riflessione più coinvolgente sollecitato dal questionario.

Interessanti sono le motivazioni scritte a consenso, prevalenti, o in dissenso con la citazione di Eric Hobsbawm a conclusione de "// secolo breve ": "Noi siamo giunti a un punto di crisi storica. Se l'umanità deve avere un futuro nel quale riconoscersi, non potrà averlo prolungando il passato e il presente." Eccone due contrapposte. La favorevole: "Sono d'accordo. L'industrialismo ha finora provocato (anche) militarismo (guerre) e precari equilibri ecologici (inquinamento). Dobbiamo cambiare strada." La contraria: "Non sono d'accordo. Credo che, pur nella diversità, accettando il nuovo, ci dovrà essere una continuità con il passato. Non credo alle rivoluzioni radicali".

Le concezioni della storia implicite nei due commenti sono palesamente diverse: La storia è un campo di battaglia culturale e politica. L'azione sociale è contemporaneamente scelta e costrizione, una mescolanza di ragione ed emozioni, di condizionamenti sociali e di risorse personali: il prenderne coscienza è l'obbiettivo dello studio della storia, che diventa così anche coscienza di sé. Fra gli autori consigliati dagli insegnanti ci sono Nietzsche, Kafka, Junger,

Montale; fra gli artisti, Picasso e Le Corbusier.

Scorrendo però in fretta il primo giorno il pacchetto dei fogli, con la curiosità dei neofiti, sono rimasti sorpresi e innorriditi i ragazzi dagli errori ortografici disseminati nelle risposte. A difesa ho riconosciuto che anch'io, quando devo scrivere Churchill, controllo l'enciclopedia, e non so mai dove piazzare la j e la y in Wojtyla. Certo però non pensavo di imbattermi in Hainsten e Itler su carte vergate dagli insegnanti della mia scuola...